Intervistando Jaime Hernandez

traduzione di smoky man

Intervista a opera di Brian Heater e apparsa originariamente in quattro parti su The Daily Cross Hatch nel Novembre 2010.

Girando per manifestazioni come la Small Press Expo (SPX) è facile dare per scontato la presenza di talenti, persino di uno del livello di Jamie Hernandez. Da qualsiasi parte ci si volti, c’è uno stand con qualcosa di meraviglioso: una sensazione davvero travolgente.
Mentre attendo allo stand della Fantagraphics che Hernandez completi la fila delle persone in coda prima di concludere la sua sessione di firme e sketch, rimango semplicemente a guardare e aspetto. E per tutto il tempo che continua a disegnare, sono come trasfigurato.

L’autore disegnerà qualcosa per ciascuno dei fan in fila. Propone due tipi di sketch dal costo differente: uno sketch veloce eseguito con la facilità con cui un giocatore di baseball autografa una sua card e uno più costoso, a matita, un’esecuzione molto più misurata, esattamente il tipo di disegno che ci si aspetta da un artista come Hernandez che sembra non disegnare mai una linea a caso.
È facile perdere simili eventi nel mezzo del turbinio di una convention di fumetti. Ed è un peccato. Sono un’opportunità unica per poter osservare un Maestro nel proprio mezzo espressivo, un autore ancora in gran forma dopo tanti anni sulla scena (si potrebbe persino dire più in forma che mai), che esercita la propria Arte di fronte ai tuoi occhi. Quali altri campi offrono una simile possibilità?

Ancora preso dalla forza di quel momento, dopo aver sceso le scale e aver trovato un angolo tranquillo al piano inferiore del North Bethesda Mariott Hotel, non posso evitare d’iniziare la mia conversazione con Hernandez chiedendogli proprio di quello di cui sono stato testimone poco prima.

È divertente guardarti mentre fai sketch, in particolare quelli “veloci”. È un po’ come vedere un trapezista esibirsi senza rete.

[risate] Grazie. È quasi una questione di memoria automatica per gli sketch veloci fatti col pennarello.
Devo ammettere che è un disegno standard, visto che devo farlo velocemente [risate].
A volte mi piacerebbe disegnare personaggi privi di anatomia, o che l’anatomia non avesse un ruolo nelle cose che faccio. Quando disegno anatomia nei fumetti, devo prima fare degli schizzi, fino a che è tutto corretto, e poi inizio a inchiostrare. Ma, durante le convention, molte persone pensano che prenda una matita in mano e parta in quarta.
Beh, io ho bisogno che ci sia uno scheletro sotto [risate].

Ma con gli sketch “veloci” ci vai diretto, giusto?

Sì, ma non sono le cose più corrette dal punto di vista anatomico. Ecco perché faccio gli altri sketch a matita. Perché la matita nasconde gli errori [risate]. Non posso usare direttamente l’inchiostro. Non sono così sicuro nel disegnare un viso senza perlomeno fare una traccia a matita prima.

Hai disegnato quel personaggio per quasi 30 anni ed è ancora possibile che tu possa fare errori?

Sicuro! Non ho la mano più ferma del mondo. Non sono mai stato capace di mettermi al cavalletto e iniziare semplicemente a buttar giù dei tratti disegnando una figura umana dall’anatomia perfetta. Ovviamente posso farlo per cose che non hanno grande importanza. Ma con gli esseri umani… la gente sa riconoscerli!

Specialmente se si tratta di Maggie, che la gente riconosce istantaneamente.

