Intervista a Dylan Horrocks

articolo di Daniela Odri Mazza
traduzione di Graziano Pedrocchi 

Quando ho letto Hicksville per la prima volta, mi sono innamorata immediatamente dell’atmosfera di questo graphic novel. E’ stato come immergermi in una sorta di grande viaggio sentimentale nel mondo del fumetto, a tutto tondo, che mi ha offerto, tavola dopo tavola, il paesaggio vivo di una lettura a differenti piani di interpretazioni, abitato da molte interessanti suggestioni, sentimenti forti, opinioni chiare: c’è l’amore – vero, puro – per questo linguaggio, la disapprovazione – dura, spietata – verso le cose che guastano l’autenticità di quest’arte ma anche – soprattutto – la persistente ed estrema fiducia e fedeltà a questo medium e al suo potenziale.

E’ questa “fede” che mi ha spinto a raggiungere Dylan Horrocks e chiedergli almeno qualcuna delle questioni che mi erano venute in mente leggendo Hicksville, con la segreta speranza che in fondo questo posto esistesse realmente anche se – lo confesso – questo non ho avuto il coraggio di dirglielo.

La prima domanda che vorrei rivolgerti riguarda un tema portante di Hicksville, e cioè la “mappa”, la mappatura e la descrizione del mondo. Cosa ti affascina così tanto da rendere questo tema onnipresente nel tuo graphic novel, nella traccia principale del racconto come nelle sottotracce che ne compongono la storia? Cosa ne pensi del fumetto e dei fumettisti come “creatori di mondi, di universi”?

Ho sempre amato le mappe, soprattutto immaginarie, tipo quelle che si trovano nelle storie e nei giochi di genere fantasy. Quando stavo scrivendo Hicksville ero molto interessato al dualismo narrativo fra spazio e tempo: la geografia contrapposta alla storia. Tutto questo ha alimentato Hicksville e io ho cominciato a pensare alle storie (comics, novels, romanzi storici) come un modo per mappare dei mondi, reali o immaginari che fossero. Le mappe sono più o meno sempre fittizie. La mappa non è mai un luogo vero, ma la sua rappresentazione; quindi è una semplificazione, una simulazione, un modello artificiale. Un modo di descrivere questo o quel paesaggio. La storia di un particolare luogo.
I fumetti sono “mappe” particolarmente interessanti in quanto si possono utilizzare immagini, diagrammi, parole. I fumetti possono descrivere un paesaggio (nel tempo o nello spazio) in modi molto complessi e al contempo interessanti. Molti cartoonist ci hanno giocato sopra (alcuni intenzionalmente, altri volutamente): Chris Ware è un esempio calzante.

A questo proposito, raccontami di Emil Kopel, il fumettista di Cornucopia (se non sbaglio è anche il protagonista di una serie di prossima uscita, “Atlas” nata come spin-off di Hicksville)

Emil Kopen (disegnatore immaginario, uno dei personaggi principali di Hicksville, in seguito protagonista di Atlas) appare solo brevemente in Hicksville; è entrato di forza nella storia quando avevo appena cominciato a pensare a temi non centrali della trama di Hicksville, temi che secondo me persero di importanza col passare del tempo. Ho utilizzato Kopen per esplorare alcune idee sulle mappe e sulla relazione fra luogo e narrazione, fra spazio e tempo, fra geografia e storia. Stavo cominciando a stancarmi di tutta quell’attenzione che si dava al concetto di “racconto” o “narrazione” quando qualcuno parlava di fumetti. A quell’epoca, molti critici e gli stessi cartoonist erano molto inclini a considerare il fumetto come “medium narrativo”, quasi fosse un esempio di visual art.

Questa enfasi nelle interviste, nelle discussioni, negli articoli, si percepiva soprattutto quando una storia a fumetti raccontava una bella vicenda e la raccontava bene. Io però sentivo che tutto ciò era indirizzato solo verso una piccola parte di quello che i fumetti possono fare e possono dire. Quindi, parzialmente, reagivo contro quell’atteggiamento.
Stavo anche diventando sospettoso a proposito del mio stesso modo di lavorare. Mi era diventato oltremodo faticoso scrivere storie a fumetti, mi facevo distrarre dalla non-fiction e da altri generi artistici e narrativi. Fu l’inizio di un lungo periodo in cui avevo perso la mia fede per la fiction e la narrazione. Potrei paragonarlo a una crisi religiosa. Cominciai a percepire le storie a fumetti soprattutto come bugie e che, malgrado spesso ben fatte, seducenti, persuasive, esse ci ingannano perché ci raccontano un mondo che non esiste. I fumetti ci incantano e ci catturano, e questo potere può essere usato per indurci a credere a molte cose che poi si rivelano false e, in ultima analisi, pericolose.

