Speciale Asterios Polyp: sbloccando le possibilità del linguaggio fumettistico

di Paul Gravett

traduzione di Silvano Uncini

Continua il nostro speciale su Asterios Polyp, questa volta con un articolo di Paul Gravett. Il pezzo, apparso sul blog del critico, fa ovviamente riferimento al 2009, anno in cui il volume uscì nella sua edizione originale.

L’attesa è quasi terminata. Questo giugno, dopo uno iato di circa 15 anni dal suo ultimo progetto con Paul Karasik, l’adattamento di “Città di vetro” di Paul Auster, David Mazzucchelli ritorna ai media con uno dei graphic novel più attesi dell’anno, stranamente intitolato “Asterios Polyp”. Racchiuso in 344 pagine, questa è la sua grande, maiuscola affermazione, il suo vero capolavoro, nel quale ha sfidato se stesso e ora anche i suoi colleghi. Dalle fotocopie a colori che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima, Mazzucchelli ha realmente gettato il guanto e ha prodotto qualcosa di straordinario, qualcosa al quale vorrebbe che i lettori arrivassero il più impreparati possibile.

“Asterios Polyp:” Mazzucchelli utilizza l’effetto De Luca

Quindi, prima della pubblicazione, ha cercato di mantenere il silenzio sull’opera, proibendo ogni intervista, sessione di autografi, apparizione e pubblicità di ogni genere (nonostante abbia accettato di eseguire un’illustrazione speciale per Gosh!London Comics). Come Steve Ditko, o Thomas Pynchon, ha insistito sul fatto che questo lavoro parlerà da solo e parlerà anche per sé stesso. Comunque, inevitabilmente, sono trapelate online alcune scansioni non autorizzate, con il solo effetto di aumentare la trepidante attesa. Il ritorno di Mazzucchelli, data la moltiplicazione e mutazione dei suoi approcci e temi, prenderà molti di sorpresa. Durante una carriera di oltre 25 anni, questa non è la prima volta che scompare dalle scene per tornare reinventato e rinvigorito.
Irrompendo sporadicamente alla Marvel dal 1983, all’età di 22 anni, Mazzucchelli brillò inizialmente con la sua proposta relativamente naturalistica di “Daredevil”, soprattutto nei numeri scritti da Frank Miller. La loro storia, “Born Again”, svelò per la prima volta la madre scomparsa di Matt Murdock, diventata suora, e si rivelò uno degli episodi più commoventi della serie del supereroe cieco. Miller, dopo il passaggio alla DC e la sua svolta con “The Dark Knight Returns”, si riunì con Mazzucchelli nel 1987 per “Batman Year One”. Per molti questa pubblicazione che reinventa le origini di Batman è tra le più eleganti. Qui l’artista ha rivisto ulteriormente il suo disegno guardando indietro a maestri come Alex Toth e, prima di lui, Noel Sickles e Milton Caniff così come Chester (Dick Tracy) Gould e anche l’Hergè di “Tintin”, preparando una miscela dei loro grandi contrasti di chiaroscuro, ombre profonde e raffinatezze minimaliste. Questo suo approccio ha creato le fondamenta per inserire il “Caped Crusader” e la giovane “Catwoman” in una finzione criminale realistica e convincente. Tornato di nuovo alla Marvel nel 1988, Mazzucchelli svoltò nuovamente col memorabile one-shot “Angel” scritto da Ann Nocenti, tracciando pennellate con abilità quasi kurtzmanesca.

Da sinistra: David Mazzucchelli, Woodrow Phoenix e Brian Bolland, 1988

Quello stesso anno, al secondo e ultimo Grenoble Comics Festival in Francia, Brian Bolland, Woodrow Phoenix e io andammo molto d’accordo con David (vedi foto sopra), un ragazzo brillante, raffinato e amichevole, chiaramente un artista enormemente dotato, che poteva andare ovunque nel settore commerciale dei supereroi. Invece, in modo sconcertante, all’apice della sua carriera, sparì.