Esatto. E per questo tutto deve essere al posto giusto. Gli occhi rispetto al naso, la lunghezza del naso con la bocca, con il mento. Ed è un po’ un tirare a indovinare, se sto facendo uno sketch per qualcuno [risate]. Spero di non disegnare la bocca troppo in basso o di non fare gli occhi storti.
C’è una cosa sui disegnatori… l’ho notata anche nei migliori. Se sei mancino gli occhi possono uscirti non allineati. L’occhio destro sarà più storto, e la guancia più paffuta da quel lato. La nostra vista funziona così. Per questo, quando sto facendo lo schizzo di un volto, lo metto al contrario e lo guardo controluce. In questo modo riesco a vedere facilmente gli errori. Se guardi in modo diretto non riesci a notarli perché i tuoi occhi non sono “allenati”.

Il cervello non riesce a processarli.

Sì. Ma basta girare il foglio, e subito pensi “accidenti, è completamente storto!”. Ma ho notato che per i disegnatori destrorsi succede l’opposto. Loro sbagliano nell’altro alto.

Non sei migliorato nel cercare di compensare questi errori?

Non senza fare uno schizzo ed essere sicuro che sia corretto prima di andare avanti e completare il disegno. Una cosa che faccio per velocizzare… ad esempio, quando sto facendo degli sketch per i fan, quando sto facendo quelli più dettagliati a matita, disegno per primo l’occhio sinistro. E poi disegno il naso. E il naso mi aiuterà a “centrare” l’occhio destro. Così risulterà al posto giusto.
Quando disegno direttamente i due occhi, la maggior parte delle volte il naso e la bocca iniziano ad essere un po’ spostati, non sono direttamente sotto. Forse è solo il mio cervello che funziona così [risate] ma, diverse volte, ho visto che accade anche ad altri disegnatori.

Ricordo che crescendo ho preso molti libri dalla biblioteca, del tipo “impara a disegnare”, ad esempio quelli di Hanna Barbera.

Sì.

Penso che la maggior parte dei bambini sono portati, in qualche modo, a “decalcare”. Quando eri piccolo a casa tua giravano molti fumetti?

Sì. Sì. Di tutti i tipi. Funny animal, fumetti per ragazzi, supereroi… di tutti i tipi. È divertente ma non riuscivo a capire perché l’orso Yoghi dovesse avere uno “scheletro”. Si tratta di animazione, e hai a che fare con disegni multipli dello stesso soggetto, per questo hai bisogno di uno “scheletro”. Perciò, quando disegni un’immagine di quel personaggio, tutte le parti, per simulare il movimento, nei frame successivi devono avere le stesse esatte dimensioni.
Quando lo faccio in un fumetto, quando disegno un funny animal ad esempio, non importa quanto sarà grande la sua testa nel frame successivo [risate]. Ma l’animazione è una scienza esatta. Non li invidio per niente [risate].

Da piccolo eri un grande “decalcatore”? Come hai iniziato a disegnare?

In un certo senso. Ho iniziato copiando. Credo che fossi piuttosto bravo. Crescendo, ho pensato che copiare fosse una cosa brutta, perché così non eri un vero disegnatore. Ma non era vero, perché ho scoperto che quando copiavo qualcosa poi potevo disegnarlo per il resto della mia vita.
Ad esempio, copiavo una macchina o un carro o un certo tipo di sedia. Se la copiavo, potevo dire, “oh, hey, mi è riuscita piuttosto bene e… so come disegnarla per i prossimi vent’anni.”
Odio fare ricerche. Copiare può aiutare, ma non lo faccio. È qualcosa di psicologico. Fare ricerche e trovare dei riferimenti, per me, è come togliermi un dente. Potrei avere dieci libri da consultare per  trovare un’immagine di riferimento ma non mi ci avvicino nemmeno. È solo una cosa che non faccio. È solo più difficile.

Usi i tuoi lavori precedenti come riferimento?

Se mi serve. Se devo disegnare un flashback. Ad esempio, “questo è successo negli anni ’80 quando Maggie stava iniziando ad ingrassare”. In questo caso, vado a vedere come si vestiva, quale era il suo taglio di capelli. Cose così. Ma la maggior parte è solo per recuperare delle informazioni. Ossia, “okay, Maggie sta parlando di dove era vent’anni fa. Dove era vent’anni fa? Ho le giuste informazioni? Aveva sei o cinque fratelli?”.

