La scarpa slacciata. Ricordando Sergio Toppi

di Tonio Troiani

Sergio Toppi ci ha lasciato.  È stato una presenza imprescindibile nell’infanzia di tutti noi, lettori di fumetti. E non solo. Il Giornalino – per citare la più “popolare” tra le riviste con cui ha collaborato – ha ospitato incessantemente i suoi racconti. Pur non appartenendo alla generazione che ha goduto a pieno del suo genio, l’ho incontrato proprio tra quelle pagine, che spesso conservavano l’odore di incenso di cui era ormai dannatamente impregnata la sacrestia e l’intera canonica della chiesa del mio paesino.

Mi faccio trasportare dalla memoria, pertanto sarò impreciso: volutamente e nostalgicamente impreciso. Erano i primi anni Novanta, e Toppi firmava questo breve racconto ambientato in Serbia forse, o in Croazia, oppure in Kosovo. Non ricordo bene di che cosa parlava, ricordavo il dramma del cecchino e dei soldati protagonisti. Quel dramma che poteva restare senza parole, magnificamente ritratto dal segno e dal cesello del Maestro.

Eppure, da piccolo odiavo Toppi. Odiavo il suo segno, quasi una violenta  irruzione del reale in un mondo di carta, che volevo restasse tale. Il suo iperrealismo, la sua cura maniacale per il dettaglio, per il decoro, per la costruzione e la progettazione della tavola. Ma, soprattutto odiavo i suoi colori, che a volte tradivano questo stesso realismo. Non lo capivo…lo sfogliavo con noia, sperando di trovare al di là un racconto di Cavazzano.

Crescendo, però, incominciai a guardare quelle tavole con sempre più curiosità. Credevo fosse quasi umanamente possibile sostenere una qualità continua, senza sbavature, zeppe, imprecisioni. Per me, Toppi divenne, allora, la quintessenza del virtuosismo intelligente: priva di qualsiasi audacia meramente muscolare, ma, invece, totalmente affine alla certosina dedizione di un disegnatore di icone.

Come un moderno demiurgo, Toppi era l’incarnazione archetipica dell’artista medievale: padrone di una formatività incessante e continua. Toppi per me non aveva volto e non l’ha avuto per parecchio tempo. Era i suoi disegni, simili agli immensi portali della Cattedrali gotiche. Creatore di mondi, esploratore incessante: un moderno Salgari, che chiuso nel suo studio con lo sguardo abbracciava orizzonti remoti e lontani: dalle sorgenti del Nilo al Messico, dalla Polinesia sino nel cuore più nero dell’Africa, trascendendo secoli e decenni per farsi contemporaneo agli uomini di cui narrava le sorti.

Lo scorso marzo l’ho incontrato a Bologna. Non l’ho avvicinato: mi sono limitato ad osservarlo, come facevo come le sue illustrazioni e i suoi fumetti da ormai una ventina d’anni. Mi era così sorprendentemente familiare. Lo guardavo arrancare, con il suo ormai inseparabile bastone, ostinato nel voler dedicare un attimo ad ogni libro esposto in Sala Borsa. Uno sguardo attento, un giudizio silenzioso e una chiacchiera a mezza voce. Un frammento anacronistico di un’altra epoca, intessuta di discrezione e passione: mai gridata, umile e sincera, di chi non ha bisogna di giustificare le proprie opere con elaborate teorie estetiche.

Poi, un particolare: una scarpa slacciata. Preso dai libri, dai ragazzi, dai fumetti: dalle passioni di una vita, ma forse anche impossibilitato, continuò ad aggirarsi con quel simbolo di umana debolezza sino al suo congedo. E sul mio volto si stampò un sorriso enorme: quanta tenerezza per quell’uomo che un tempo odiavo e che la bellezza delle sue tavole mi ha costretto, invece, ad ammirare.

Grazie ancora Maestro.

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6 risposte a “La scarpa slacciata. Ricordando Sergio Toppi

  1. salvatore pezone

    Quet’ uomo non poteva essere descritto meglio. Ricordo una permanenza a Lucca, tanti anni fa, per la fiera del fumetto, a dormire la sera in una ‘locanda’ senza riscaldamento e con un catino e una brocca d’ acqua soltanto per lavarsi alla mattina (era l’ ’81, non il 1911 !!!).Un giorno, lungo la via più affollata della città, rimasi incantato da una quadretto dell’ ottocento, l’ unico arredo nella vetrina di una merceria. Era bellissimo. E di tutta quella gente che passava nessuno che si fermasse a guardarlo, nessuno con cui condividere quell’ attimo di splendore.
    Il giorno dopo nessuno ancora, davanti a quella vetrina, ma ecco un signore robusto fermo lì davanti, attento. Guardò il quadretto a lungo.
    Era Sergio Toppi.
    Grazie anche da parte mia, Maestro.
    salvatore pezone

  2. Bellissimo ricordo…Grazie Salvatore :)

  3. Pingback: Sergio Toppi: genio e regolatezza - Nostalgia armata : Nostalgia armata

  4. Pingback: “Per favore, non chiamatemi maestro”: Sergio Toppi | Conversazioni sul Fumetto

  5. Ogni volta che vedo i suoi disegni, le sue illustrazioni, resto sbalordita. Hanno la capacità di parlare attraverso quei segni neri, duri ed espressivi che come te odiavo da piccola! Ricordo che sfogliavo con noia le sue storie sul Giornalino non trovando attraenti i suoi disegni per andare a leggere Fra Tino all’ultima pagina! Che bellezza riguardarli oggi e apprezzarli! Ad un anno dalla sua morte continuo a ringraziarlo. Ciao
    Anna Maria

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