Ad esempio, io penso che il fascismo sia, in un certo senso, una collezione di racconti; presenta una sua versione della storia e una sua narrativa sul mondo che ci circonda, su eroi e nemici, su cosa è bene e cosa è male; una storia costruita su valori coerenti solo con il mondo immaginario che descrive. Molti politici fanno la stessa cosa; la politica è, per certi versi, una forma d’arte che si basa su immaginazione e retorica, metafore e miti. Romanzi, poemi, fumetti, film –tutte le storie che raccontiamo a noi stessi- hanno il potere di dar forma al mondo che noi vediamo. E hanno un solo sistema per farlo: mentire.

Quando tratteggiavo Kopen ero quindi nel periodo in cui preferivo raccontare lo spazio più che il tempo, e stavo cominciando ad esplorare tutti quei dubbi. Mi chiedevo se avrei potuto considerare il fumetto come un insieme di mappe invece che di storie: un modo per creare spazi immaginari piuttosto che cercare di portare avanti una narrazione. Dopo la pubblicazione di Hicksville mi dedicai di nuovo a Kopen e cominciai a scrivere e a disegnare Atlas, che tratta questi argomenti più in profondità. Ho riempito quasi duecento pagine e poi l’ho messo da parte. Ma ancora adesso sono convinto che, un giorno, lo finirò.
Kopen non è soltanto un disegnatore e un cartografo, è anche un mago. Capisce che le storie sono qualcosa di magico, degli incantesimi. Non ci raccontano un mondo reale, ma ci incantano, ci portano in ambientazioni immaginarie che hanno il potere di trasformare noi e quindi trasformare il mondo.
Molte delle cose che ho scritto e disegnato negli ultimi anni esplorano i pericoli, i piaceri e i dilemmi morali sul modo di usare quel potere da parte del cartoonist.

Tornando alla struttura di Hicksville, ci racconti, attraverso i differenti livelli di interpretazione, un pò tutto quello che gira intorno al mondo del fumetto: dagli artisti ai giornalisti ai critici fino alle dinamiche del business ( in particolare del sistema editoriale statunitense) in un interessante mix di realtà e finzione (compresa l’utile appendice al volume intitolata Glossario e note). Ho letto che alcuni hanno descritto il tuo come una specie di “mokumentary” (sta per falso documentario, a scopo di fiction). Ti ci ritrovi in questa descrizione? E che ne pensi invece del graphic journalism, che è veramente molto popolare di questi tempi, cioè dei fumetti che documentano la realtà?

Non penso che Hicksville sia un falso documentario, ma l’idea mi fa sorridere.
Non ho neanche mai pensato che fosse una descrizione veritiera della storia del fumetto; volevo invece esplorare uno scenario immaginario della storia del fumetto –e infatti ci infilo anche una storia inventata sulla Nuova Zelanda (il capitano Cook e Hone Heke non si sono mai incontrati, visto che sono vissuti in epoche diverse). Hicksville è pieno di questi finti scenari e storie inventate –specialmente gli utopistici sogni ad occhi aperti. A me piace un po’ di utopia: aiuta ad esplorare quello che noi vorremmo fosse il mondo, a liberare noi stessi dal pensiero che “le cose devono andare per forza in questo modo”. Hicksville parla dell’ignoto e dell’irrealizzato, creando un ambiente nuovo che proviene dal mondo onirico, dai desideri e dai sogni ad occhi aperti.
Il graphic journalism fa qualcosa di molto diverso –direi quasi l’opposto. I cartoonist come Joe Sacco attaccano rigorosa e robusta conversazione con la realtà così com’è. E’ ovvio che poi i loro fumetti (che sono soprattutto racconti) risultino, per certi versi, di genere fiction. Ma la loro fiction deriva dalla loro (spero) onesta e attenta volontà di raccontare il vero, che è molto diverso da quanto ho fatto io in Hicksville. Nutro il massimo rispetto per il graphic journalism –per ogni tipo di giornalismo, in effetti. Credo che parecchi dei più importanti comics degli ultimi 20 anni siano da far rientrare nel genere graphic journalism. Ma non credo che questo tipo di storie a fumetti “raccontino la realtà”; piuttosto essi “conversano con essa”, certo in un modo affascinante e potente.

