Caro Art, siamo tutti gatti.

Qualche giorno fa Ciro Fanelli ha pubblicato su Vice [qui] una breve riflessione su Maus di Spiegelman. Fanelli scrive:

Se tu mi rappresenti i tedeschi come gatti e gli ebrei come topi non si parla più di cattiveria umana ma di corso naturale delle cose—badate, non è una giustificazione storica sull’argomento tanto delicato e sul quale la penso al contrario di ciò che sto scrivendo qui, ma parliamo di infelice capacità di astrazione…

Ecco, diciamo che tutto ciò va veramente “al di là del bene e del male” nel modo più letterale possibile e non filosofico; non parliamo di morale, parliamo di natura.

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Illustrazione di “Al di là del bene e del male” di Ciro Fanelli

Pur maturato in indipendenza le parole di Ciro [1] non possono far pensare al progetto Kats di Ilan Manouach, poliedrico artista greco, ospite tra l’altro al Crack 2013 – di cui abbiamo parlato qui – per presentare il suo prossimo libro Metakatz, in uscita ad ottobre per l’editore la Cinquième Couche, e che parla di tutto quello che l’idea di rileggere/decostruire Maus ha comportato.

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Queste foto documentano quello che resta dopo l’ordinanza di distruzione completa dell’opera per volontà dell’editore francese dell’autore ebreo, la Flammarion.

L’episodio è noto. L’artista greco avrebbe dovuto pubblicare nel corso del 2012 presso l’editore la Cinquième Couche il suo libro Katz, una rilettura dell’opera dell’autore ebreo il cui fine era quello di mettere in crisi la metafora zoomorfa alla base del libro, così da porre in evidenza la latente pericolosità insita in quella forma di riduzionismo naturale. Pensare il genocidio attraverso il conflitto naturale tra predatore e preda smantellava l’assurdità dell’evento ponendolo in un’orizzonte del necessario gioco delle parti.

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La rilettura di Manouach partiva da un profondo amore per l’opera di Spiegelman e si poneva anche sotto certi aspetti in continuità con la sua ricerca estetica. Essenzialmente Katz per scavare un solco così profondo nell’opera originale e mostrare così il suo paradossale punto debole utilizzava un espediente minimo, ma vincente: non utilizzare più una suddivisione razziale dei personaggi, ma rappresentarli tutti come gatti. La metafora zoomorfa era conservata, ma l’intero sistema razziale e “razzista” costruito da Spiegelman deflagrava, mettendo anche a nudo alcune pericolose derive.

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Illustrazione di Ciro Fanelli

È nota l’aspra polemica all’indomani della pubblicazione in Polonia del libro di Spiegelman: la metafora suina non era andata a genio ai lettori polacchi. A noi era andata meglio – a seconda della prospettiva – visto che eravamo stati placidamente rappresentati come dei Cani. Senza dubbio, il riduzionismo razziale di Spiegelman si basa su dei luoghi comuni radicati e che riflettono appunto quanto questi luoghi potenziati da una pericolosa e deviante retorica propagandistica possano degenerare. Molto probabilmente ad Art era sfuggito questo piccolo bug che rischiava di far vacillare l’intero edificio teorico di MAUS, anche e soprattutto perché il tutto aveva fonti documentarie [2].

Fatto sta che tre settimane prima della distribuzione di Katz per il mercato belga e francese – nonostante lo stesso Spiegelman fosse a corrente dell’operazione come sostiene lo stesso Ilan qui, forse a causa di alcune copie di cortesia che avevano tra l’altro fatto schizzare le ordinazioni per un prodotto la cui tiratura era abbastanza limitata, l’editore francese Flammarion intentava un processo ai danni del piccolo editore belga. Le spese processuali ammontavano a 24.000 euro: una spesa insostenibile. La soluzione “amichevole” proposta fu quella di distruggere  tutte le copie esistenti e i file digitali dell’opera perché contravveniente al diritto d’autore. Infatti, secondo i legali della Flammarion, Katz non sarebbe altro che una mera contraffazione dell’opera originale.

