Spiaggia magica

di Crockett Johnson, orecchio acerbo editore,  64 pagine pagine, € 16,00

copertina spiaggia magico

Ci sono alcune recensioni che scaturiscono dall’indignazione – indignazione derivante dall’attenzione eccessiva dedicata ad un’opera mediocre, dalla sua natura tronfia o spocchiosa, dalla furberia o dalla disonestà intellettuale che la contraddistingue etc.- e queste possono assumere a volte il tono di una scrittura violenta, livorosa, difficile da controllare. Una scrittura che dovrebbe contare fino a dieci, prendere fiato e se, dopo ciò non sfiata, esplodere in tutta la sua giustificata rabbia.

Altre volte, lo spunto che dà il La, è quello, spesso egocentrico, del recensore, il quale si affeziona più alla propria idea dell’opera che all’opera in sé e che quindi si esprimerà attraverso la capacità, rocambolesca e funambolica di imporre il proprio punto di vista a quella che diventerà solo un pretesto per esporre la propria capacità di ragionare, di argomentare, di citare, di creare connessioni e rimandi che, se riescono a non essere pretestuosi, avvolgono il fumetto, il disco, il film, il libro o quello che volete, in una ragnatela che connette l’oggetto dell’analisi al mondo, al passato e al presente, descrivendolo come parte di un tutto, con lo svantaggio di nasconderlo e con il vantaggio di non mostrarlo come un qualcosa al di fuori del tempo.

Poi ci sono altri tipi di recensioni, di analisi, che sono un’onesta chiacchierata intorno all’oggetto in questione, un parlare dell’opera e con l’opera, con l’intenzione di consigliarla e di sconsigliarla.

Infine ci sono gli atti di amore. Ecco, questo mio articolo su Spiaggia magica vuole essere, appunto, un atto d’amore.

Anche l’amore, però, può essere egoistico, spocchioso, ingannevole, prevaricatore. L’amore può essere terribile, sempre che di amore si tratti. Queste mie righe vogliono essere un atto d’amore ideale, astratto, vogliono replicare quel sentimento romanzato che, seppur senza farci arrendere e sottomettere all’oggetto dell’adorazione, sospende in qualche modo la nostra capacità di giudizio per sostituirla ad una ammirazione di carattere vagamente estatico che però non cede al languore: un’emozione piena e vigorosa.

Quell’amore, non per forza sensuale, ma anche fraterno, amicale, che ti porta a condividere subito le cose davvero belle, a farne partecipi quelli a cui vuoi bene, a prevaricare il proprio egoismo e a dire “abbiatene anche voi”. Perché alcune cose non si possono tenere solo per noi, s’annacquano, appassiscono, s’impoveriscono e impoveriscono noi, a tenerle serbate in un paio d’occhi soli. [1]

Per questo, lettori miei e di questo blog, vi dico: leggete quest’opera. Assolutamente: è una di quelle cose che fa (più) bella la vita.

1

Spiaggia magica, scritta e illustrata dal creatore di Barnaby (di cui, recentemente, è uscita una bella edizione per i tipi della Fantagraphics) e di molte altre cose, è un’opera di cui è difficile parlare, non tanto perché la sua apparente, cristallina semplicità, disinnesca molti degli strumenti critici di cui ogni recensore, furbescamente o meno, si dota, ma proprio perché, come ogni buon racconto destinato ad un pubblico infantile (e quindi adatto ad ogni età), racchiude un mistero intimo e soggettivo che non può essere svelato se non con la lettura.

La storia, ispirata alla leggenda medievale del Re Pescatoreche tanti echi ha avuto fino ad oggi [2], è riassunta nella sinossi presente sul sito dell’editore:

Ann e Ben sono al mare e cercano conchiglie sulla sabbia. Ma è l’ora della merenda, e una bella fetta di pane e marmellata sarebbe l’ideale. Un desiderio scritto sulla sabbia che le onde del mare, invece di cancellare, prodigiosamente avverano. E poi un bicchiere di latte, una caramella e, invece del solito ombrellone, una quercia possente. Basta scrivere le parole sulla sabbia ed ecco che la storia prende vita: un re pescatore, una foresta, un castello… Che bello, invece che leggerle, scriversele le storie, ed esserne protagonisti. E se l’alta marea sommergerà il loro mondo fantastico, nessuna paura, tra poco il mare si ritirerà e sulla spiaggia magica potranno scrivere una nuova storia.

3

così come la genesi del volume, che non vide mai la luce e che fu concepito come  libro propedeutico alla lettura per lettori principianti, è raccontata con efficacia nella postfazione, a firma di Philip Nel.