“Big Man”, da “Rubber Blanket” #3

Questo accadeva tre anni prima del suo nuovo ritorno, questa volta come scrittore, artista ed editore indipendente assieme alla sua partner e colorista Richmond Lewis, con una personale antologia ispirata da “Raw” di Art Spiegelman e Françoise Mouly. Sono spiacente di deludere coloro che pensavano che il titolo, “Rubber Blanket”, fosse uno stravagante riferimento sessuale, invece è un termine usato nell’ambito della stampa litografica: il nome dato al rotolo che accoglie l’immagine “inchiostrata” prima di trasferirla su carta. In questa pubblicazione di tre numeri, dal 1991 al 1993, ha sbalordito gli appassionati con pennellate impressionanti, una fusione tra Kirby e Toth mescolata con Edward Hopper e alla sottile fisicità dell’inchiostro su carta, specialmente in “Big Man”, una variazione su Hulk e Rick Jones, trasformata in una riflessione sottomessa sulla mascolinità e l’avanzare dell’età nel centro America. Mazzucchelli, senza dubbio con l’input di Lewis, ha anche spogliato i suoi colori, giocando per la prima volta con i contrasti e la coercizione di due sole tinte.

da “Città di Vetro”

Nel 1992, mentre stava ancora sperimentando su “Rubber Blanket” e su racconti brevi per altre antologie, Mazzucchelli venne contattato da Spiegelman per adattare la storia “Città di Vetro” di Paul Auster per Neon Lit, una nuova linea noir di graphic novels. Dopo quattro rapide pagine di prova “cinematiche”, Spiegelman inserì anche Paul Karasik all’interno del progetto. Mazzucchelli ha dichiarato a Indy Magazine: “Paul pensa il fumetto in termini molto più grafici: disegni come simboli, cifre, icone…cartoon!”. Dal differente layout di Karasik nacque una grande coperazione tra i due collaboratori, la quale sbloccò i ricchi aspetti estetici e formali del progetto. Nel 1994, tutto ciò sfociò in uno dei rari esempi di adattamento fumettistico che aggiunge realmente profondità e armonia all’opera originale in prosa.

Nel 2000, “Città di Vetro” fu pubblicato in Francia e l’America era la nazione ospite al festival di Angoulême, dove Mazzucchelli era presente per promuovere il libro. La domenica, prima di correre a prendere il treno per Londra, feci un bel pranzo con David ed il suo eccezionale equivalente francese, Blutch, il quale aveva appena completato “Peplum”, la sua opera epico-romana. Quindi, cosa aspettava ora Mazzucchelli? Ormai, dopo vari intriganti ma brevi lavori attraverso gli anni ’90 in varie antologie come “Snake eyes”, “Drawn and Quartely”, “Nozone”, “Zero Zero” e “Little Lit”, e  dopo aver incorporato varie influenze dal fumetto europeo e dai manga, Blutch e io non eravamo gli unici a chiederci se si fosse imbarcato in qualcosa di più completo e lungo come un graphic novel.

Dopo nove anni, spesi in parte ad insegnare fumetto, l’ha terminato. La storia ti trascina fin dall’inizio, aprendosi con una spaventosa tempesta in ciano e viola mentre piombiamo a terra e galleggiamo attraverso un appartamento in disordine, tra pile di piatti sporchi, bollette non pagate, fra suoni da video porno e il nostro insonnolito, tozzo protagonista, solo, steso sul suo letto. Asterios fa ruotare il suo accendino e, in quel preciso istante, il “KKLAPP!” di una scintilla dà alle fiamme la casa che si trova costretto ad abbandonare. Puoi imparare molto su qualcuno in certe circostanze da ciò che decide di portare con sé. E con l’evolversi della storia di Polyp si comprende perché sceglie un accendino, un orologio ed un coltellino svizzero. Con la sua casa, i suoi averi, tutto in fiamme, deve praticamente iniziare un nuovo capitolo della sua vita, come un libro interamente nuovo, traslocando in un piccolo paese americano dove tira avanti facendo il meccanico.


