Intervista a Jean Van Hamme

di Mikaël Demets
traduzione di Enrico Cicchetti

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Quali sceneggiatori ti hanno influenzato?

Sicuramente più Greg che Charlier. Ho sempre ammirato la maestria dello sceneggiare di Greg: prendere dei soggetti estremamente tenui, come quelli di Bernard Prince, che sono quelli che preferisco, e riuscire ad accattivarci grazie alla sua capacità di fare ‘rimbalzare’ la storia, di creare nuovi sviluppi dell’evento alla fine della pagina, cosa in cui Greg è indiscutibilmente esperto. Mi si paragona spesso a Charlier che invece non mi ha mai influenzato molto.
Contrariamente a Charlier non utilizzo mai troppa narrazione. Cerco di appoggiarmi di più all’immagine. Per me la sceneggiatura ideale non dovrebbe avere nessun testo. L’influenza del cinema mi è stata senza dubbio d’aiuto. Sono del tutto d’accordo con Hitchcock che considerava come inutile per il pubblico tutto ciò che era detto senza essere mostrato. In altre parole, fatico molto sui miei dialoghi; è normale che io cerchi di economizzare sulle parole.

Nel 1976, ti è stato presentato Grzegorz Rosinski, com’è successo?

Ho visto arrivare questo tipo che non spiccicava una parola in francese e gli ho fatto fare un piccolo compito: ho preso due pagine di una sceneggiatura di Michel Logan e gli ho chiesto di illustrarmeli per il mattino dopo. Quello che ha fatto non era troppo riuscito tecnicamente ma aveva un buon dinamismo. Mi sono detto che, incanalandolo, insegnandogli a inquadrare meglio i suoi personaggi, quel tipo sarebbe uscito dall’ordinario.
Siccome lavoravo regolarmente per Le Lombard, ho preso Rosinski per il collo e siamo andati a vedere Duchâteau, il capo redattore dell’epoca con cui avevo buone relazioni.
Il problema era che Rosinski non voleva disegnare ambientazioni moderne perchè non aveva documentazione e non gli piacevano. Dato che era slavo e io sono sempre stato sensibile alla cosiddetta cultura germanica, gli ho proposto un’avventura vichinga, vista in prospettiva mitologica.
All’inizio gli inviavo tutto per iscritto con enormi descrizioni e lettere di spiegazioni. Per fortuna gli slavi imparano presto le lingue straniere. Leggeva parola per parola e, questo è curioso, non faceva il minimo errore d’ortografia: scriveva lettera per lettera, tanto che nessun disegnatore francese vi farà, per disattenzione, così pochi errori.

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Come ti rappresenti il personaggio di Thorgal?

È un tipo quadrato, semplice, senza humor, che non chiede altro che restare con la sua cara ragazza e che viene sempre infastidito. È una serie romantica, nel senso “germanico” del termine, persino ingenua, ma indirizzata soprattutto ad un pubblico dai 14 ai 17 anni. Thorgal vive in un mondo e un’epoca dove le motivazioni sono poche: se non sei animato da desideri di potere, tutto sta nel preoccuparti di salvare la tua vita e quella dei tuoi cari.

Parlaci di Domino…

Domino è il cuore della mia carriera! È un peccato perché mi ci divertivo molto. Mi ero documentato sul linguaggio dell’epoca e cercavo di rispettare lo stile di Greg, che ammiravo molto. Purtroppo non mi sono inteso bene con Andre Cheret. Ad un certo punto ha interrotto la serie per due anni, poi abbiamo ripreso fino al quinto episodio. Ma in media abbiamo venduto 2000 esemplari a volume: come si dice, un vero e proprio flop!

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In origine la sceneggiatura di SOS Bonheur non era destinata a diventare un fumetto…

In effetti, avevo immaginato la serie per la televisione. Il progetto non funzionò e un giorno ne parlai con Philippe Vandooren, che si mostrò interessato a pubblicarlo su Spirou. È stato lui a farmi conoscere Griffo e abbiamo tentato quest’avventura insieme.

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Come hai incontrato William Vance?

Nel 1976, Greg mi aveva proposto di riprendere Bruno Brazil disegnato da Vance e quando ho rivisto Greg gliel’ho ricordato, ma a lui non tornava in mente. Del resto stava pensando di lasciar stare Bruno Brazil – ha dovuto farne altri dopo il ’76, ma poi s’è effettivamente fermato. Quindi non ho insistito perché non aveva molta importanza, ma è così che mi è venuta l’idea di lavorare con Vance.