Ma la maggior parte delle informazioni le hai semplicemente nella tua testa, no?

Sì, la maggior parte. E ho commesso degli errori che fortunatamente sono stato in grado di trasformare in meglio.

Puoi fare un esempio?

C’è questa nuova storia che è appena uscita nel Volume Tre dei nuovi episodi di Love & Rockets, “Brown Town”, in cui compare Calvin, il fratello di Maggie. Si scopre alla fine. Ed è il risultato di un errore. Visto che i personaggi stavano invecchiando, volevo far vedere come fosse la famiglia di Maggie. Lei ha dei fratelli di cui non avevo mai parlato. Così ho creato la sua famiglia.
C’è la sorella Esther, che avevo già mostrato diverse volte. Ma c’erano anche questi fratelli che non erano mai apparsi, e che erano sempre esistiti in un angolo della mia testa.

E non ne avevi mai accennato.

Esattamente. Così le ho dato tre fratelli. Sono in cinque nella sua famiglia. Beh, un giorno stavo rileggendo il numero sette e qualcuno dice che nella sua famiglia sono in sei. E mi sono detto, “oh!”. Così, incidentalmente, uno dei suoi fratelli dice che un fratello se ne era andato di casa, era la “pecora nera” della famiglia, un piantagrane. Se ne è andato giovanissimo, ed è per questo che nella famiglia di Maggie sono solo in cinque [risate].
La cosa è solamente accennata, è solo per la mia serenità personale. Non so se qualcuno l’abbia notato.

C’è sempre qualcuno che se ne accorge.

[risate] Sì! E così ho creato questo personaggio: in un angolo della mia testa, Maggie aveva un fratello che se ne era andato di casa. Così l’ho inserito nella storia. E ha funzionato perfettamente. E come se fossi stato spinto a creare questo personaggio per sistemare il fatto che in precedenza non esisteva.


Eri preoccupato che qualcuno avrebbe notato questa inesattezza nella storia dei tuoi personaggi o è una cosa importante soprattutto per te che tutti gli elementi siano coerenti nel loro contesto narrativo?

Lo faccio soprattutto per me. Spero sia una cosa che faccia piacere anche ai fan. Se a loro non importa, va bene comunque. Ma è utile per me nel mettere la cronologia degli eventi nella giusta prospettiva, mi aiuta a capire il mio mondo meglio, se ogni cosa è al posto giusto. Se ho sbagliato, farò una nuova storia per rimediare. A volte queste si sono rivelate come alcune delle miei lavori migliori.

Sembra, in un certo senso, che “definisci” il tuo mondo via via che procedi…

Sì, assolutamente.

Di recente hai detto, in un’intervista che Maggie era “nata per essere grassa.”

[risate]

Non era una cosa che avevi pianificato fin dall’inizio, no?

Oh, no, no. Non era affatto pianificato. Non mi ricordo la vera ragione perché ho cominciato a farla ingrassare. Forse è stato perché, in quel periodo, stavo disegnando, dei personaggi più “rotondeggianti”…

Lei ha dovuto soffrire per la tua Arte.

[risate]. Sì. E così quando le ho dato “maggior peso” – senza giochi di parole – il suo personaggio è diventato semplicemente più rotondo. Era un personaggio così ricco che mi sono detto, “ora è arrivata”. La sua personalità non è stata del tutto sviluppata fino a quel momento.

Pensavi che le mancasse qualcosa?

No. In quel periodo, non lo sapevo. Era qualcosa di cui non ero consapevole neppure io, al tempo. C’era dell’altro di lei da capire, da scoprire. Maggie è semplicemente diventata un personaggio più complesso. Ho solo cercato di renderla più reale.

È per questo che sei tornato a lavorare sul personaggio? La storia non era ancora stata finita?