Asterios Polyp non è simpatico. Presuntuoso, complicato e  permaloso, deve avere sempre ragione e dire sempre l’ultima parola. Il suo volto viene mostrato solo di profilo: due curve, una per un lungo naso, l’altra per  una bocca tirata. Di estrazione greca, è uno stimato “architetto della carta”, uno che non ha mai visto costruire i suoi grandiosi design. Di fatto non è diverso da un fumettista le cui vignette costituiscono un mondo intero che esiste solamente sulle pagine. Il background di Polyp e il suo destino sono impossibilmente narrati dal suo fratello gemello Ignazio, morto alla nascita. Da sempre Asterios è stato inseguito dalla morte del fratello, che avrebbe facilmente potuto essere la sua e dalla paura di essere il suo assassino. Quindi il nostro designer intellettuale è cresciuto assillato da domande sulla dualità, domande che corrono attraverso il libro.


In una certa fase si concede un: “Ovviamente mi rendo conto che le cose non sono poi così bianche o nere”. E, propriamente, non lo è nemmeno questo libro, nel quale il nero è rimpiazzato dal viola scuro e tende a compensare sfondi limitati ma espressivi, con toni solidi e tinte pallide. Il nostro protagonista può passare da un blu cobalto freddo nel suo ambiente professionale da professore di architettura, a un morbido, caldo arancio come sopravvissuto alle fiamme, forzato a iniziare nuovamente dal nulla. Una lasciva, solida vampata di magenta sulla pagina, rosso come il rossetto di una studentessa-amante, i capezzoli esposti, il colore dei suoi desideri e delle sue passioni. Il giallo ocra predomina il fantastico e filosofico interludio nel quale comunica con Ignazio. Solo nella parte finale lo spettro di un mondo migliore si mostra con più di due colori.


Con un’altra mossa brillante, Mazzucchelli dona a ogni personaggio un proprio stile, forma dei balloon e carattere tipografico, tutti evocativi della loro personalità, come le forme architettoniche di Asterios o i volumi morbidi di Hana, sua moglie e scultrice giapponese. Dopo tutto, perché un artista dovrebbe omogeneizzare i diversi attori di un’opera tramite lo stesso genere di rappresentazione? Sperando di non svelare troppi particolari di questo libro, dirò semplicemente che contiene numerose sequenze con effetti sublimi che possono essere raggiunti solo sbloccando le possibilità del linguaggio fumettistico che sono tutt’ora inutilizzate, così come Hana consiglia ad Asterio e a noi lettori: “Si tratta solo di fare attenzione”.

Nel 2005, nel numero di “Comic Book Artist” tributato a Will Eisner, Mazzucchelli citò l’esempio del suo ricco, tardo periodo, da “A Contract With God” in poi, come una delle sue maggiori fonti d’ispirazione. Commentò: “Ecco qui un artista innamorato delle tecniche del fumetto e ancora curioso di vedere quanto lontano il suo talento lo avrebbero spinto”. Ora il talento di Mazzucchelli ha portato la sua tecnica ancor più lontano. Possa questo trionfo essere solamente l’inizio di un nuovo periodo per lui.

3 risposte a “Speciale Asterios Polyp: sbloccando le possibilità del linguaggio fumettistico

  1. C’è un piccolo refuso all’inizio: dovrebbe essere 2009, non 1999.

    Interessante l’articolo.
    Viene da chiedersi se e in che modo Mazzucchelli riuscirà a superarsi a questo punto.

    Ciao.

  2. grazie flavio, ho corretto 😉

    chi lo sa se e come si supererà. secondo me il problema principale sarà: quando! 😀

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