Makkox: Se Muori Siamo Pari, l’intervista

di Daniela Odri Mazza

“Se muori siamo pari” è un albo dal formato agile ma dal contenuto molto intenso. E’ uno dei tre volumi in uscita del prolifico Marco ‘Makkox’ Dambrosio (uscirà solo a metà dicembre per Bao Publishing, ma lo abbiamo visto in anteprima a Narnia Fumetto e in varie presentazioni dell’autore).

Quando l’ho preso tra le mani (ebbene si, anche dedicato con un bel disegnino) ho pensato che era più o meno dai tempi di ( non me ne vogliate) “Iodio” dei Bluvertigo (si parliamo di musica, e si era il1995) che non mi interessavo a qualcosa che mi parlasse così spudoratamente dell’odio. Dell’odio senza se e senza ma, e neanche forse. Crudo, senza buonismi, senza strati incellofanati protettivi, asettici.

L’odio sembra un argomento piuttosto scomodo in effetti.

Wikipedia (sempre che possa continuare a leggerla) mi dice che l’odio è un sentimento umano. Ok, ciò mi rassicura, perché in fondo ci si sente un pò in torto solo a parlarne…E poi dice che ha qualcosa a che vedere con un certo senso di “giustizia” da rivendicare, o meglio con la consapevolezza di un torto subìto.

Da parte mia dico subito che è difficile restare indifferenti mentre si legge questo libro.
L’ho scelto perché sempre più spesso chiedo al mondo qualsiasi cosa meno che l’indifferenza. E pretendo storie che mi scuotano dentro. Guardiamolo in faccia questo odio.

Chiedo a Makkox, di parlarmi di come e perché si scrive un libro che picchia così duro.


- Guardavo alla struttura del libro: sono sei storie, apparse in precedenza sulla rivista Animals. Perché hai deciso di metterle insieme?

L’uscita su rivista l’ho sempre considerato un giro di prova abbastanza volatile, per le storie. Ma questo non vale per me e da oggi: un po’ accade ed è accaduto per altri narratori che hanno pubblicato racconti su periodici e che poi li hanno raccolti successivamente in volumi di antologie o addirittura collegati tra loro in unico romanzo.
Una rivista come Animals è stata una mano santa per me. Mi ha spinto a produrre, a tirarmi fuori roba da dentro, e le sono grato, ma, come per le storie raccolte ne Ladolescenza, apparse anche quelle su Animals, le avrei sentite un po’ gettate a mare se non le avessi composte in un unicum, materiale e narrativo, che avesse un proprio perché, una propria solidità e persistenza. Così stavolta ho selezionato quelle storie che avevano quella qualità odiosa, più che odiante, che m’aveva smosso, o prendeva forma, da quel mucchio di scheletri che ho in fondo all’anima.
E poi realizzare il volume è una scusa per scriverci in mezzo delle cose, che io, si sa, vorrei tanto essere riconosciuto come scrittore puro, ma Faletti mi fa da tappo.

- Ogni storia, ogni capitolo – se così posso dire – è preceduto da un breve testo introduttivo, una narrazione che le completa e che soprattutto scopre una parte di te, un nervo sensibile, aprendo uno scorcio prettamente biografico e intimo, specie quando parli della tua famiglia o del tuo essere credente. Da cosa nasce l’esigenza di spogliare l’anima al tuo pubblico in modo così diretto?

Prima che denudarsi in pubblico, mettere per iscritto queste intimità crude e crudeli, oneste, appunto: nude, è come spogliarsi di fronte a uno specchio. Serve a mettere un punto, a riconoscersi, a prendere le misure a se stessi e partire da lì. Non è un gesto che ti liberi come una confessione, la confessione non libera da nulla, forse solo dal peso delle menzogne che ci si racconta per anni in merito a certe questioni dolorose e irrisolte, ma non so dirtelo con certezza, st’ultima cosa è pura ipotesi, sono sempre stato onesto con me stesso senza eccedere arrivando all’autoflagellazione, mi perdòno molto, altro so di non potermelo perdonare.
Ovvio che mentre scrivevo c’era la consapevolezza di fondo che tutto quel materiale sarebbe stato pubblicato, ma -uhm- questa consapevolezza è come quei suoni continui che dopo un po’ finiscono nell’inconscio. Mentre scrivo e disegno sono veramente solo col mio specchio, coi miei specchi, anzi, che uno specchio solo lo freghi, tanti: fregano loro te. E che siano falsi specchi dietro cui è seduto un pubblico, non toglie nulla al loro potere riflettente.


