La redenzione del samurai di Recchioni & Accardi

La redenzione del samurai è una storia semplice e come diceva Karen Blixen: bisogna scrivere una storia semplice con la massima semplicità possibile. Nella semplicità di una storia ci sono già abbastanza complessità, ferocia e disperazione.

Questo è in sostanza La redenzione del samurai e, come tutti i fumetti che si distinguono, è capace di narrare qualcosa di complesso in maniera semplice. Dietro l’apparente linearità degli eventi, oltre le illustrazioni già definite “da cartolina”, si cela un lavoro così ben studiato da non essere, a prima vista, capito.

Essenzialmente La redenzione del samurai è una vera innovazione in casa Bonelli. Il duo Recchioni / Accardi mette in scena un manga riuscendolo a mascherare da classico fumetto italiano, rispettando, cioé, i classici cliché dell’editore milanese. Escludendo le varie citazioni cinefile o fumettistiche, che in questa sede non ci interessano, e andando oltre la lettura superficiale delle pagine, quello che risalta sono il ritmo e le pause. Due elementi chiave, inscindibili, così nella musica come nel fumetto, sopratutto in quello giapponese totalmente diverso dal nostro, per certi versi sincopato, che alterna scene d’azione o di dialogo a lunghe attese fatte di narrazioni per immagini che vogliono silenzi onomatopeici, soffi di vento e scrosci d’acqua. Cosicché i paesaggi minuziosamente disegnati da Accardi divengono non più semplice abbellimento, ma parte integrante e contenente di un racconto carico d’azione. Queste immagini rispecchiano esattamente la parola manga diventando quindi in movimento e narrando più dei dialoghi o delle didascalie stesse. Un concetto lontano dalla tipica storia bonelliana, lontanissimo dal suo tipico lettore, ma usato con dovizia e parsimonia dagli autori che dimostrano di saper padroneggiare il mezzo così tanto da mascherarlo.

Dopo la calma la tempesta si diceva e una buona storia deve essere piena di buone invenzioni le quali portano a tanti diversi effetti il cui scopo è quello di non far calare la concentrazione e le aspettative del lettore e una buona storia di samurai dev’essere colma d’azione. Le aspettative non vengono tradite, La redenzione del samurai sposa ottimamente le classiche dinamiche d’avventura bonelliane con i topoi del filone seinen giapponese, donando al consumatore esattamente quello che cerca: azione e coinvolgimento.
In realtà va pure oltre perché cerca di shoccare con alcune delle scene più sanguinose, truculente e feroci mai viste sulla pagine di una pubblicazione del genere.

La redenzione del samurai è infine una storia che conquista, perché fondamentalmente è un dramma maturo, carico di fardello morale e codici ferrei, che pone in conflitto l’allievo col maestro. Questa è la legna che alimenta il fuoco del racconto.

Di solito con certi fumetti ci si intrattiene, con altri si va oltre e ci si diletta. La redenzione del samurai fa decisamente parte della seconda categoria e può essere un fulmine a ciel sereno o rischiare di aprire un ciclo. Sicuramente il merito va tutto alla coppia Recchioni / Accardi, i cui nomi finalmente sono in copertina (dove tutti i nomi degli autori devono stare), nata come per incanto e sbocciata come sbocciano le storie.

Un omaggio degli autori a “Vagabond”

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39 risposte a “La redenzione del samurai di Recchioni & Accardi

  1. Bellissimo pezzo.
    Grazie da parte mia e di Andrea.
    Fa piacere vedere che iqualcuno è in grado di vedere l’architettura.

  2. Ecco, il discorso sulle pause è stata la prima cosa figa che abbia notato (nonostante non abbia ancora finito di leggere) e questa recensione è la prima che la fa notare.

  3. vediamo se ho capito.
    è una bella storia, pieno di dramma e di colpi di scena.
    ha un buon ritmo. ed è studiata nei dettagli. (accardi è bravo).
    ma soprattutto è importante perchè è il primo manga in bonelli.
    o qualcosa del genere.

    nessuna considerazione sul fatto che sia o meno originale? che sia o meno derivativa? che sia o meno già letta? siamo sicuri che la chiave manga/bonelli sia importante?
    e per cosa?

    andrea, ti leggo. spiegami. grazie.
    (devo ancora leggere la storia, in ogni caso).
    ciao.
    g.