Mi è piaciuto anche il richiamo alla Storia del fumetto, che vive dentro Hicksville. Nel graphic novel infatti parli di un sapere segreto di Hicksville, un sapere nel senso di una conoscenza, custodita e tramandata e Kupe, (il personaggio che è il guardiano di questo segreto) ad un certo punto è molto esplicito nell’affermare la questione problematica dell’esistenza di una storia pubblica (del fumetto) scritta solo dai vincitori e delle molte storie che sono perse nella memoria (nonostante stiamo parlando di un medium relativamente giovane).

La storia del fumetto con la quale sono cresciuto era più che altro basata sulle opinioni dei fan –la gran parte di questi erano maschi americani che negli anni 60 e 70, da teenager, erano rimasti affascinati dai comics. Quindi parlavano bene soltanto dei generi, degli artisti e dei temi che li appassionavano maggiormente. Negli ultimi dieci anni, il fumetto è diventato più diversificato e aperto perché ha contaminato i generi e gli stili, ma soprattutto perché molti artisti li hanno pubblicati. E’ un periodo molto appassionante.
Hai focalizzato un punto interessante. In Hicksville vengono esplorate due vicende: la storia del fumetto e la storia della Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda è una colonia e la nostra storia è spesso stata scritta dai colonizzatori. In Hicksville, la sequenza in cui Cook e Hone Heke tentano di capire dove la Nuova Zelanda sia segnata sulla mappa rappresenta davvero quello che è successo nella storiografia neozelandese attraverso le generazioni: i Pakeha (i discendenti degli Europei) e i Maori hanno lottato per ridefinire la storia di quella terra secondo i diversi punti di vista e con differenti ordini del giorno. Le dispute vertevano sull’argomento “da dove veniamo”, ma nella maggior parte dei casi l’argomento è stato “dove stiamo andando”.
Come il giornalismo può esser definito “un dialogo con il reale”, la storia è “un dialogo con il passato”. Hicksville è in parte un tentativo di capire cosa potrebbe succedere se permettiamo che questo dialogo includa l’immaginario: sogni, capricci, possibilità e desideri.

Se tu potessi scegliere, quali sono i fumetti di oggi che vorresti passassero assolutamente alle generazioni future? Pensi che internet e le pubblicazioni online accresceranno il potenziale di questo medium o comunque trasformeranno la gestione della memoria storica del fumetto dando opportunità e visibilità a storie che che altrimenti avrebbero potuto non essere mai raccontate?

Tutti. Dai vincitori dei premi letterari agli allegati usa-e-getta da quattro soldi; dai capolavori dei cartoonist più famosi agli schizzi –inediti e grezzi- nei diari degli studenti. Tutto ciò è fumetto; tutto ciò rappresenta indistintamente questo mezzo di comunicazione e ognuno di quegli schizzi o capolavori potrebbe essere in grado di cambiare il modo di intendere il mondo.
O nessuno di loro. Tra un miliardo di anni non ci saranno più. Non sto a preoccuparmene.

Credo che internet ci dia molte nuove e inedite opportunità in parecchie situazioni. E’ impossibile farne un riassunto. Abbiamo appena cominciato a grattare la superficie di qualcosa che certamente cambierà il genere umano, per non parlare dei comics; e mi limito a parlare dei soli fumetti. Ovviamente, parto dal presupposto che noi stessi non porteremo la nostra civiltà al collasso.
Una cosa che ho già notato è l’esplosione di nuove e varie voci che utilizzano il fumetto per esplorare ogni genere di argomento, trovando anche un pubblico che nessuno si sarebbe aspettato.
In realtà, stiamo vivendo un’età d’oro del fumetto.

Come artista, hai provato la difficoltà di avere a che fare con un lavoro che sentivi non ti rappresentasse (ne parli nell’introduzione a questo volume (2010) e attraverso il personaggio di Sam Zabel, un’altro abitante di Hicksville, alle prese con la sua striscia “Pickle” – che prende il nome da un tuo progetto seriale tra l’altro – e il difficile rapporto col suo editore). Qual’è la tua via personale per riconciliare l’arte il successo e il lato commerciale del tuo lavoro?

