La doppia carriera di Mr. Brian Bolland

di Antonio Solinas

Questo articolo è originariamente apparso su De:Code PDF numero 1, febbraio 2009.

 Brian Bolland è unanimamente considerato uno dei maggiori copertinisti viventi. Si tratta di un dato di fatto: il cartoonist britannico ha caratterizzato un’epoca con le proprie cover, sia in ambito prettamente supereroistico che in ambito “vertiginoso” e continua a fare scuola ancora oggi, da quando Camelot 3000 ne lanciò la carriera internazionale, quasi tre decenni fa (era il 1982). In questo senso, la percezione più comune di Bolland da parte del pubblico è quella di un artista dalla mano fatata che ci ha concesso troppo poche pagine a fumetti (dopo Camelot 3000, il Killing Joke e pochissimi altri exploits) ma anche tante copertine di livello quasi sempre eccelso. E se questa percezione ha un solido fondamento, ciò si deve al fatto che spessissimo le cover di Bolland sono state usate come “esca” principale per prendere all’amo i lettori di testate interessanti ma che non potevano contare su una parte artistica adeguata (il pensiero corre per esempio ad Animal Man). In altri casi, Bolland è stato chiamato a dare valore aggiunto a serie in pericolo di chiusura o sotto tono dal punto di vista delle vendite (vengono in mente The Invisibles) o a nobilitare eventi speciali (Superman 400) e galleries, muovendosi con disinvoltura soprattutto nelle due divisioni principali della DC Comics, ovvero DCU e Vertigo, quelle che ne hanno definito lo status di copertinista e illustratore per antonomasia.

Bolland, una famosa copertina della serie “Animal Man”

Sebbene la visione di un Bolland come “Norman Rockwell dei diseredati” (secondo la felice definizione dello sceneggiatore Grant Morrison) prestato al fumetto americano sia chiaramente calzante (e conseguentemente sia stata abbondantemente analizzata e discussa), questa non rende del tutto giustizia ad un artista completo e capace di esprimersi al meglio anche in ambiti diversi.

Parallelamente alla carriera “mainstream”, infatti, Brian Bolland ha portato avanti un’altra strada, egualmente brillante e anzi maggiormente interessante dal punto di vista critico, quella di cartoonist completo (è lui stesso a definirsi “un disegnatore umoristico”).

Bolland, illustrazione di “The Actress and the Bishop”

Sebbene non si possa parlare di scelta “underground”, infatti, nella creazione dei propri fumetti Bolland ha optato per strade meno commerciali, come dimostrano, al di là di vari liberi disseminati qua e là (interessanti ma non fondamentali), The Actress and the Bishop e Mr. Mamoulian, due serie di culto in bianco e nero originariamente apparse rispettivamente sulle defunte A1 e Negative Burn e poi raccolte nel volume Bolland Strips! (che recentemente è stato presentato in Italia dalle Edizioni BD nella collana Icon).

Ma se The Actress and the Bishop è un’ottima allegoria (scritta in rima) delle forze che regolano i rapporti umani, che sublima tutta la festosa carica erotica che da sempre caratterizza le rappresentazioni femminili del Maestro, tutto sommato la serie rappresenta soprattutto la maturazione di Bolland come narratore. Dal punto di vista grafico, infatti, la serie costituisce semplicemente la testimonianza della certosina abilità e dello straordinario talento di un illustratore capace di un segno allo stesso tempo epico e sottile. In questo senso, The Actress and the Bishop è soprattutto un modo “riorganizzare”, anche tramite l’uso del bianco e nero “puro”, una capacità narrativa troppo spesso messa a disposizione di altri in maniera fine a sé stessa (uno “strumento per la conquista del mondo ad opera di un altro”, come lui stesso dice).

Bolland, una striscia di “Mr. Mamoulian”

Il vero pezzo forte della carriera “altra” di Bolland è rappresentato invece dalle eclettiche e sorprendenti 54 tavole di Mr. Mamoulian. La strip, di una pagina per storia, ha un sapore umoristico, ma l’umorismo “deadpan” e soprattutto il retrogusto amaro/assurdista la rendono una specie di contraltare britannico dei migliori momenti del Why I Hate Saturn di Kyle Baker.