  4. La storia è godibile, il disegno molto solido anche se io l’ho trovato un po’ freddino. Unica cosa, quelle risate da fumetto mi mettono sempre un’ansia addosso. Sai come quando fai una battuta così così e una tipa che hai appena conosciuto si sbellica, e tu pensi “questa battuta non era così buona… ok, ora smetti di ridere per favore… smetti… sta diventando una crisi isterica, qualcuno la aiuti” e ti allontani facendo finta di niente. Ecco quelle due vignette di grasse risate mi hanno fatto venire voglia di allontarmi facendo finta di niente. Il resto ci sta dentro. Ah, non c’entra niente ma lo scrivo qui perché l’ho notato particolarmente in questo albo: il lettering dei bonelli è troppo grosso, qualcuno glielo dica per favore. Lasciate un po’ di spazio attorno al testo, soffoca.

  5. Marco Pellitteri

    Vidi i disegni di Andrea Accardi a casa sua lo scorso marzo (lo intervistai insieme a una docente giapponese, per motivi di ricerca suoi e miei); stava lavorando alle tavole di questo fumetto. Rimasi stupito dalla loro eleganza.
    Spero di poter leggere la storia, recuperandola al mio rientro in Italia. Dalle poche tavole viste non so ovviamente nulla né della storia né della modalità di racconto complessiva. Ma sono ottimista.

  6. ahimé, ho letto la storia ed ecco il mio ^sigh^!

    http://sighcomics.blogspot.it/2012/11/le-storie-2-la-redenzione-del-samurai.html

    riporto qui:
    Un samurai tradisce i suoi obblighi.
    E sparisce. Lo fa per buone ragioni.
    Poi torna. E con il suo allievo sistema le cose.
    Nel mezzo, un vecchio che non è quel che sembra.
    Una grande cura, ma tutto qui. Nessuna emozione.
    La forma è vuoto, il vuoto è forma.
    Via come il vento.

  7. ciao guglielmo/^sigh^ comics, mi fa piacere sapere che ci leggi, anche io seguo il tuo blog, dopo che purtroppo hai deciso di chiudere l’altro. Mi fa piacere leggere anche i commenti degli altri.
    A presto!

  8. ciao andrea.
    mi piacerebbe però che approfondissi il tuo punto di vista. mi interessa. davvero.
    ciao.
    g.

  9. guglielmo, quello che avevo da dire riguardo alla storia l’ho detto fino in fondo, è tutto li, davvero.

  10. La forma E’ il contenuto.
    Tutto qua.

  11. rrobe… magari fosse così semplice.
    magari. a volte una bella forma non contiene nulla.
    g.

  12. Puro pensiero occidentale.

  13. a me, mi parli di pensiero occidentale/orientale?!
    questo è interessante. mi colpisce davvero.
    studio e pratico la filosifia orientale da anni. mi piace molto quella frase.
    “puro pensiero occidentale”.
    a volte guardiamo il dito e non la luna.
    però, roberto, io capisco la tua posizione e il tuo “impegno”.
    anche la tua cura nella storia. e quella di andrea. qualcosa che non avevi ancora fatto, così. non ne dubito. quindi sono con te quando dici che è il tuo miglior lavoro.
    adesso, aspetto solo che tu abbia davvero qualcosa da raccontare.
    che di roba derivativa anche basta. e te lo dico con grande rispetto.
    si può fare?
    g.

  14. C’è più contenuto ne “la redenzione del samurai” che in tonnellate di pseudo menate intellettuali di fumetti moderni. Contiene buona parte della filosofia del Bushido, cioè onore, umiltà, sacrificio… Messaggi che, come leggo dai commenti, oggigiorno interessano sempre meno, soprattutto gli occidentali, ma non è che per questo diventano meno importanti.
    Si fotta la trama, è solo un mezzo per esprimere un messaggio, e ne “la redenzione” di messaggi ce ne sono a pacchi, per chi li vuole leggere.