Si potrebbe pensare che l’autore di Hicksville non avrebbe mai dovuto fare l’errore di lavorare per un grosso editore di comics, ma evidentemente sono più stupido dei miei personaggi. Per 4 anni ho scritto fumetti per la DC e benché mi sia divertito in molte occasioni –e quindi ne è valsa la pena- questa esperienza mi ha quasi distrutto come cartoonist. Ho scoperto che non sono quel tipo di scrittore che può scrivere qualunque cosa per denaro. Qualcuno potrebbe accettare questa sfida e utilizzarla per tirar fuori delle grandi storie. Ho molto rispetto per questi autori, ma ho capito che io non sono uno di loro.
Personalmente sono convinto che per riconciliare arte e affari sia utile mettere l’arte al primo posto e mantenere il più a lungo possibile la propria indipendenza. Io ho davvero bisogno di lavorare su una cosa mia piuttosto che realizzare storie per denaro. E questo vale soprattutto per le grandi case editrici; lavorare per quei ragazzi significa cedere a molti compromessi morali e questo per me è insopportabile.
Il risultato è che sono economicamente più povero ma sono dannatamente più felice.

Una curiosità: c’è una battuta veramente sarcastica a proposito della critica fumettistica quando, nella storia, Grace, un’altra degli abitanti di Hicksville, incontra per la prima volta il giornalista Leonard Batts, che si è perso nelle campagne e non riesce ad arrivare in paese (vedi vignetta).
Che ne pensi dell’informazione a proposito del fumetto? Qual’è il ruolo della critica oggi? 

Grace è stata ironica, ovviamente. È l’unico personaggio di Hicksville che ha un atteggiamento scettico a proposito dei fumetti.
Mi piace leggere commenti intelligenti e interessanti sul fumetto. Quelli che amo di più sono sia informativi (mi raccontano qualcosa sulla storia del fumetto che io non conosco), sia esplorativi (cercano di scavare a fondo per trovare nuovi punti di vista o comprendere certi aspetti del fumetto e/o della vita). C’è un sacco di roba buona in giro che si occupa di questi due “mondi” e di certo internet ha fatto la sua parte. Al momento mi piace leggere Tom Spurgeon, Jeet Heer, Heidi McDonald e David Brothers (fra i tanti che preferisco), ma amo anche le distaccate, imprevedibili, affascinanti discussioni che talvolta nascono spontaneamente su twitter, in cui interviene ogni genere di persone (dai famosi cartoonist ai fan teenager), discutendo con inaspettata perspicacia per poi sfumare via.
Non mi interessa la critica come modo per stabilire se un fumetto è “bello” o “brutto”. Davvero non mi attrae; sono più interessato a riflettere sul fumetto in generale, piuttosto che a decidere quale di loro merita un premio.

Non posso concludere quest’intervista tralasciando una delle cose che resta nella memoria tutti i lettori di Hicksville: la serie di bellissime citazioni dei grandi maestri del fumetto, che aprono ogni capitolo. La prima che mi viene in mente è quella di Jack Kirby “I fumetti ti spezzeranno il cuore” ma è quella di Will Eisner che mi ha fatto più riflettere: “Quando qualcuno mi chiede cosa mi ha portato al fumetto, riesco a pensare solo una parola: fame. Leggere oggi questa frase mi fa pensare a un chiaro segno del cambiamento dei tempi…che ne pensi? 

Certo, le cose sono cambiate di brutto –almeno dagli anni 90 quando stavo scrivendo Hicksville. Ai giorni nostri la grande industria del fumetto è diventata l’ombra di se stessa rispetto a quello che era, mentre il mondo “alternativo” dei graphic novel a fumetti e dell’arte personale un po’ eccentrica, particolare, è cresciuta sempre di più fino a diventare parte significativa dell’intero panorama culturale e letterario. Oggi ci sono nuove sfide, naturalmente; e l’ammonimento di Kirby (ripreso e condiviso anche da Charles Schulz come da altri cartoonist) è ancora basilare per gli artisti giovani che sognano il loro primo graphic novel.
I comics sono cambiati enormemente, ma l’arte è ancora un business pericoloso. State attenti là fuori, gente…

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3 risposte a “Intervista a Dylan Horrocks

  1. Pingback: L’occhio nella stanza | La lentezza delle Lumache

  2. l’ho appena finito di leggere, mi sono chiesto fino alla fine come risolvesse la cosa e mi ha sorpreso molto! Bella storia, bel finale e bell’utopia. Credo ci sia una piccola Hicksville nei cuori di tutti i fumettofili

  3. Pingback: Treviso Comic Book Festival 2012: appunti visivi | Conversazioni sul Fumetto

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