Sì. Maggie ha molto di più rispetto agli altri personaggi, per me. Mi piacciono gli altri personaggi ma ritorno sempre a lavorare su Maggie e alla gioia di creare la sua vita. C’è qualcosa nel suo personaggio che mi da sempre un gran piacere così come lo scoprire dove sta andando e chi è davvero.

Quanto tempo hai impiegato per capire che Maggie era il tuo “strumento” d’elezione?

Lo è stata sin dall’inizio. Avevo pianificato d’avere un personaggio principale intorno al quale girasse tutto, anche se lei non fosse stata presente nella storia. Ma volevo anche una “spalla” ecco perché c’è Hopey, perché volevo i miei Batman e Robin, la mia Betty e Veronica. Avevo necessità che i personaggi interagissero tra loro. Ma volevo che Maggie fosse il personaggio al centro di tutto.

Sapevi che i due personaggi principali sarebbero state due donne?

Prima di iniziare Love & Rockets, no. Sapevo che ci sarebbero stati dei personaggi di supporto, ma mi piaceva l’idea di un legame di amicizia, perché un personaggio si sviluppa meglio quando hai qualcosa con cui farlo interagire. Se ci fossero state sempre e solo le opinioni di Maggie, sarebbe stato un po’ come se pontificasse, come se lei fosse l’unica ad avere delle cose da dire.

Avevi la sensazione che, usando un solo personaggio, la tua voce risultasse troppo veicolata soltanto attraverso lei?

Sì. E avevo bisogno di qualcuno che discutesse con lei, avevo bisogno di qualcuno che la riportasse a terra, se stava sbagliando. Se ci fosse stata solo lei, credo che leggendo sarebbe sembrato quasi come se stessi predicando, invece avendo dei punti di vista differenti, tutto andava meglio. Chiunque poteva avere ragione, chiunque poteva avere torto.

Di sicuro ti diverti ancora a disegnarla e a scrivere di lei, ma ti piace ancora parlare di lei con la gente?

Di Maggie? Sicuro, sì. A volte mi fanno le stesse domande. Mi fanno le stesse domanda da 25 anni, ma comunque, sì. E per quando possa sembrare sciocco, per me sono delle persone vere, e a volte parlo di lei come se fosse un’amica, un’amica che ho visto la settimana scorsa, o che conosco, ma che non vedo da due anni e di cui mi chiedo che cosa stia combinando.

Un po’ ti manca, quando è fuori dalla tua vita.

Sì, assolutamente.

È uscito di recente il volume “The Art of Jamie Hernandez“, che ruolo hai avuto nella sua realizzazione?

Piuttosto importante. L’autore Todd Hignite voleva fortemente che fossi coinvolto perché il libro parla di me e non voleva che ci fosse solo il suo punto di vista. Voleva mostrare le mie origini, la mia evoluzione. Sentirlo direttamente dalla fonte era il modo migliore. Voleva saperlo dall’interno, sapere come ero, cose così. Per me è divertentissimo parlare di quando avevo cinque anni e disegnavo fumetti.

Perché sono bei ricordi?

Sì. Perché era divertente. Faceva tutto parte del processo di apprendimento. Per me, oggi Love & Rockets è tutto; quando avevo cinque o sei anni fare un fumetto su Batman era esattamente la stessa cosa. Fa tutto parte del cammino che mi ha portato fino a qui. Ed è tutto una magia per me. L’ho acchiappata quando avevo cinque anni, non lo so se lo sto facendo ancora, ma è lì.

Ti sorprende che la gente sia interessata a tutti i dettagli che ci sono dietro, che vogliano vedere le matite preparatorie, le linee e gli errori?

