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La storia de L’Ultima Caccia di Kraven

Una copertina della serie

Cosa si nasconde dietro una delle più acclamate ed importanti storie dell’ Uomo Ragno? Un percorso creativo durato anni e la lotta personale di un grande autore come John Marc DeMatteis.
Una storia che è rimasta ferma nel tempo e che dopo oltre vent’anni è ancora capace di sorprendere il lettore.
La storia dietro la storia de L’Ultima Caccia di Kraven,  spiegata dall’autore e tradotta col suo consenso:

La storia dietro la caccia

di John Marc DeMatteis

traduzione di Andrea Queirolo

Confessione: non ho scritto L’Ultima Caccia di Kraven.

Be, non come pensate.

Gli scrittori tendono a credere di controllare il loro materiale, ma questa è solo una bugia di comodo. Dopo più di venticinque anni della mia vita come narratore, mi diventa estremamente – a volte dolorosamente – chiaro che sono solo un mezzo, un modo per far nascere la storia. Infatti è la storia stessa che crea il racconto. Suona come se stessi dicendo che le storie hanno vita propria, bene…è proprio così. Sono convinto che le storie siano creature viventi: si muovono, pensano, respirano. Forse non come noi umani; ma in una qualche maniera impenetrabile, in un certo regno, queste creature che noi chiamiamo Storie esistono – penso che la S maiuscola sia appropriata. Così anche i personaggi che le popolano. Le Storie – non gli scrittori, i disegnatori e gli editori – la fanno da padroni. Alcuni di questi Mondi Immaginari scelgono di emergere completamente e subito. Ad altri invece – come la saga di Kraven – piace prendere il proprio tempo.

E’ stata lunga la strada: dal primo bagliore di ispirazione, attorno al 1984 o ’85, al lavoro finale, pubblicato. Se fosse dipeso da me – e grazie a dio non lo è stato – l’idea originale avrebbe visto la stampa come una miniserie di Wonder Man (Simon Williams – sconfitto in battaglia da suo fratello, il Sinistro Mietitore – si risveglia in una bara, cerca di uscirne e scopre che è stato sepolto vivo per mesi). Invece la Storia ne sapeva di più. Sapeva che gli serviva il tempo di fermentare nel mio inconscio e trovare forma propria. Tom DeFalco – in seguito direttore esecutivo della Marvel – ne convenne. Quando gli presentai la mia idea su Wonder Man la rifiutò prontamente. Però, in questo concetto di “ritorno dalla tomba”, c’era qualcosa da non lasciar perdere.

Il mio passo successivo, alcuni mesi dopo, fu la DC Comics, dove presentai quella che pesavo fosse un’idea incredibile all’editor Len Wein (che era supervisore della serie di Batman): il Joker uccide Batman – almeno crede di farlo – e, con lo scomparire della principale ragione di vita, la sua mente vacilla. Sicuramente il Joker è già pazzo così, mentre dà di matto, diventa sano di mente. Batman nel frattempo è sepolto e quando, settimane dopo, esce dalla bara, la nuova fragile esistenza del Joker viene tragicamente sconvolta. Len aveva sulla sua scrivania un’altra storia su Batman e Joker – qualcosa chiamato The Killing Joke, opera di un nuovo scrittore inglese di nome Alan Moore – e credeva che alcuni elementi del mio Joker si sovrapponessero a quelli di Alan.

Un rifiuto. Ancora. (Pensai di riutilizzare l’idea “del diventare sano di mente” quasi una decade dopo – ed è diventata una delle mie favorite di sempre)

Ero deluso – ma sospetto che la Storia fosse molto soddisfatta da questi eventi.

Sapeva che il tempismo non era giusto. Sapeva quali elementi gli servivano per emergere.

Così aspettò pazientemente mentre io…

Bé, la riscrissi ancora. Come una storia di Spider-Man? No. Ancora un’altra storia di Batman. Scaricai il Joker e lo rimpiazzai con Hugo Strange. Mi rifeci a una classica storia di Steve Englehart-Marshall Rogers dove Strange – credo per due pagine – indossava il costume di Batman. Pensai: non sarebbe interessante se Hugo Strange fosse colui che apparentemente uccide Batman e, col suo ego e con la sua arroganza, decidesse di diventare Batman, indossandone il costume, ricoprendone il ruolo, con lo scopo di provare la sua superiorità? Ero convinto di avere una storia che nessun editor potesse rifiutare.