  15. VERO.
    a molti non interessano più quelle parole: onore, umiltà, sacrificio.
    ma per chi ha letto o visto le storie “originali” da cui questa storia DERIVA, quelle cose non solo sono state assorbire, ma vissute sulla pelle.
    pensa alla pregnanza di contenuto di lone wolf and cube, che roberto giustamente ama molto. un esempio fulgido di come contenuto e forma si incontrino in modo magistrale.
    poi, certo, riutilizziamo quei concetti, mettiamoli in un prodotto bonelli.
    bello. ma qualche guizzo in più di originalità, di emozione, di vita, sarebbe stato bello leggerlo.
    ne parlo da persona delusa.
    ma ne riparlerò.
    g.

  16. Obi, sei nel posto sbagliato.

  17. C’è anche una differenza di impegno e dedizione e senso dell’onore e sacrificio. Se fai 28 volumi da 300 pagine con continui riferimenti storici, 50 sottotrame, e a un certo punto mandi un uomo che cammina con i demoni a prendere dei mandarini in un mare in tempesta non racconti il Bushido, sei un Bushi.

  18. Quando sento la parola contenuto mi prudono le mani

  19. @ giorgio: verissimo. ma ognuno ha una vita da raccontare. ognuno è il busho della propria vita. :)
    oh, sgombriamo il campo: mi ha coinvolto di più l’imperfetta storia di barbato che la perfetta storia di recchioni. ri-intendiamoci: non è neppure un fatto di fumetto alto o basso. di impegnato o no. di “pseudo menate intellettuali di fumetti moderni” come dice obi.
    smettiamola di pensare per contrapposizioni! questo si è molto occidentale.

    @ andrea: non usiamo quella parola. diciamo allora che è un fumetto formalmente impeccabile che non mi trasmette nulla.
    g.

  20. Chris Ware è formalmente impeccabile. Questo è un fumetto onesto, ben disegnato, con un buon ritmo. Una paio di ammiccamenti al lettore che a me allontanano, le risate eccessive sono forse solo una mia particolare idiosincrasia, ma mi fanno l’effetto dello stanco conduttore di avanspettacolo che chiede l’applauso. Quella cosa del boia non sono riuscito a leggerla tutta, da metà in poi l’ho sfogliata sbuffando. E che questo sia il primo manga in bonelli, cosa sicuramente vera, mi impressiona poco.
    Io credo che il rispetto del lavoro degli autori e degli editori stia nel leggere i fumetti tutti allo stesso modo. Non mi interessa niente se sei in tutte le edicole o solo nel banchetto della self area di fianco al mio. Hai fatto un’opera che può essere letta, io la giudico in base a tutte le mie letture pregresse. Credo che questo sia l’atteggiamento condiviso di chi frequenta Conversazioni, non ci sono contrapposizioni pregiudiziali. A ognuno poi piacciono cose anche molto diverse, ma nessuno parla di roba che non ha letto. A parte Solinas, a volte. :)

  21. Però a me piace parlare di cose che non ho letto, non ho visto, non conosco e non esistono. Infatti sto per fondare “Conversazioni sulla fuffa”

  22. Io non so leggere, quindi il torello Trinchero con me ha campo facile, chiaramente.
    Non ho letto il fumetto ma, in ogni caso, in generale, sottoscrivo il commento che se una cosa è già stata fatta prima, a livello di contenuto, gloriarsi perché è la prima volta che viene fatta in Italia è quantomeno sospetto. E in questo senso, sempre in generale, appoggio la voglia di contenuti di Guglielmo.

  23. Si legge in fretta, troppo in fretta, e alla fine c’è un senso di vuoto, che non è vuoto zen. Pare l’ultima cifra stilistica dell’autore, chiamiamola se volete ricerca, ma anche un difetto, eccesso di sicurezza intellettuale, buttar via camuffato da sintesi. Dipende da quanto si vuole essere compiacenti o oggettivi o severi. Di certo, l’autorevolezza acquisita anche a colpi di polemiche web pare aver intimidito la critica. Vedo citare Karen Blixen per spiegare-giustificare l’eccesso di semplicità e lo trovo un eccesso di indulgenza. Apprezzo la ricerca di stile-contenuto, ma il risultato mi pare ancora acerbo, forse anche perchè analizzo l’opera e non tutto il circo che gli sta intorno, le possibile rimostranze. E’ un’opinione. La forma-contenuto? Pensiero occidentale/orientale/laterale? Naa, lasciamo perdere…

  24. Guglielmo: questa storia non DERIVA da niente.
    Questa storia appartiene a un genere: il chambara. Come Tex appartiene al western.
    Ci sono luoghi topici e tematiche di rigore per ogni genere.
    Punto.