A questo punto, no. Credo sia perché è una cosa importante per me. Quando me lo chiedono è una cosa eccitante perché sento che anche chi chiede è interessato, mostra il mio stesso interesse. Molte persone mi fanno domande sulla mia tecnica. Per me non è una cosa emozionante come lo spirito che mi animava quando avevo cinque anni, fare fumetti e vivere la vita e le cose, immerso in quel mondo. Per me quella è l’anima del processo creativo. È molto più eccitante che parlare di tecnica dell’inchiostrazione perché, per me, il procedimento effettivo di disegno e inchiostrazione serve allo scopo di raccontare una storia.

Sembra che questa parte ti sia sempre venuta naturale.

Beh, ci ho messo un bel po’ di tempo [risate].

Sei sempre stato il più bravo in disegno nella tua classe?

Sì, sì. Di tanto in tanto, saltava fuori un ragazzino che si candidava e la mia reazione era del tipo “aspetta un attimo, credevo d’essere io il più bravo”.

Erano i tuoi fratelli quel “ragazzino”?

Sono sicuro che lo fossero nelle loro rispettive classi.

C’era competizione tra di voi?

No, perché sapevo quale era il mio posto, ero il quarto tra sei fratelli, cinque maschi e mia sorella. E sapevo che Mario era il più grande, e per questo era quello che disegnava meglio. Poi c’erano Gilbert e Richie. E infine c’ero io. Ero un po’ in “seconda fascia”. Ne ero consapevole. Sapevo che non ero bravo come loro.


Sei più interessato a parlare di quando eri un ragazzino interessato all’Arte, piuttosto che a parlare di tecnica. Stavo per chiederti se hai mai insegnato o sei mai stato interessato a farlo, ma credo, che per insegnare, occorra scendere in profondità in termini di tecnica e di aspetti simili.

Esatto. È molto difficile per me quando la gente mi chiede di parlare o di fare un esempio di come creo una tavola: come la imposto, cose simili. Non è facile per me. Ci sono persone che insegnano e persone che fanno. Io faccio. Non lo so come accade, esce semplicemente da me, succede così. Dopo un po’, ci penso e mi dico, “oh, questo è il modo di fare le cose.” Ma non posso stare in una classe e spiegare agli studenti come farlo.

Questa consapevolezza ti aiuta come artista?

Si, credo di sì. Ma mi sono sempre fidato della mia capacità di tirar fuori le cose e… funziona. Non voglio combatterla, perché temo di rovinarla e che possa cambiare, o che il mio segno non risulti più così “distintivo”. Preferisco lasciare tutto nelle mani degli dei.

Le Muse.

Sì, sì. Non mi faccio domande. Se funziona, funziona. Se non funzionasse, ci penserei sopra.

Prima hai detto che sei, in un certo qual modo, grato al tuo stile realistico. Sei interessato a qualcosa di più “astratto”? Magari di maggiormente “cartoon”?

Sì, ma credo che non mi riesca naturale modificare il mio stile. Vorrebbe dire forzarlo, e penso che una parte di me abbia paura che se lo forzassi il risultato non sarebbe altrettanto valido. Come ho detto, fidarmi del mio istinto è un modo migliore di fare, perché si è sempre rivelato un successo.

Ma per te la sfida è importante, no?

Sì, ma preferisco modi diversi dal… reinventare me stesso. C’è una cosa che non capisco quando si parla di artisti e si dice “l’ha fatto di nuovo. Si è reinventato.” Ma allora quello che aveva fatto prima non era vero? Quello era il “vero” artista? O lo era la versione precedente e lui non voleva essere più come prima? È una cosa che non ho mai capito. In parte è pigrizia, in parte è timore di fallire [risate]. Non ho paura ad ammetterlo.

Sei un nome così noto ora che una tua caduta la noterebbe chiunque.
[risate] Sì! E penso di essere arrivato ad uno stile con cui mi trovo bene e che funziona per qualsiasi cosa disegni.

Quando stavi crescendo il tuo stile era più simile a quello dei tuoi fratelli rispetto ad oggi?

