Archivi tag: luigi bicco

Speciale 50 anni di Spider-Man – Cani Impazziti

di Luigi Bicco

Il nostro speciale sul ragno (QUA tutti i post) continua con un articolo di Luigi Bicco che ci parla di una storia molto particolare scritta da Ann Nocenti. -AQ

Continua a leggere

Annunci

Leggendo Superman (con Panorama)

di Luigi Bicco

Presentiamo un articolo di Luigi Bicco, che abbiamo avuto il piacere di avere sulle nostre pagine più di una volta. Vi consiglio un giro sul suo blog.
-AQ

Continua a leggere

Cercasi storie d’avventura disperatamente

di Luigi Bicco

Continua a leggere

Considerazioni pericolose sull’Art(e) Spiegelman

di Luigi Bicco

Esistono autori di fumetti che sono anche, e soprattutto, sperimentatori puri della comunicazione (parola blasonata e troppo abusata, ma che continua a dover significare qualcosa, dopo tutto). Quando penso a chi possa incarnare con fede e devozione questo connubio, in testa mi tornano tanti nomi: Will Eisner, George Herriman, Chris Ware, Joann Sfar, Lewis Trondheim, Shane Simmons, Kevin Huizenga (chi con lavori lunghi una vita, chi con opere singole). E a pensarci bene, di autori di questo genere, ce ne sono diversi. Però un nome brilla più degli altri, tenendo in considerazione diversi fattori, ed è quello di Art Spiegelman.

Ma sorge subito una questione spinosa: oltre ad essere sperimentazione al di là dei canoni classici, è davvero arte quella di Spiegelman?

Non credo si possa rispondere a questa domanda prendendo posizioni specifiche. Anche perché non importa se “si” o “no”. Importa l’interpretazione di chi guarda e se valga la pena porsi la domanda stessa. Volendo prenderla alla lontana, viene da riflettere sulla cosa.
Un esempio dicotomico:
James Joyce scrisse il suo Ulisse in diciotto capitoli, ognuno dei quali occupava una particolare ora della giornata. Scrisse tutta l’opera in sette anni (dal 1914 al 1921), adottando la tecnica del flusso di coscienza e alla fine regalò ai posteri uno dei maggiori contributi allo sviluppo del modernismo letterario.
Stephen King ha scritto Shining nel 1977, un libro dai più riconosciuto come uno dei suoi capolavori assoluti, tanto che attirò anche le attenzioni di Stanley Kubrik. Questa terza opera segnò anche il suo distacco dal thriller per affrontare temi decisamente più horror, genere al quale King si legò poi per il resto della sua carriera.

Solo la prima edizione economica di Shining, però, vendette quattro milioni di copie (così recita a memoria wikipedia). Cifre elevate alle quali il libro di Joyce non è mai arrivato. Conosco molta più gente che ha letto il libro di King di quanti hanno letto quello di Joyce, infatti. O almeno, non frequentando caffè e salotti letterari, questo è quello che posso affermare. Nonostante ciò, in molti proveranno orrore (e altri anche no) al solo accostare lo scrittore e poeta irlandese (alto, concettuale) a quello che scrive “solo” degli horror. Quale dei due autori abbia raggiunto più persone è un dato di fatto assodato, quindi. Ma quale sia arrivato meglio (e tramite quali strumenti) nelle loro teste, o chi sia arrivato più in profondità toccando certe corde, questo proprio non ci è dato saperlo.

Al di là di mille futili disquisizioni sull’argomento, il succo della storia non è chi abbia scritto meglio il proprio romanzo o quali siano le argomentazioni trattate, ma è quello che, a tutt’oggi, non si possa utilizzare un metro di misura sufficientemente valido, adatto ad affrontare l’argomento stesso. La valutazione rimane quindi, in modo assoluto, soggettiva (relativa al soggetto pensante) e non oggettiva (che si attiene ai fatti senza l’intervento del soggetto). Perché la soluzione non la danno le copie vendute. Altrimenti da tempo si attribuirebbero i premi Pulitzer in base a questi. E altrettanto (molto) probabilmente Art Spiegelman non l’avrebbe mai vinto con il suo Maus.