La discussione che ne è derivata sul diritto di proprietà è interessante soprattutto perché investe la natura stessa dell’arte di Spiegelman. L’idea per Katz, infatti, nasce come una sorta di riflessione, anche e soprattutto, sulla mostra auto-celebrativa di Spiegelman CO-MIX. Une rétrospective de bandes dessinées, graphisme et débris divers che abbiamo pedantemente analizzato qui, dove una cospicua parte era dedicata ai lavori apparsi sulle riviste indipendenti nei primi anni Settanta. Soprattutto, queste opere erano piene di “residui” e “citazioni”: di scarti della cultura pop che venivano riciclati in un’ottica post-modernista e decostruzionista.

Ecco, perché appare paradossale che l’opera di Manouach sia vista come una contraffazione, quando è forse una declinazione elevata a potenza della pratica di riciclo e interpretazione critica usata da sempre da Spiegelman.

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Bisognerebbe partire da The Malpractice Suite, apparsa in Arcade #6 nel 1976 per capire come l’intero esercizio critco/creativo di Art Spiegelman sia un lavoro di scavo, citazione e trasvalutazione del reperto, che a volte si radica nel mero e affettuoso ri-utilizzo: si pensi ad esempio a Ace Hole. Picasso è mediato attraverso il derisorio abbassamento che già «Mad Magazine» ne aveva fatto (anche di questo ne abbiamo parlato qui), per arrivare sino alla riproposizione integrale e critica che ne fa In the Shadows of No Towers, dove in media res detriti fumettisti del XX secolo appaiono come fantasmi trasvalutati nell’accostamento con la caduta di ogni ideologia americana all’indomani dell’attentato alle torri gemelle.

Ora, il problema è che l’interesse di Spiegelman si è spostato lentamente dalla storia del fumetto a se stesso come storia del fumetto: un’enorme auto-fellatio in cui la curatela parossistica genera un testo critico di sistemazione e auto-analisi, una sorta di spettacolo autoptico dal sapore quasi hegaliano, di cui il libro di Manouach in uscita è il giusto pendant.

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Quindi, l’esercizio neo-situazionista di Manouach ha avuto il triplice merito di:

  • aver evidenziato i limiti delle metafore razziali utilizzate da Spiegelman in MAUS;
  • aver posto sotto i riflettori il problema del copyright e del diritto d’autore in un medium come il fumetto da sempre caratterizzato dal riciclo selvaggio;
  • aver evidenziato lo strano e spiacevole paradosso dell’esclusività di una pratica artistica come quella del re-mix o del “co-mix”.

Detto ciò, ci si augura che Art Spiegelman o chi per lui non faccia distruggere anche MetaKatz: soprattutto perché poi sarebbe abbastanza difficile poter documentare totalmente l’ennesimo capitolo scaturito dal suo opus magnum.

p.s. ringrazio Ciro Fanelli per la disponibilità e la concessione delle sue illustrazioni, già apparse in precedenza su Vice.

* * *

[1] Si pensi ad esempio al n.83 di Dylan Dog – Doktor Terror – a firma Sclavi- Coppola, e famoso anche per altre vicende giudiziarie [vedi qui, ad esempio]. In quella sede gli autori avevano rappresentato i nazisti come maiali, facendo già in parte collassare la metafora “naturalistica”.

[2] Il paragone ebreo-ratto era stato suggerito e voluto dal Führer in persona. Infatti, in alcuni passi del delirante Mein Kampf, il popolo giudaico è visto come propagatore di malattie che metterebbero a rischio la salute del Volk. Per approfondire: qui e qui 

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12 risposte a “Caro Art, siamo tutti gatti.

  1. Chapeau! Gran bel pezzo.

  2. Interessantissimo… e preoccupante per i risvolti.
    Il rogo\la distruzione dei libri è sempre una circostanza che deve far riflettere, quali che siano le motivazioni.