Si è detto che XIII era stato ispirato da un romanzo di Ludlum, “La memoria nella pelle”, è vero?

Decisamente no. Ho preso l’idea dell’amnesia da Ludlum, perché è un’eccellente risorsa narrativa, che permette al lettore di essere sempre al passo con l’eroe, di scoprire le cose insieme, nello stesso momento. Poi c’è che l’eroe di Ludlum ha ugualmente una cifra tatuata sulla pelle, ma si tratta di un numero di conto in banca; e il suo eroe non è accusato, come XIII, di essere il nemico pubblico numero uno.
Il solo errore che credo di aver commesso, è stato far curare XIII da un medico alcolizzato, che ricorda troppo un personaggio del libro di Ludlum. Errore ancora più stupido perché non avevo bisogno che il mio medico fosse alcolizzato. Tutte le peripezie che invento dopo si allontanano radicalmente da “La memoria della pelle”. Ludlum non mi ha fornito altro che un punto di partenza, il resto non ha nessun rapporto.

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Come sono nati i romanzi Largo Winch?

All’inizio si trattava di un progetto per un fumetto con il personaggio di Largo Winch, nato da una conversazione con Greg in un ristorante di New York. Dovevamo fare un fumetto con un disegnatore americano per Tintin. Greg avrebbe provato a tradurre e vendere queste storie negli USA per aprire il mercato.
John Prentice, che era stato scelto per Largo Winch, abbandonò dopo poche pagine: si accorse che gli scenari erano troppo faticosi da realizzare.
Logicamente ho ritirato fuori quel personaggio quando ho iniziato il mio romanzo.
Siccome avevo conosciuto bene il mondo della finanza e del denaro all’estero, avevo pensato a un eroe miliardario; ma non essendo mai stato ricco non sapevo come fargli spendere i suoi soldi. I lettori e il mio entourage più vicino hanno preso in considerazione soprattutto le scene pornografiche che avevo inserito pensando che avrebbero fatto vendere. In edizione originale si sono comunque venduti 10’000 esemplari, che non è male per un romanzo, ma che non basta per camparci.
Oggi Largo Winch rivive in un fumetto edito da Dupuis, disegnato da Philippe Francq. Ho riutilizzato qualche parte del romanzo, ad eccezione di quella nelle Filippine poiché il contesto è cambiato ed era anche la meno bella.
Per la cronaca, inizialmente avevo contattato il disegnatore Alain Mounier di Grenoble, che mi era stato suggerito da Van Dooren, ma alla fine il suo segno non mi ha convinto e allora ho scelto Francq.

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Com’è nato il racconto “Il grande potere del Chninkel”?

Quel progetto è nato dalla voglia di Rosinski di disegnare una storia in bianco e nero. Ho contattato Casterman senza avere ancora un’idea precisa. Sapevamo solamente che si sarebbe trattato di un racconto isolato, che non richiedeva un seguito e che si sarebbe sviluppato in un universo simile a quello di Tolkien. Casterman si è mostrato interessato e mi sono messo all’opera.
Dopo un certo tempo, ho presentato loro una vaga sinossi, aspettandomi, presuntuosamente, che sarebbe stata sufficiente. Con mia grande sorpresa, Casterman l’ha trovata un po’ corta. Sono restato a bocca aperta quando mi hanno domandato quale sarebbe stata la lettura sociale di questa storia.
È passato ancora qualche mese e mi è venuta l’idea di raccontare una versione trasfigurata del Nuovo Testamento. Ci ho lavorato sopra per accorgermi rapidamente che un semplice ricalco non offriva grande interesse. Provai a guardare all’Antico Testamento quando ebbi la rivelazione della seguente teoria: Dio ha creato una moltitudine di universi abitati, e ha usato lo stesso metodo con ognuna delle popolazioni al fine di sottometterle alla sua autorità. In un primo momento, i popoli primitivi hanno un adorazione unilaterale per Dio. Ma le sue creature si allontanano da lui.
Allora le punisce infliggendo loro il diluvio e altre catastrofi spaventose. Le lascia macerare nel loro sconforto per alcune generazioni e semina l’idea che ci vorrebbe un Salvatore per ripagare gli errori commessi. Attraverso questo Salvatore il culto divino è ristabilito ma sotto il timore di un nuovo castigo, che era assente tra i primi uomini.

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