Ho usato, poco fa, l’aggettivo “semplice” per descrivere questa affascinante storia di Crockett Johnson, ma il termine, se non del tutto inesatto, è per lo meno fuorviante, così come un altro, usato dal già citato Nel: “astratto”. [3]

Il racconto di Johnson è più lineare che semplice, con la sua naturale concatenazione di azioni e cause, e sicuramente profondamente concreto, se con “astratto” si vuole intendere qualcosa che non ha relazione con il mondo concreto, sensibile, fattuale. Tutto quello che di straordinario e di “impossibile” in questo libro accade, dopo un brevissimo momento di stupore iniziale, infatti, come nella migliore tradizione dei libri per l’infanzia e la prima adolescenza, così come per quello che riguarda la narrativa fantastica pre-ottocentesca, viene semplicemente accettato dai protagonisti come un fatto reale; allo stesso modo, con eguale immediatezza, viene percepito dal lettore il quale, vuoi per la semplicità della scrittura di Johnson, vuoi per la potenza brutale del segno di questi (un segno che, vista la natura inedita dell’opera, si esprime attraverso la fresca e vitale brutalità propria dello schizzo, del non finito) si immedesima con incredibile facilità nell’atmosfera dell’opera, accettandone presupposti e svolgimento.

Soprattutto, Spiaggia Magica non è un’opera astratta in quanto il discorso intellettuale, che pure è presente, non prevarica quello artistico-narrativo.

Lo spiega bene lo stesso Johnson, ancora una volta citato da Nel:

Credo di aver restituito alla leggenda un po’ della sua purezza pre-cristiana facendo del Santo Graal una conchiglia di mollusco. Noterete che non ho usato quelle sciocchezze da cappa e spada di Mallory o de Troyes. Parsifal diventa in questa versione una coppia di tipici ragazzini americani e la terra desolata non è altro che un normale, vecchio litorale sabbioso. Vi dico tutto questo solo in caso voi pubblichiate il libro e qualcuno, forse un bibliotecario, vi scriva chiedendovi di cosa tratta. È una variazione su un tema poetico, una lezione di geografia fisica, un messaggio del Consiglio di Sicurezza e una gara di ortografia, tutti avvolti in un unico pacchetto.

4E proprio lo stratagemma di mascherare la propria storia sotto la forma di un racconto didattico (attraverso il “trucco” di scrivere sulla spiaggia, per far sì che i bambini imparassero a scrivere), allineandolo alla collana in cui si sarebbe dovuto inserire, presentandolo quindi sotto una forma innocua, permette all’autore di sprofondare la propria narrazione in territori cupi, inquietanti e, più che astratti, archetipici, in cui ogni cosa è simbolo del tutto, della categoria che va a rappresentare, in cui ogni albero è tutti gli alberi, senza perdere la propria, concreta specificità, e dove le parole sono gli oggetti che rappresentano, senza che questo legame possa permetterne il totale controllo.

I due bambini protagonisti del libro, Ann e Ben, si ritrovano a vivere una di quelle storie che erano solo abituati a leggere. L’approccio maschile di Ben, più pragmatico, più “maschile”, se vogliamo eccedere nella foga interpretativa (“Nulla accade realmente in una storia” disse Ben. “Le storie sono solo parole. E le parole sono solo lettere. E le lettere sono solo diversi tipi di segni”) si confronta e scontra con il maggiore, solipstistico, entusiasmo di Ann (“Se vuoi una conchiglia, devi solo scrivere la parola” disse Ann. “Non c’è bisogno di disturbare nessuno.”) [4] ma la narrazione, che prima subivano da lettori e che ora vivono da creatori, non è così facile da domare. La fantasia, in quanto tale, è una cosa che solo parzialmente risponde al nostro controllo e che può rivoltarcisi contro, (quasi) fatalmente.

L’opera venne rifiutata,  e la cosa non può destare stupore, visto quanto doveva sembrare distante dalle rassicuranti storie educative che sarebbero andate a comporre la serie [5] I Can Read dell’editore Harper & Brothers (oggi HarperCollins), committente del volume in questione.

Si ha l’impressione che Spiaggia magica venne rifiutato non perché non venne capito ma, anzi, perché non si sapeva come incasellarlo nelle rigide gabbie editoriali che la Harper proponeva e che sono state (e spesso sono ancora) uno degli ostacoli maggiori che gli editori che si dedicano alla letteratura per l’infanzia, in tutte le sue forme, pongono allo sviluppo di opere originali e non conformi .

Spiaggia magica è ed era un libro per bambini, ma anche di un libro per intellettuali, una fiaba morale, ma anche un (leggermente) angoscioso viaggio attraverso le possibilità e i pericoli dell’immaginazione. Di sicuro, se delle volontà educative emergevano dalle pagine di questo libro, quella di insegnare la lettura ai bambini in età scolare non era fra le prime.