È difficile dirlo, perché era il disegno di un ragazzino. I nostri stili sono diversi, perché io riconosco un disegno di Mario da quello di Gilbert. Ma ci sono persone che non distinguono un mio disegno da quello di Gilbert. Che alla prima lettura dei miei lavori mi dicevano: “mi piace molto il tuo personaggio, Luba”. E io, “beh, è di mio fratello Gilbert”. E loro: “oh, davvero?” Per loro erano la stessa cosa.

È come riuscire a distinguere una canzone di McCartney da una di Lennon.

Esatto. [risate] Esattamente così.

É una domanda che ti fanno ancora i nuovi lettori dei tuoi fumetti?

Sì, questa è la cosa incredibile. C’è un sacco di gente che mi si avvicina e dice: “sento parlare dei tuoi fumetti da 20 anni e ora ho iniziato a leggerli.” Credo sia una cosa incredibile.

Si tratta principalmente di persone adulte?

Sì, sì. E poi ci sono persone cresciute con i miei fumetti che li passano ai loro figli, ed è una cosa grandiosa. Prendo quello che viene [risate]. Molti non iniziano a leggerli perché ci sono un sacco di storie. Ci fanno questa lamentala ogni volta: “da dove iniziare? Come inizio?”
Alla Fantagraphics ci hanno pensato parecchio e hanno pubblicato le storie in raccolte accessibili in modo che si possa iniziare con una qualsiasi.

Come la “La zuppa di crepacuore”…

Esatto. E ci sono molte persone che stanno prendendo le raccolte dei primi numeri. Non so bene cosa stiano cercando ma spero che non restino delusi da quelle prime storie che sono un po’ una “trappola” con i loro elementi di fantascienza.

Sono un po’ delle “trappole”?

Non so come voglia chiamarle, ma l’elemento fantascientifico potrebbe farlo credere.

“Trappole”, direi che erano un “sostegno”.

Va bene, non erano “trappole” [risate]. Ma è come dire, “mi avevano detto che scrivevano storie su gente normale”, e quell’aspetto potrebbe deluderli.

Era piuttosto un qualcosa di sintomatico di come fossi tu in quel periodo?

Esatto, ma poi sono andato avanti. Era un mio interesse e sono andato in quella direzione. Non me ne pento.

È interessante che indichi i tuoi fumetti più realistici perché sembra, in un certo senso, che ti sia mosso in un’altra direzione con i tuoi lavori supereroistici.

Esatto. [risate].

È una cosa legata a quando avevi cinque anni e disegnavi storie di Batman?

Sicuro. Sono di nuovo bambino. Inoltre è come guardare a dove sono arrivati ora i fumetti di supereroi. Sono cresciuto negli anni ’60 e li ho visti evolversi e non evolvere.

O de-evolere.

Sì. [risate]. Per una volta voglio far vedere come vanno fatti. E quest’ultima storia di Ti-Girl l’ho fatta per questa ragione. Per una volta voglio solo divertirmi e non preoccuparmi di essere troppo serio. Inoltre è una opportunità per dire: “questo è il modo in cui penso si debbano fare i fumetti di supereroi.”

E come dovrebbe essere fatti i fumetti di supereroi?

A mio parere i supereroi non dovrebbero far parte del mondo reale. Ci sono delle cose che non funzionano.


Non eri un fan del film “Il Cavaliere Oscuro”?

No quelli vanno bene, perché li percepisco ancora come prodotti di fantasia. Appaiono dei delinquenti che ti derubano e vanno nei vicoli a contare i soldi. Criminali vecchia scuola. Cose così. Per me quando i supereroi vengono portati troppo dentro il mondo reale, perdono di fascino. Mi piacciono davvero i supereroi. Credo che dovrei precisare che mi piacciono i supereroi, con le loro regole. Non con le nostre. Credo che sia stato un bene quando Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko hanno cambiato le regole. Hanno fatto una gran cosa ma… per me hanno creato un mostro. Credo che le cose dovrebbero andare secondo il proprio set di regole. È successo come se noi fossimo gli intrusi, e non loro.
È come quello che dico alla fine della storia di Ti-Girl, quando Maggie dice che aveva sempre avuto la sensazione che Penny fosse stata ritagliata da un fumetto e messa sulla Terra, ma uno dei personaggi le risponde, “sì, ma in questa situazione, quella falsa sei tu.”. E Maggie replica, “sì, credo abbia ragione.” Perciò era Maggie l’intruso visitatore del loro mondo.