  3. Marco Pellitteri

    Molto interessante. È interessante anche che molti di noi (secondo me) siamo arrivati in modo indipendente, in anni diversi, chi prima chi poi, a riflettere su questo corto-circuito della metafora animalizzata.
    Certo, se la vedi in chiave deterministica, la metafora è sbagliata. Ma scusa, dico però io, tu credi che Spiegelman non ci avesse pensato? Lo fai così scemo? Non pensi onestamente che tu e Manouach abbiate fondamentalmente scoperto l’acqua calda? Spiegelman usa i mezzi visuali della favola, in cui a ciascun personaggio corrisponde una figura animale e quindi uno stereotipo, o meglio un archetipo, corrispondente alla funzione che deve assolvere nella storia. Né più né meno. Poiché c’è l’elemento “caccia/gioco del gatto col topo”, usa questi due animali per i “gruppi” protagonisti, i nazisti e gli ebrei. È chiaro che non tutti i tedeschi a rigor di logica avrebbero dovuto essere rappresentati come gatti, se il gatto rappresenta la figura del nazista; idem per il caso del maiale=polacco. Tuttavia gli archetipi usati, per come adoperati in Maus, andavano bene così, erano funzionali e radicali; erano una scelta di campo, estetica anche, oltre che narratologica.
    Per quanto riguarda l’opera di Manouach, come libro stampato, pubblicato e messo in vendita, è una contraffazione bella e buona. Manouach ha voluto appositamente usare un tratto diverso, posticcio, per le sue facce sovrapposte, per far capire che si tratta di un esercizio di ricontestualizzazione, ma sarebbe bastato fare una piccola mostra con alcune tavole-esempio, per far capire il concetto, oppure fare questa cosa on-line, gratuitamente. Invece usare l’intero fumetto di Spiegelman e venderlo in questa nuova forma va ampiamente al di là del lecito.

    Come ultima nota: EVITATE DI SCOPRIRE L’ACQUA CALDA, CAZZO.

  4. Ciao Marco,
    non credo il fine dell’articolo fosse quello di esporre una teoria critica originale sulle scelte estetiche e narratologiche di Art Spiegelman, e pertanto neanche quello di proporre la riflessione di Fanelli/Manouach come qualcosa di estremamente originale e sconosciuta ai più. Il problema che sollevi sulle scelte di campo di Spiegelman tra l’altro mi è più che evidente. Quando ho letto Maus ho sempre ritenuto l’impianto metaforico zoomorfo – con alcuni palesi limiti – funzionale. Ma, credo che non sia solo un problema di stretta funzionalità narrativa. Posso ammettere, che il dispositivo funzioni bene perché si poggia su strutture consolidate e note, ma non per questo non è suscettibile appunto di una critica.

    Non si mette in dubbio l’intelligenza di Art Spiegelman: ma si evidenzia come alcune scelte – anche precise e, appunto, radicali – possono comunque generare una riflessione al margine. Poi, credo che la critica alla metafora che Manouach utilizza in Katz sia funzionale anche e soprattutto a parlare di quello che Spiegelman è al di là di Maus, cioè un autore che per primo ha fatto un uso massiccio di materiali altrui, in citazioni corrosive, critiche e meta-fumettistiche (facendosi suppongo anche un po’ di soldini)

    Poi, secondo me l’intento di Manouach era quello di agire su Maus in quanto “libro”, visto la statura dello stesso. Suppongo, che vi fosse anche una buona dose d’ironia. E poi, qualsiasi ready-made non sarebbe accettabile nella tua ottica.

    p.s. ogni tanto un po’ di ovvietà a fini compilativi/cronachistici ci sta…Non volevo certo scrivere un trattato…

  5. Se la riflessione sui risvolti razzisti di Maus è così diffusa, mi stupisco che questo, e l’articolo da cui origina, siano i primi che io abbia mai letto sull’argomento. A quanto pare tutti hanno l’acqua calda ma preferiscono farsi delle docce fredde. Il discorso sull’archtipo nelle favole non tiene tanto, i topi e i leoni non rappresentano mai un popolo o una classe, ma un atteggiamento umano. Quelli usati da Spiegelman sono proprio stereotipi. La metafora di Maus è un tentativo di scardinare la propaganda nazista, e forse oggi possiamo dire che il tentativo non è riuscito come si sperava. Mi sembra una notizia sulla quale sia necessario e anche doloroso soffermarsi. In più la distruzione di un libro è un atto così odioso, e che io personalmente lego istantaneamente ai roghi nazisti, da sgomentarmi se avviene in Francia e su richiesta dell’editore di quel Maus che evidentemente non gli ha insegnato un cazzo.