- La sequenza, la linea di sviluppo del libro, segue un sottile filo discendente, tra cattiveria e cinismo, desideri di vendetta e disperazione. E’ una specie di piccolo affresco di un inferno dantesco contemporaneo?

Mah, non è così ambizioso! Però c’è analogia nel movimento, solo in quello forse, con lo scendere e l’avvitarsi sempre più stretto verso il nocciolo del sé, verso gli odi più fondamentali e la loro genesi. Si parte dalla propria relazione con gli altri, adulti, e si arriva alle relazioni fondamentali, primigene: con i genitori, con sé, con Dio.
È una cosa che dà vertigine. A me ne ha data mentre scrivevo, e poi a rileggere l’insieme ancora di più. È un libro davvero molto personale, ma, nelle storie, assolutamente non autobiografico.

- Le ultime due storie mi hanno colpito in particolare, taglienti, feroci. In una tratti del tema dei figli e nell’altra di Dio. Se invece chiedessi a te di scegliere solo una storia rappresentativa di questo lavoro, per raccontarlo al pubblico, quale sceglieresti e perché?

L’ultima. È la più stilizzata e animale. Descrive l’odio verso Dio, quindi verso il nulla, verso il sé, con il ricorso praticamente nullo alla mediazione della parola evoluta. Evoca l’odio, ecco, quello sordo e preverbale che mi è più abituale, che più mi fa paura. Paura in me, intendo. Checché ne abbia scritto nel volume, considero l’odio un sentimento inutile. Anche se può essere efficace combustibile che ti manda avanti nella vita con forza, sono pezzi di te stesso quelli che bruci nella caldaia. È assolutamente distruttivo nel lungo periodo.
Fortunatamente, la prima incessante spinta al disegno e al racconto le ho dall’amore incontenibile verso questa forma espressiva, e non dal dispetto e dalla necessità di affermazione, che comunque sono spesso miei occasionali compagni di viaggio.


- Tornando ad una panoramica generale, paradossalmente possiamo dire che l’odio è una questione di coscienza? Che a volte odiare è un sentire che ci testimonia di essere “svegli”, non anestetizzati dalle brutture del mondo?

Dipende da cosa si odia. C’è l’odio virtuoso, quello per cui ci è odioso chi odia: gli xenofobi, i malvagi, gli intolleranti, i fanatici, quelli che abbandonano gli animali o fanno del male, male definitivo e irrecuperabile questo, ai bambini. O anche l’odio che ci stimola a cancellare un “male”: l’odio per una malattia di cui vediamo le conseguenze su noi o sugli altri, l’odio per una situazione ambientale difficile. Insomma questo odio è odio buono. Come il colesterolo buono.
In questo caso provare odio, come dici tu, è segno che non si è morti, come ce lo segnala anche il dolore.

- E quanto invece è brutto l’odio visto addosso agli altri?

Tante volte l’odio è figlio dell’ignoranza e, so che sembra assurdo, è meglio avere a che fare con questo tipo di odio, perché, anche se remota, vedi una possibilità d’intervento.
Altro odio visto negli altri, soprattutto in chi ci è vicino, quotidiano, è più spaventoso. Io ne ho avuto esperienza. Ho conosciuto stesse persone in stato normale fino a un certo evento scatenante, e dopo in preda NON a uno scatto d’ira, ma all’odio quello di brace persistente. Praticamente l’odio prende il posto di chi conoscevi. Costui/costei non c’è più. Roba da esorcista. Ma non esiste antidoto, né formula mistica che curi. Quel veleno deve essere digerito dal corpo e dalla mente di chi ne è pervaso. Non sempre questa metabolizzazione riesce senza grossi danni devastanti e irrecuperabili. Comunque, anche quando succede che ce la si faccia a riemergere “sani” dall’intossicazione, ed è raro come il diamante, non s’è gli stessi di prima: s’è conosciuta la bestia. E aveva il nostro volto.

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3 risposte a “Makkox: Se Muori Siamo Pari, l’intervista

  1. spettacolo.

  2. Notevole. Grande forza espressiva. Bisogna risalire fino a Maurizio Bovarini per trovare un autore che si avvicini a questo artista assolutamente originale.
    Non ho usato la parola “artista” a caso.

  3. potrei sapere dove si trova l’ultima vignetta?
    (su animals forse?)

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