Cosa vuol dire, quindi, comunicare bene o per lo meno in modo corretto (attraverso il fumetto e non)? Cosa vuol dire avere i numeri per farlo? Il vero autore è colui il quale comunica in modo geniale per pochi o quello che arriva nella testa di molti? C’è un modo per stabilire chi dei due abbia dalla sua la ragione e la piena coscienza delle proprie responsabilità o da che parte cali l’ago della bilancia?
Naturalmente, non è una questione di numeri. Sarebbe come dire che esistono considerevoli opere di narrativa solo nel circuito letterario piuttosto che in quello a fumetti, semplicemente perché il primo conta molti più lettori del secondo. Problema vecchio come il mondo, come tanti altri che da sempre accendono gli animi e le discussioni tra gli appassionati.
Problemi e questioni che passano in secondo piano quando si parla di Art Spiegelman e del suo modo di esprimersi (espressione in forma concreta intesa come modalità di dar forma – grafica e di messaggio – ai suoi sentimenti), che prescinde da tutto.

Quando penso a Spiegelman, mi torna in mente una delle scene centrali più celebri de l’Attimo Fuggente di Peter Weir, quella dove il professor Keating prima fa leggere con attenzione ai suoi studenti un testo che basa l’interpretazione della poesia su un sistema grafico e poi chiede loro di strapparne le pagine perché quello che pensa di quel sistema è: “escrementi”.

Art Spiegelman non rientra nelle possibilità di valutazione di cui sopra, perché le sue opere e il suo modo di comunicare sono privi di qualsiasi forma di soggettività per chi legge e interpreta i suoi lavori (“ti sto mettendo davanti agli occhi le mie cose e non c’è bisogno che tu le capisca come saresti abituato a fare!”), e contemporaneamente carichi di una forza primitiva, una scintilla individualista assolutamente colma di singolarità (“il fatto che tu le capisca davvero, mi importa?”).
Forse è questo uno dei motivi per i quali non si è parlato (eccetto qualche sporadica occasione) dei taccuini di Spiegelman, pubblicati qui da noi dalle Edizioni Einaudi. O forse, più che “pubblicati”, sarebbe meglio dire “importati”. Perché i tre taccuini, elegantemente tenuti insieme da una fascetta elastica, si presentano nella loro strutturale interezza originaria, non rivista né dal punto di vista grafico né da quello puramente testuale. Tre taccuini rilegati, quindi, con pagine (256 in tutto) in bianco e nero e a colori, raccolte sotto il goffo ma importante titolo Be a Nose!

Sii un naso!

Perché Sii un naso? Perché per dichiarazione dello stesso autore:

“In un caffè beatnik, un aiuto cameriere tonto si strugge per diventare un artista in modo da riuscire a rimorchiare qualche ragazza. Prima di diventare un pluriomicida tenta la via della scultura, plasmando disperatamente una massa informe di creta e borbottando «Sii un naso! Sii un naso!!!». Ho sempre pensato che questa scena di un «Secchio di Sangue», film horror di Roger Corman del 1959, sia in assoluto la rappresentazione più precisa del mio processo creativo”.

Cortometraggio commissionato dalla McSweeney’s all’animatore Lars Edwards con la collaborazione di altri animatori tra i quali Aaron Hawkins, Hanna Bliss, Brian Ellis e Jason Schwartz.

Questa opera in tre parti nasce originariamente per essere pubblicata da McSweeney’s, stupenda e geniale (in senso infinito) casa editrice di proprietà dell’amico scrittore e saggista Dave Eggers. E quello che si trova tra queste pagine non è fumetto, non è arte (univoca!), non è nessun tipo di making of dei suoi lavori noti. E’ invece come un compulsivo (ossessivo?) guardare nel buco della serratura di casa Spiegelman. E’ un vorace sfogliare tra le pagine del suo diario segreto (freneticamente, come quando i cani grattano alla porta per entrare). E’ carpire i segreti più intimi di un autore, senza per forza afferrarne i concetti costruttivi.