  6. ottimo punto il tuo, Giorgio, però, come il discorso fatto l’altro giorno su Steinbeck, bisogna anche considerare QUANDO un’opera viene prodotta. Perché, da un lato, come risposta violenta e sentimentale all’evento (lo sterminio) una logica oppositiva è necessaria a definire il nemico – è il principio della propaganda, da una parte e dall’altra – dall’altra l’opera e la riflessione di Manouach non sarebbe esistita senza quella di Spiegelman. Quello Spiegelman avrebbe dovuto riconoscerlo e, anzi, accettare la riflessione dell’altro autore come complementare e consequenziale alla sua, non in opposizione. Sui roghi non c’è niente da dire. I fatti sono due. Avrei capito se l’operazione fosse stata fatta immediatamente dopo la pubblicazione di Maus, non avrebbe avuto senso perché troppo “fresca” e perché anche lesiva economicamente (il che è importante, eh); però adesso ha una sua potente legittimità, anche perché gran parte del lavoro di Spiegelman consiste nel rielaborare personaggi e stili precedenti (In the shadow of no towers) spesso al limite fra omaggio e plagio (le illustrazioni per The wild party, derivate dai woodcut books.
    E comunque i roghi di libri, sempre, ma specialmente qui, per via del contesto storico/narrativo sono sempre delle brutte immagini.

  7. Comunque c’è differenza fra libro e libro d’arte. Cosa avrebbero dovuto dire gli anonimi autori vampirizzati da Ernst in “Una settimana di bontà”?

  8. Marco Pellitteri

    Certo fa ridere amaramente che il libro sia stato distrutto, ma penso che Spiegelman la metta in termini di diritti d’autore… vagli a spiegare che anche lui ha preso qua e là; ma forse lui lo ha fatto con personaggi e opere liberi da diritti; per esempio i Katzenjammer Kids sono liberi da diritti, o appartengono ancora al KFS (o agenzia omologa)? Ecc.
    Cani, gatti, topi, hanno funzione di archetipi, non di stereotipi, per quanto sia possibile leggervi uno stereotipo. Certo se io sono un polacco può darmi fastidio che i polacchi siano disegnati come maiali, perché gli stereotipi sul maiale li conosciamo. Ma la radicalizzazione di Spiegelman ha una funzione retorica, quasi mitologica, e se ne infischia dei polacchi offesi. Ma scusa, non è che sia bello essere rappresentato come un cane. Italiani e americani cani? E chi erano le rane? Forse quelli che ci fanno la figura migliore sono proprio i tedeschi: il gatto è un animale stra-fico! È evidente che le dramatis personae (o forse i dramatis animales?) siano usati “spaccati con l’accetta” e deliberatamente….
    Tornando all’operazione di Manouach, è divertente ma mi pare uno spreco di energie. 300 pagine di libro tutte a rimettere facce di gatti su tutti i personaggi non tedeschi? Che palle!

  9. Perchè pensare tanto tempo a come documentare quando ogni secondo è prezioso per insegnare alla gente il rispetto?

  10. riporto il mio commento al post di Farinelli su Vice così facccio prima:
    “in primis: belli i disegni
    poi volendo approfondire: è evidente il possibile cortocircuito dell’uso della metafora di Spiegelman. talmente evidente che mi sembra quasi impossibile che l’autore non l’abbia fatta apposta. usa la la figura animale per descrivere la distinzione razziale dell’ideologia nazi-fascista. Questo mi sembra una costatazione di fatto, una cosa ovvia direi. E quindi? beh se non capiamo questo non capiamo l’ovvio. Spiegelman fa un’opera solo superficialmente “ovvia”. Vuole andare al di là della facile interpretazione (al di là del bene e del male appunto). se noi ci fermiamo all’ovvio ricadiamo nell’errore della distinzione razziale.

    p.s.: sia chiaro quando uso la parola ovvio posso sembrare supponente, ma lo faccio solo per sottolineare un concetto.

    Fanelli (mia opinione) magari sta facendo proprio il gioco di Spiegelman. è una reazione logica perché Spiegelman usa gli animali per sconcertare. per ricordare quanto sia stupido figurare gli esseri in razze animali. “

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