Intervista a Christophe Blain

traduzione di Flavio Sorrentino

Presentiamo un’intervista a Christophe Blain, disegnatore di Quai d’Orsay e incredibile fumettista. Qua il link originale. – AQ

A quando risale la sua passione per il fumetto e per il disegno?

Credo di aver sempre disegnato, fin da quando ero piccolissimo. Mi ricordo ancora del primo album di fumetti che mi è stato regalato. Avevo tre o quattro anni e si trattava di La Mine d’or de Dig Digger, uno strano Lucky Luke, disegnato da Morris nel 1947-1948. Il protagonista, che spara più veloce della sua stessa ombra, non aveva ancora acquisito il suo aspetto fisico definitivo; A quel tempo Lucky Luke era un personaggio fortemente ambiguo, dotato di una sua durezza. Quell’albo dai toni noir mi ha profondamente segnato. Il suo protagonista era un cowboy dal mento pronunciato e la testa a forma di carota, con un aspetto quasi da cattivo! Detto questo, credo di aver avuto una vocazione piuttosto tarda per il fumetto. Non pensavo certo di poterci vivere…

Perché?

I miei genitori erano insegnanti a Gennevilliers e mia madre non leggeva mai fumetti. Io ho fatto un esame di maturità con un indirizzo economico. Poi mi sono iscritto all’università di Nanterre alla facoltà di Legge… è durata tre settimane. Un giorno, mentre me ne stavo senza far niente a casa, mio padre mi ha detto: «non vorrai mica restare tutto il giorno sul divano!». Il giorno seguente mi sono trovato un lavoro. Ho fatto il postino, il distributore di questionari, il traslocatore per due giorni. Ho fatto tantissimi lavoretti e quando i miei si sono trasferiti a Cherbourg ho insegnato fumetto in una MJC (Maison des jeunes et de la culture, struttura simile ai circoli Arci italiani). Ho anche dipinto un affresco in un centro commerciale… insomma, me la sono cavata.

Tavola da “La Révolte d’Hop-Frog”

Quando ha pubblicato il suo primo album?

Il momento chiave è arrivato il giorno in cui ho capito che disegnare era la sola cosa che mi interessava. Ho tampinato un redattore di Albin Michel, Frédéric Houssin fino a quando mi ha permesso di partire per il Bangladesh per accompagnare un grande reporter che si sarebbe occupato dei danni causati da una terribile serie di cicloni. Così ho pubblicato Cyclones à Chittagong, Bangladesh, nella collana “Carnet du monde”, nel 1992.

E il suo primo fumetto?

Dopo aver fatto il servizio militare nella marina, esperienza da cui ho tratto il Carnet d’un matelot, nel 1994 mi sono trasferito a Parigi. Mi sono ritrovato in un centro per giovani lavoratori nel XIV arrondissement in rue Didot. Quattro mesi piuttosto tristi, devo ammettere. Fortunatamente sono riuscito a trovare una camera in affitto, tuttavia mi serviva anche un laboratorio.

E per caso ne ho trovato uno in rue Quincanpoix, vicino al Beaubourg. Là ho incontrato Lewis Trondheim e David B., i due che hanno avuto il ruolo maggiore nella mia formazione e che mi hanno ridato il gusto del fumetto. C’erano anche Tronchet, Émile Bravo e Joann Sfar.

Assieme a David B. abbiamo iniziato a preparare La Révolte d’Hop-Frog, pubblicato nel 1997 e che è il mio vero primo album di fumetto. altri l’hanno seguito, come Le reducteur de vitesse, Isaac le pirate o Gus. A distanza di tempo posso constatare che sono sempre stato ossessionato dall’idea di essere indipendente, autonomo. Rimane ancora la mia più grande ambizione…

Sequenza da “Quay d’Orsay” volume due

In che modo avete lavorato con Abel Lanzac, sceneggiatore di Quai d’Orsay?