Perché collegare questi due mondi allora? Perché rendere Maggie parte di un mondo di supereroi?

Perché credo lo sia sempre stata. Volevo semplicemente un estraneo che ribaltasse le cose. Come ho detto, era Maggie quella proveniente da un mondo alieno, e non i supereroi. E lei stava agendo secondo le proprie regole. Ecco perché, nella storia, si comporta da pazza. Non riesce a capire cosa stia succedendo. È molto strano. Perché non riusciamo a leggere il fumetto? Le pagine sono bianche. Beh, Maggie poteva vederle, perché non stava giocando seguendo le loro regole.

C’è stato un momento in cui hai pensato che avresti fatto dei fumetti di Batman?

No. Quando siamo diventati, credo, se vuoi chiamarci così, dei “professionisti”, ci era passata. Ovviamente da bambino volevo. Ma non ho mai pensato davvero che potesse succedere, perchè era una cosa troppo estranea alla realtà della mia piccola cittadina. Sarei dovuto andare a New York, usare pennino e inchiostro, disegnare su carta appropriata [risate]. Era davvero al di là della nostra cittadina.

Ma hai continuato a pensare che potevi diventare un disegnatore professionista.

Ricordo che speravo… Ricordo che, quando io e Gilbert collaboravamo a dalle fanzine per dei piccoli editori, un tipo nella sua camera ci aveva detto: “ci piacerebbe che la gente ci spedisse i suoi lavori”, una cosa così. Noi volevamo solo essere pubblicati. Sapevamo che non era un gran momento, ma era divertente essere lì fuori, anche se in piccola scala.
Allo stesso tempo avevamo delle storie da raccontare, e speravamo che un giorno saremmo stati pubblicati. Ma non trattenevamo il respiro, perché non sapevamo come funzionassero le cose.

Non c’erano molti spazi per quel genere di storie, al tempo.

Inoltre non con conoscevamo altre persone del mondo del fumetto. C’erano solo i miei fratelli nel nostro mondo [risate]. Ci domandavamo “come facciamo?”, e la risposta era “credo che non lo faremo”. Crescendo non ci siamo più preoccupati di conformarci. Volevamo fare i fumetti nel modo in cui noi volevamo farli, ed è così che è nato Love & Rockets.

Hai dei figli?

Sì, lei ha 12 anni.

In un certo senso hai avuto il piacere della scoperta un’altra volta? Lei legge fumetti?

Al punto che le piace Little Lulu. È interessata soprattutto ai graphic novel per ragazze. Le piacciono ad esempio Hope Larson e Cecil Castellucci, autrice di Plain Janes. Le piacciono questo tipo di fumetti, al momento. Ma continuo a comprarle le ristampe di Little Lulu, e le piace Nancy. Cose così. Mi piace portarla verso le cose un po’ strambe, tipo: “ehi, se pensi che Little Lulu sia divertente, aspetta di leggere Nancy! Ti farà impazzire! È roba fuori dal mondo!” [risate].

Disegna?

Disegna per lei. Abbiamo disegnato un fumetto insieme, in cui io facevo una vignetta e lei quella seguente, in risposta alla mia. È stato uno scambio. Ma non su larga scala. Per una qualche ragione, mi sono reso conto presto di non voler invadere la sua immaginazione, perché ricordo di quanto fosse libera la mia, quando ero piccolo, e quando qualcuno cercava di invaderla, mi sentivo perso. Mi scombussolavano cose come: “ah, fai dei piccoli fumetti. Disegni delle insegne per negozi?” e avrei volute ribattere “che diavolo c’entra con i fumetti?” Una cosa che mi terrorizzava. Non è la stessa cosa. E sapendo come fosse stato difficile per me, allora la lascio stare.