Cito ancora dalla postfazione di Philip Nel:

Nel Reader’s Report per Harper and Brothers, Susan Carr (che sarebbe divenuta Hirschman) scrisse: “È un fiasco su tutta la linea. Non è divertente, non è seria e non è una graziosa combinazione delle due cose… Non riesco davvero a vedere alcun modo di riscrivere questa storia per far sì che abbia successo”. In conclusione, osservava Susan “Questo non è un libro la cui pubblicazione può seguire quella di Ellen’s Lion [1959]. È quasi impossibile credere che siano state scritte dallo stesso uomo”.

Ecco l’impossibilità di incasellare l’opera, di costringerla in soffocanti e deprimenti categorie editoriali che vedono nella parola “carino” l’imperativo di ogni prodotto destinato all’infanzia – e chi ha dei bimbi in età prescolare ed è costretto, volente nolente, al bombardamento di programmi come quelli del palinsesto delle reti dedicate alla prima infanzia, sa di cosa si sta parlando qui.

Quello che sarebbe dovuto diventare un classico della letteratura per l’infanzia non vide mai la luce, almeno nella forma pensata dal proprio autore [6]. L’edizione della orecchio acerbo editore, conforme a quella americana della Front Street, permette di recuperare questo capolavoro che di piccolo ha solo le dimensioni, nella forma abbozzata dall’autore.

Se posso ripetermi, leggetelo.

———-

[1] Poi ci sono recensioni con introduzioni troppo lunghe, come questa. Sia chiaro, io utilizzerò ogni strategia e ogni strumento da me precedentemente citati, anche quelli indicati con disprezzo.

[2] Si pensi solo, al poema The Waste Land di T.S Eliot, che ha imposto l’espressione, ormai idiomatica, “Aprile è il più crudele dei mesi”, o a quello che, ad oggi, resta uno dei migliori film di Terry Gilliam, La Leggenda del Re Pescatore,  con cui il volume di Johnson condivide l’ambientazione contemporanea.

[3] “Ispirato dalla leggenda del Re Pescatore, Dave [vero nome di Crockett Johnson] si ritrovò a scrivere non su Harold [personaggio dell’autore, protagonista della serie, pubblicata anche nel nostro paese Harold e la matita viola], bensì sullo smarrimento e sull’immaginazione, in quella che sarebbe diventata la storia più astratta, poetica e bella che avesse mai scritto fino ad allora: Spiaggia magica.” dalla postfazione di Philip Nel.

[4] Si distinguono così, anche due tipi di approccio alla lettura e di lettori, quelli che si immedesimano totalmente nell’opera, fin dalla prima pagina, sospendendo aprioristicamente ed entusiasticamente la propria incredulità e quelli che, come Ben, che se ne tengono invece a distanza, non confondono i piani, si compiacciono nell’illusione del controllo, diventando incapaci di sviluppare anticorpi quando il coinvolgimento, forse non auspicato ma segretamente desiderato, prende il sopravvento.

[5] Pur realizzati e/o illustrati da grandi autori, come Maurice Sendak (potete vedere il primo volume della serie QUI) e lo stesso Johnson, che dopo essersi visto rifiutare il suo spiaggia magica, realizzò, per lo stesso committente, un altro volume del suo Harold (lo trovate QUI).

[6] Johnson non rinunciò alla volontà di pubblicare il suo Spiaggia magica, ma continuò ad incontrare difficoltà. Racconta ancora Philip Nel:

Nell’aprile del 1962 […] Dave mise da parte Ellen per poter tornare ancora una volta su Spiaggia magica. Dopo averlo riscritto e abbreviato, decise che era “molto meglio del precedente” e inviò di nuovo il manoscritto a Ursula. Ann Jorgensen (ora Tobias), la lettrice presso Harper – che a quel tempo era già diventato Harper & Row- ritenne la storia troppo “deprimente” e complessa per essere adatta ai bambini. La stessa Ursula ammise: “In quanto adulta, adoro l’atmosfera della storia e la sua mestizia. Ma temiamo che non sia proprio un libro per bambini”. 

Spiaggia magica venne poi successivamente accettato e pubblicato, ma con un altro titolo, Castles in the sand, non più illustrato dall’autore ma da Betty Fraser. Una versione, quest’ultima, con cui non mi è stato possibile fare un confronto ma, guardando alcune illustrazioni della Fraser disponibili in rete, può sorgere il sospetto che l’approccio grafico fosse più rassicurante e meno “indipendentemente narrativo” rispetto a quello di Johnson.

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