Ci siamo incontrati per caso durante un viaggio. Una sera, in un caffè, mi ha raccontato le sue esperienze di lavoro come consigliere ministeriale, nel periodo di Dominique de Villepin. Egli viveva, letteralmente, le storie che raccontava, imitando tutti i protagonisti. Era straordinario. Immediatamente abbiamo deciso di fare un libro sul “dietro le quinte” del Ministero degli esteri. E così è nato Alexandre Taillard de Worms, che non somiglia a Dominique de Villepin ma lo richiama. È lui senza esserlo. Il primo tomo è stato concepito in un’atmosfera di gioia comunicativa. Eravamo sorpresi e felici di aver trovato un metodo di lavoro che ci permetteva di far rivivere quegli anni in cui Abel era stato consigliere ministeriale e si rideva molto. Quai d’Orsay è un vero gesto di amicizia; Abel ed io abbiamo lavorato in profonda comunicazione. Non mi aspettavo che quest’album potesse avere un simile successo. All’inizio del nostro editore aveva stampato 15.000 copie: il primo tomo ne ha vendute 170.000.

E il secondo tomo?

È stato molto più duro! Abbiamo attraversato lunghi periodi difficili. Nell’estate del 2010 ci siamo chiusi per più di tre settimane nella casa di famiglia di Abel in Piccardia. Abbiamo riscritto il secondo volume cinque volte. Anche se avevamo già scritto 50 pagine, a un certo momento siamo ripartiti da zero. Non vedevamo la fine. E mi sentivo in uno stato di spossatezza estrema. In realtà il secondo tomo ha un’azione lineare.

Il nostro obiettivo era soprattutto quello di essere romanzeschi e non didattici. Per esempio nella realtà ci sono state circa 30 conversazioni tra Villepin e Colin Powell, da noi ribattezzato Jeffrey Cole, nell’album. Abbiamo dovuto fare una sintesi di tutto questo per non rendere l’album troppo prolisso. Trovare il giusto tono è stata un’esperienza molto intensa e veramente faticosa. Solo ora, mi accorgo, sto ritrovando la calma e la serenità. Tanto più che subito dopo abbiamo iniziato a scrivere un adattamento della nostra storia per il cinema in collaborazione con Bertrand Tavernier.

Tavola da “Quai d’Orsay” volume uno

Bertrand Tavernier vuole adattare Quai d’Orsay per il grande schermo?

Sì. Lo scorso ottobre, a New York, Abel, Bertrand Tavernier ed io abbiamo iniziato ad elaborare per grandi linee un adattamento. È stata un’esperienza straordinaria. Tavernier è un tipo molto alla mano. Ha scoperto l’album grazie ad uno dei suoi amici e lo ha trovato molto divertente. lui e il suo socio hanno contattato Darguad… e voilà. A volte rimanevamo a lavorare insieme fino alle tre del mattino…

Come vi siete documentati su Quai d’Orsay?

La prima volta sono andato là come infiltrato. Ho passeggiato per i corridoi in incognito, grazie ad Abel. Ho fatto molte foto, ho respirato l’atmosfera, ho valutato le proporzioni e preso coscienza dell’aspetto monumentale, molto Napoleone III. Poi sono tornato una seconda volta per il secondo volume. Mi mancava solo l’ufficio del ministro! Con la sala rotonda e le tre porte-finestre. Fu Bernard Kouchner che ci ha ricevette, all’epoca; a forza di percorrere i corridoi del Quai ho finito per sentirmi a casa. Ho modellato gli edifici nella mia testa.

A suo avviso c’è un prima e un dopo Quai d’Orsay?

Certamente. Mi è ben chiaro. Tuttavia mi sono già immerso in un altro progetto. Lavoro su un libro-disco, una storia erotico-pop come una specie di road-movie, letto dalla cantante Barbara Carlotti. Si chiama La fille. È un lavoro un po’ strano, piuttosto bizzarro e un po’ fantastico. È anche, in un certo qual modo, un omaggio al fumetto di Guy Peellaert, Pravda la survireuse, degli anni settanta. Vorremmo farne uno spettacolo totale e per farlo ci siamo messi in contatto con La Ferme du Buisson, à Marne-la-Vallée…

Obama secondo Blain

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3 risposte a “Intervista a Christophe Blain

  1. Blain è il mio preferito di quelli li.

  2. fra quelli li è decisamente il migliore!

  3. Pingback: Le acciughe del Quai d’Orsay | Conversazioni sul Fumetto

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