È mai stata a qualche convention?

È stata a San Diego una o due volte. Ci andrà l’anno prossimo, perché farà 13 anni e credo che sia l’età perfetta per perdersi in tutte quelle cose che adora, come Harry Potter e cose simili. Ama Neil Gaiman, i suoi romanzi. Anche se non ha letto Sandman ma le piace Coraline e simili. E San Diego è tutto un mondo. Le darò la paghetta e le dirò, “vai in giro e divertiti!”

Questa tua riscoperta dei supereroi può essere un effetto dell’avere un figlio piccolo? Voler riscoprire quello che avevi amato all’inizio..

Non ci ho mai pensato. Umm, no… Penso che quello che mi ha portato a fare un fumetto supereroico è principalmente il fatto che avevo disseminato degli elementi nascosti di quel tipo nel mondo di Maggie e Hopey.

L’avevi fatto consapevolmente?

L’ho fatto perché era divertente. E poi le cose hanno iniziato a intrecciarsi tra loro. Ho iniziato a dirmi “aspetta, la vicina di Maggie è probabilmente una supereroina che si nasconde dietro un’identità segreta.” Così Maggie e Hopey la spiano. E le cose hanno iniziato a evolversi e a stabilire delle connessioni. E allora ho pensato: “beh, ho tutti questi elementi sparsi, mettiamoli insieme e diamo loro un senso.”
È iniziato tutto con Penny Century che nel primissimo numero dice: “Voglio essere un supereroe”. E ho pensato, beh, cosa c’è di meglio per presentare questo personaggio che vuole essere un supereroe… farà impazzire la comunità dei supereroi e una volta ottenuti i poteri, è fatta. Voi siete tutti in pericolo! Così devono unirsi tutti insieme per fermarla, perché sono consapevoli di quale minaccia rappresenti, visto che è pazza [risate].
Così ho pensato fosse una cosa divertente da fare, mettere il mondo dei supereroi fianco a fianco con quello reale, fino a che quello supereroico prevale.

Continuerà a esistere?

Quando mi sentirò. Credo di aver dato tutto me stesso in questo lavoro. Sono davvero contento d’aver trattato un sacco di cose. Ma non si può mai dire che cosa accadrà tra cinque anni.

Hai finito le idee?

Su questo tema specifico. È dovuto a come ho gestito i personaggi. Ci sono un paio di numeri con un personaggio, poi la storia finisce. Non credo di rifarlo prima di cinque anni. Credo d’aver finito con loro, ma non sono necessariamente morti per cui li posso usare in una seconda occasione [risate].
È come quando trascorri una settimana con un amico e poi ci si saluta con un “ci vediamo”.
Hai passato questa breve avventura con loro, poi ti lasciano e vanno via a vivere le loro vite e non li rivedi per due anni.

È come andare a una convention.

Esatto. Una cosa simile. È questo il modo in cui uso i personaggi. E ho fatto lo stesso con la storia di supereroi. Ovviamente ho milioni di idee per ognuno di loro, ma non ho così tanta testa e tempo per mettere le cose in ordine, cosi la maggior parte del tempo rimangono in attesa in un angolo del cervello per cinque anni, fino a che sono pronto.

3 risposte a “Intervistando Jaime Hernandez

  1. Il suo disegno di Wonder Woman mi piace molto, ma ammetto di conoscere poco questo artista.

  2. devi recuparare paolo! e per quello ne riparliamo prossimamente!

  3. non c’è mai abbastanza Jaime!
    Ho davvero gradito questa intervista.
    continuo ad aspettare vengano pubblicati in italia i suoi fumetti ancora inediti.

    sp

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