  25. Per Antonio, che non ha letto ma sente di dire la sua: ma chi si gloria di cosa?
    Io di aver fatto un manga? Forse è meglio se leggi.

  26. Per FrencH: “l’autorevolezza acquisita anche a colpi di polemiche sul web”.
    E io che pensavo che una roba come 10.000 pagine pubblicate contasse qualcosa. Che idiota che sono.

  27. Rrobe, se leggi il commento, parlavo in generale, non di te.
    Pensavo che fosse chiaro, specificando che il Samurai non l’ho letto.

  28. Allora scusa, Antonio.

  29. Figurati, nessun problema. Felice che non si sia creato un equivoco.

  30. Voglio capire una cosa e fare quindi una domanda: si può affermare che il ritmo nei manga è regolare, mentre nel fumetto “occidentale” si può parlare di ritmo sincopato???? Il Ritmo nel fumetto… potrebbe essere materiale per un interessante articolo…. prendendo in consideraziona i vari “generi” di fumetto e singoli Autori(penso a Munoz e Sampayo).

  31. @alessandro: http://conversazionisulfumetto.wordpress.com/2012/05/14/io-non-faccio-graphic-novel-io-faccio-fumetto-intervista-a-paolo-parisi/ Da un’occhiata a questa intervista che ho fatto a Paolo Parisi riguardo il suo “Coltrane”…Nella sezione centrale, discutiamo di beat, respiro e poliritmia nel fumetto…Sampayo e Munoz sono un ottimo esempio di fumetto “sincopato” (Sampayo è un esperto di linguaggio jazz). Oltre al ciclo di Sinner, nell’antologia di racconti “Nel Bar” si può apprezzare l’intreccio ritmico, il contrappunto narrativo/stilistico (pause, riprese, refrain, overture etc etc). Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Non credo però che il ritmo dei manga sia sempre lineare…Ma non sono un grande esperto…

  32. Per Tonio… grazie vado subito a leggere!!!! Ho il libro di Parisi, che ho trovato molto interessante… mooollto jazz! “Nel Bar” si nota, infatti, quello che è tipico del jazz: si alterna il ruolo del solista con lo “sfondo”… veri e propri assoli!!! Mi interessa il ruolo del ritmo nel fumetto perchè sono un appassionato di jazz.. Consiglio a tutti il volume “Assoli di china” di Massarutto per i tipi di Stampa Alternativa..

  33. @ alessandro: la tua domanda mi sembra un po’ ingenua.
    com’è possibile parlare di “ritmo regolare” nei manga? manga vuol dire solo “fumetto” in giapponese!
    per avere un esempio in negativo di quello che hai detto (ritmo regolare) basta prendere l’inarrivabile black jack di tezuka per vedere in quali e quanti modi diversi tezuka lavora sul ritmo.
    ciao!
    g.

  34. Trovo ad esempio impareggiabile in quanto a ritmo e costruzione Kamimura Kazuo…Black Jack è un buon esempio di come si possa variare/scomporre un pattern molto semplice….

  35. taniguchi è un altro che lavora magistralmente sul ritmo.
    g.

  36. Manga non è solo “fumetto” in giappone.. è la maniera di fare fumetti in Giappone… ci sono differenze, per quanto riguarda ad esempio il formato, la composizione della pagina… il fatto che la Storia segue gli stati d’animo del personaggio più che la semplice linearietà delle azioni che va dal punto A(l’inizio) al punto Z(il finale). Detto questo concordo con il fatto che anche i fumetti si sono globalizzati e che l’unica differenza è tra fumetti ben fatti e fumetti mediocri. Rimane comunque la mia curiosità a proposito del Ritmo nel Fumetto!!!!!

  37. http://www.guardareleggere.net/

    daniele barbieri ha parlato diverse volte del ritmo a proposito di fumetti.
    g.

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