E’ il paradigma stesso del concetto di processo creativo, senza “se” e senza “ma”.

Nonostante qualcuno possa credere il contrario, però, il rapporto tra l’autore e i suoi lavori (i suoi risultati) è tutt’altro che facile. A detta stessa di Spiegelman, infatti:

Il severissimo giudice nella mia testa ha cominciato a gridare: “Truffa!” ogni volta che mi dirigo lentamente al tavolo da disegno per fare fumetti; è il lato oscuro di aver trovato un pubblico. Oh, in qualche modo riesco a finirlo, il lavoro; disegno e ridisegno le vignette fino a quando, insoddisfatto ma costretto a riconoscere i miei limiti, passo faticosamente alla tavola successiva. E’ un modo incredibilmente pesante di svolgere il mestiere che si è scelti. Disegnare, che durante l’infanzia era stato un piacere, col tempo è diventato per me un compito sempre più penoso, un aspetto inevitabile di essere un fumettista che ha bisogno, in un modo o nell’altro, di rendere le idee visibili. (Per un fumettista, ovviamente, non è essenziale disegnare “bene”, ma solo in modo chiaro)”.

E si è costretti a leggere per quale motivo Art Spiegelman, ad un certo punto della sua carriera, comincia un nuovo quaderno di schizzi:

per togliermi di dosso la Paura di Disegnare e il conseguente disgusto verso me stesso”.

Si, nel testo originale la “P” di Paura e la “D” di Disegnare, sono scritte in maiuscolo.

In tutto questo, credo, c’è qualcosa di terribilmente sfuggevole, che non arriverà mai ad essere compreso da chi, estasiato o meno, si gode i lavori di Spiegelman. Tutto fa parte, comunque, del rapporto tra l’autore e il suo essere artista. E tutto per arrivare alla ferale conclusione che la domanda di cui sopra rimane viva e pimpante fino alla fine di tutte le questioni pindariche: è davvero arte, quella di Spiegelman?
La risposta è nei suoi scritti e nei suoi disegni. E purtroppo non è detto che qualcuno abbia le chiavi giuste di lettura (e di interpretazione) per decifrarli. Intanto però, guardando le sue cose, certe domande viene almeno da farsele. Cercare di capire a tutti i costi, non conta. Sarebbe come cercare stupidamente di dar ragione a uno tra Joyce e King.

P.S.: Se qualcuno non dovesse aver capito appieno questo articolo, è solo perché è stato scritto in modo diverso (sicuramente peggio) da come lo avrebbe scritto lo stesso Spiegelman.

***
Sito internet e blog dell’autore dell’articolo.

Una storia verticale qualsiasi…

Un paio di mesi fa chattavo con Mirko Oliveri, uno dei promotori del sito Verticalismi. Parlando ci venne l’idea di sperimentare una collaborazione fra i nostri siti. Pensammo di pubblicare una striscia in contemporanea, un racconto che in qualche modo parlasse del fumetto o che si rifacesse alla sua storia.
Questa, sempre secondo i nostri pensieri, doveva essere creata da un autore di Verticalismi. A quel punto stavo guardando le varie storie pubblicate sul sito, tutte più o meno interessanti e tutte con i loro spunti felici, quando mi sono imbattuto in quelle di Luigi Bicco.
Subito chiesi a Mirko se c’era la possibilità di far fare la storia a Luigi, perché a me piace quello che fa e quello che scrive.
Fortunatamente Luigi rispose in modo positivo e cominciammo a parlare di come impostare il racconto che, in modo assennato, ho lasciato del tutto nelle sue mani.
Credo che il lavoro di Verticalismi vada seguito e supportato, non solo perché i ragazzi hanno a cuore quello che fanno, ma soprattutto perché offrono uno spazio reale e significativo all’espressione degli autori che pubblicano su di esso.
Infine ringrazio Luigi che ha trovato il tempo di dedicarsi a questo piccolo progetto, e gli auguro di continuare a fare fumetti.

Sito di Luigi Bicco.

La storia su Verticalismi.