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Intervista a Jack Kirby: “Amo i fan anche se alcuni sono Nazisti” (1975)

traduzione di Mattia Braida

Oggi presentiamo un’intervista a Jack “The King” Kirby risalente al 1975, periodo in cui l’autore cominciava a essere un po’ critico con la Marvel, ma ancora abbastanza vicino ad alcuni eventi del passato per ricordarseli bene. L’intervista è tratta dall’incredibile blog Oh Danny Boy, curato dal grande Daniel Best, che ringrazio per la concessione. -AQ

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Il paradosso del fumetto che non paga

di Andrea Queirolo

George Bates e la sua visione del fumettista.

Fare fumetti non mi ha mai dato da vivere. Fu come sceneggiatore [di film] che mi guadagnai da campare.
I fumettisti non sono mai stati pagati tanto, ma negli anni ’60  niente costava tanto, così loro potevano vivere bene. Ora continuano a non essere pagati molto, e tutto è molto costoso.

Cosi dice il grande Jules Feiffer che, quando cominciò a collaborare con il Village Voice nel 1956, non fu pagato per anni; e così comincia questo articolo del Village Voice intitolato: “Se i fumetti sono così importanti, perché non pagano?”

Un articolo interessante che si interroga sul perché l’industria americana del fumetto, in particolar modo quella indipendente, sia così importante e affermata, ma allo stesso tempo poco proficua per gli artisti che vi contribuiscono.
In effetti, la sovraesposizione del termine graphic novel e il suo sapersi ritagliare una significativa fetta di mercato; l’esplosione al cinema dei film tratti da serie fumettistiche; l’introduzione delle tavole originali nei musei e il mercato sempre più in crescita fra i collezionisti; le fiere e le manifestazioni sempre più numerose e sempre più ricche di eventi e di partecipanti, farebbero pensare ad un business sano e fiorente, ma così purtroppo non è.


John Kovaleski, un autore di “Mad”, contribuisce all’articolo del Village Voice.

L’articolo del Village Voice è zeppo di testimonianze di artisti che ammettono di non riuscire a campare di solo fumetto: da Tony Millionare a Jessica Abel, da Kaz a Ted Rall, e solo per citarne alcuni.
Il nocciolo della questione è che molti fumettisti, anche quelli più affermati, sono obbligati a lavorare in altri campi.
L’articolo non offre particolari riflessioni su eventuali soluzioni, ma si limita a riportare testimonianze e casi. Sostanzialmente niente di nuovo sotto il sole, ma solo una situazione che via via diventa sempre più formale. D’altronde il settore dei comic book, o se vogliamo commerciale, negli ultimi anni ha subito pesanti flessioni e le testate più importanti continuano a vivere di costanti rilanci. Le stesse strisce sindacate hanno sempre meno spazio a disposizione sui quotidiani, e anche le avventure più famose e longeve sono state cassate (Little Orphan Annie), mentre altre vengono rinnovate fra l’indifferenza generale (Dick Tracy). Solo il settore dei volumi, grazie sopratutto al fenomeno graphic novel, sembra essere costante, ma sono pochi i casi di bestsellers, o meglio di longsellers (Bone, Scott Pilgrim).

Ora, è paradossale il fatto che il Village Voice abbia in programma un numero speciale dedicato ai fumetti, e che abbia annunciato di non voler retribuire alcuni autori. Strano ma vero, sembrava proprio essere così, senonché Tony Ortega, l’editore del giornale, probabilmente messo alle strette ha dichiarato che alla fine pagherà il compenso a tutti:

Volevo avere un grande numero speciale sui fumetti, ma avevo un budget limitato. Quindi, intenzionato a sforzarmi di fare questo lavoro, ho chiesto ad alcuni disegnatori di fornire le pagine senza compenso. Negli ultimi due giorni, mi è stato fatto notare molto chiaramente che questo non era il modo migliore per aiutare l’industria del fumetto. Il fatto è che non siamo una società che si aspetta che la gente lavori gratis per mettersi in mostra. Allora lo sto facendo nel modo giusto: sto pagando tutti gli artisti del numero speciale.
E spero di comprargli delle birre e di lavorare ancora con loro molto presto.

Tony Ortega
Editor
The Village Voice

Sono situazioni che rasentano il ridicolo e che, con le dinamiche appropriate, fanno capire come tristemente tutto il mondo è paese.

La copertina del numero speciale del “Village Voice” dedicato ai fumetti.

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