In Mr. Mamoulian, Bolland si sente legittimato a fare, dal punto di vista grafico (e narrativo: come vedremo i due aspetti non sono scindibili, in questo caso), tutto quello che il suo status di fine artist gli impedisce in ambiti più popolari (nella doppia accezione di accessibili e numericamente più rilevanti). Per prima cosa, lo stile della strip è caricaturale, al limite del grottesco, certamente slegato dall’iper-realismo di cui invece Bolland ha fatto la cifra stilistica in ambito generalista.

Il segno di Bolland, normalmente de-finito, perde in Mr. Mamoulian tutte le caratteristiche di organicità e “naturalismo”, per diventare uno sketch volutamente cartoonesco tutto a pennino, quasi a sottolineare uno stacco “spontaneo” (ma non fatevi ingannare, dietro c’è uno studio precisissimo) rispetto alla parossistica perfezione della straordinaria tecnica messa in mostra come autore mainstream.

Poi il tratto è nervoso, spesso schizzato: la resa a pennino ci porta volutamente lontano dalla estrema precisione delle linee piene a pennello, dalla pulizia del chiaroscuro e dalla canonicità del segno che anche l’osservatore più distratto riconoscerà come caratteristiche principali del Bolland “classico”. Leggendo le prime strisce di Mr. Mamoulian, in particolare La Spugna, è impossibile immaginare che il disegnatore sia lo stesso non solo di The Killing Joke ma anche di The Actress and the Bishop.

Bolland, originale per una copertina di “Judge Dreed”

Il tratteggio non è qui usato per creare volumi con la grazia che permane immutata in The Actress and the Bishop. Esso diventa spesso una massa informe di segni sconnessi (specie quelli che definiscono la paradossale fisicità del protagonista sin dalla prima striscia, Promiscuità) nella stessa maniera in cui le precise linee del lavoro “ufficiale” vengono rielaborate nel corso della strip in maniera apparentemente semplificata tramite l’uso di un tratto spezzato, che a volte lascia il campo, in maniera schizofrenica, a vignette più particolareggiate.

Gli sfondi, sempre per sottolineare quel senso di immediatezza che Bolland ci tiene a comunicare, diventano praticamente inesistenti, salvo poi apparire in maniera prepotente per definire con precisione luoghi e ambienti.
Ciò che importa, comunque, è la creazione di un palcoscenico vuoto, una tabula rasa su cui i personaggi si possano muovere in maniera anche e soprattutto incoerente (in una delle frasi dell’autore riportate sull’edizione BD si parla non a caso di “mille direzioni diverse”).
E così accade, in un guazzabuglio di personaggi e situazioni, sempre a metà fra realtà e delirio, che catturano costantemente l’attenzione, anche quando il narratore scende in campo in prima persona (e fez bianco in testa, Albanian style).

Bolland, copertina per il secondo TP di “Invisibles”

Sebbene spesso nella strip appaiano (quando necessario) bagliori dell’impostazione realistica di Bolland, nella stessa maniera in cui argomenti più “pesanti” e argute osservazioni sociali e politiche si accoppiano alla banalità quotidiana più totale, questo appare come una ulteriore conferma della libertà che l’autore si concede sin dall’inizio (e vuole comunicare al lettore, quasi come espiazione dei peccati di una carriera mainstream).

In maniera raffinata, la ricerca artistica di Bolland lo porta ad occuparsi degli argomenti che gli interessano anche quando questo comporta rinunce rispetto all’originale approccio “sperimentale” (e questo è apprezzabile sempre di più via via che la serie si sviluppa). Ad esempio, i momenti più surreali del desiderio sessuale di Mr. Mamoulian, sono contrappuntati dalla deliziosa resa grafica delle sempre splendide donnine di Bolland, gli alieni e le cospirazioni governative diventano surrealismo allo stato puro, le tirate antireligiose (sempre molto ironiche) lasciano il campo a uno stile più realistico e alla sottigliezza delle espressioni facciali per cui Bolland è così apprezzato. A volte, si sfocia persino nello stile classico e particolareggiato che tutti conoscono, se questo questo è necessario a scopo narrativo (una foto di Man Ray, la descrizione di un metodo di tortura). In ogni caso, il sistema non cambia: in Mr. Mamoulian, sceneggiatura e disegno sono inscindibili, e la paradossale “metodicità spontanea” (ossimoro se mai ce ne fosse mai stato un altro) di Bolland ci restituisce tutta la perizia narrativa di un craftsman eccezionale nella maniera meno adulterata (e paradossalmente più ambivalente) possibile.

Bolland, una copertina di “Black Canary” 

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