A quel tempo Len Wein diventò un freelancer e Danny O’Neil lo rimpiazzo come editor di Batman. Indovinate?

Denny rifiutò la storia.

Così ora questa idea era stata rifiutata tre volte, da tre dei migliori editor nel business. Forse stavo delirando. Magari avrei dovuto solo lasciar perdere e andare avanti.

Però la Storia non me lo lasciava fare.

Ero frustato, per non dire di peggio, da tutte le porte sbattute in faccia, ma il seme di questa idea – che oramai era germogliato – continuava a crescere, col proprio ritmo, col suo tempo.

Sapeva, al contrario di me, che avrebbe presto trovato corpo e, soprattutto, i personaggi che aveva cercato a lungo.

Autunno 1986. Un giorno stavo visitando gli uffici della Marvel quando Jim Owsley, l’editor di Spider-Man, e Tom DeFalco (cosa? ancora lui?) mi invitarono a pranzo. Volevano che ricoprissi l’incarico di scrittore su Spectacular Spider-Man, ma ero riluttante ad impegnarmi su un altra serie mensile. Owsley e DeFalco insistettero. Cedetti. Misero più pressione. Accettai.

Così, il tempo di arrivare a casa, e realizzai che colpo di fortuna fosse: ora avevo un’altra chance, forse l’ultima, di fare un altro tentativo con questa idea del “ritorno dalla tomba”. Più importante: scoprii come Spider-Man – recentemente sposato con Mary Jane- fosse una scelta nettamente migliore rispetto a Wonder Man o Batman. Peter Parker è forse il personaggio più emotivamente e psicologicamente autentico di ogni universo supereroistico. Sotto quella maschera, lui è confuso, difettoso e umanamente toccante, come le persone che lo leggono – e lo scrivono: la quintessenza dell’Uomo Qualunque. Inoltre, l’amore di questo Uomo Qualunque per la sua nuova moglie, per la nuova vita che stavano costruendo assieme, era il carburante emozionale che alimentava la storia. Era la presenza di Mary Jane, il suo cuore e la sua anima, che raggiungeva le profondità dell’anima e del cuore di Peter, costringendolo ad uscire da quella bara, fuori dalla tomba, nella luce.

Ecco come è nata L’Ultima Caccia di Kraven.

Insomma, non realmente. Vedete, Kraven non era ancora nell’insieme. Dato che sono un genio pensai: Okay, non posso usare Hugo Strange. Perchè non creare un mio stesso antagonista – uno nuovo – per svolgere questo ruolo nella storia? E questo è quello che feci. (Non chiedetemi il nome di questa brillante creazione…o qualsiasi altra cosa su di lui…perché, onestamente, non ricordo nulla!) Finita la bozza la mandai a Owsley. Lui la amò. “Facciamolo”, disse. Ero estasiato. Il viaggio era finalmente finito.

Certo, avrebbe dovuto essere finito per me – ma non per la Storia. C’erano alcuni elementi finali che gli servivano per completarsi.

Un pomeriggio ero seduto nel mio ufficio, e stavo facendo quello in cui tutti gli scrittori riescono meglio: evitare di lavorare e perdere tempo. Questo accadeva prima di internet – la più grande perdita di tempo nella storia dell’umanità – così stavo curiosando fra alcuni fumetti che avevo impilato sul pavimento. Presi su un Marvel Universe Handbook. Mi fermai, senza nessun motivo particolare, alla voce Kraven il Cacciatore.

Per favore, notate che non avevo nessun interesse particolare in Kraven. Infatti, ho sempre pensato che fosse uno dei più banali e meno interessanti cattivi della galleria di Spider-Man. Impossibile reggere il confronto con Dock Ock o Goblin.

Ma c’era, sepolto in questa voce del Marvel Universe, un fatto intrigante: Kraven era russo. (A quel tempo non sapevo se questo fosse stabilito dalla continuity o se fosse un capricco dello scrittore di quella particolare voce)

Russo? Russo!

Perché questo dovrebbe eccitarmi così? Una parola: Dostoyevsky. Quando alle superiori lessi Delitto e Castigo e I Fratelli Karamozov, questi filtrarono attraverso la mia mente, fino alle profondità del mio sistema nervoso…e mi strapparono in pezzetti. Nessun altro narratore ha mai esplorato il precario dualismo dell’esistenza, illuminato l’apice mistico e le riprovevoli profondità del cuore umano, con la brillantezza di Dostoyevsky. L’anima russa, così esposta nei suoi romanzi, era realmente l’Anima Universale. Era la mia anima.

E Kraven era russo.

In un instante compresi Sergei Kravinov. In un istante, l’intera storia cambiò direzione.

Jim non era entusiasta dell’idea. Gli piaceva il nuovo cattivo. Però, Dio lo benedica, mi lasciò fare.

E così ora la storia era completa, giusto?

Quasi. Vedete, Owlsley corteggiò Mike Zeck per fargli disegnare Spectacular Spider-Man. Mike e io abbiamo lavorato assieme, per diversi anni, su Capitan America. Posso pensare a una manciata di disegnatori di super-eroi validi come Zeck, ma non riesco a pensarne uno migliore. Il disegno di Mike è fluido, energico, profondamente emozionale…e racconta una storia con una tale facilità che scrivere per lui risulta ugualmente semplice. Mike lasciò la serie di Cap (per disegnare l’originale Guerra Segreta) giusto mentre la nostra collaborazione maturava – e ero entusiasta della chance di riprendere da dove avevamo lasciato.

Ho fatto questo gioco abbastanza a lungo per sapere che l’alchimia scrittore/disegnatore non può essere creata o forzata: c’è o non c’è. Con Mike, c’era…e anche parecchio. Se qualsiasi altro artista avesse disegnato questa storia – se ogni singolo particolare, ogni singola parola fosse stata esattamente la stessa – non avrebbe potuto commuovere le persone nello stesso modo o raggiungere l’entusiastica reazione che sta ancora avendo, dopo più di vent’anni dalla sua creazione. Non sarebbe stata L’Ultima Caccia di Kraven. (Non un mio titolo, comunque. La chiamai Tremenda Simmetria (Fearful Symmetry) – in onore di un altro mio eroe letterario, William Blake. Jim Salicrup, che prese l’incarico di editare i lavori quando Jim Owsley lasciò lo staff, venne fuori con l’idea de L’Ultima Caccia di Kraven. Salicrup fu anche quello che ebbe quella pensata geniale che sarebbe poi stata copiata da tutti: pubblicare le sei parti della storia su tutte e tre le testate ragnesche, per la durata di due mesi. Un processo che oggi siamo abituati a vedere. Nel 1987 è stato rivoluzionario.

Poichè Zeck era dei nostri, decisi di usare un cattivo di Capitan America creato assieme – l’uomo-topo chiamato Vermin. Una decisione casuale (che sembrava casuale a me; ma, sospetto non per la Storia) che si è dimostrata estremamente importante: Vermin si rilevò un elemento cardine, fornendo il contrasto fra la visione di Spider-Man di Peter Parker e l’immagine speculare distorta di Kraven.

Ora c’è la parte strana: negli anni che erano passati dal momento in cui pensai all’idea originale di Wonder Man, la mia vita personale passò dalla padella alla brace. Vi risparmierò i sordidi dettagli: lasciatemi solo dire che ero in un periodo della mia vita in cui ogni giornata assomigliava ad una fatica di Ercole. Mi sentivo sepolto vivo come Peter Parker; un’abitante del sottosuolo come Vermin; perso, disperato e sconvolto come Sergei Kravinov.

In breve, per me fu un periodo infelice – ma un periodo perfetto per scrivere la storia.

Se ne avessi scritto una versione alcuni anni prima, o alcuni anni dopo (quando la mia vita si era sistemata in modo miracoloso), L’Ultima Caccia non sarebbe stata la stessa. Le mie battaglie personali, riflesse nelle battaglie dei nostri tre protagonisti furono, credo, quello che diede alla scrittura una l’urgenza e l’onestà emotiva. (Non so cosa ispirò il brillante lavoro di Zeck, ma spero non fosse nulla di così straziante.)

Allora ditemi: chi è esattamente il responsabile? Chi scrisse davvero questa storia? Pensavo di essere io – ma, in cuor mio, so che c’è Qualcosa di Grosso la fuori, che sta usando la sua magia attraverso di me…e attraverso tutti noi che ci definiamo scrittori.

Le Storie hanno una vita propria.

E io non le potrei creare in nessun altro modo.

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