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«La vita è una chiavica», ovvero il Graphic Novel come categoria merceologica, più una discussione con Massimo Giacon.

Quando ero piccolo compravo i fumetti dall’edicola di un piccolo paesino di provincia. La fornitura era incostante, la selezione squinternata e l’esposizione al di poco imbarazzante. Soprattutto, non c’era soluzione di continuità tra i Disney, i nuovi fumetti dell’allora Marvel Italia e i giornaletti porno sia a fumetti che hard-core, esposti in bella vista tra un Paperino e un Uomo Ragno edizione natalizia. Non dimenticherò una delle scene topiche, in cui sceglievo tra i nuovi spillati arrivati e clamorosamente non poteva non cadermi l’occhio su una copertina oleografica di un supereroe chiamato il Punitore, ma che non aveva nulla a che fare con Frank Castle e non puniva criminali e narcotrafficanti, ma avvenenti signorine deflorandole con il suo mitra (non è una metafora). In questo bell’ambiente – ottimo per rinfocolare qualsiasi bieca perversione in un bambino/adolescente – c’era quasi sempre un tipo parcheggiato dall’aspetto laido, che di tanto in tanto, mentre sfogliava l’ultima rivista porno arrivata, sbuffava dicendo: «La Vita è una chiavica» [1].

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Da anni non entro in un’edicola, se non per comprare un quotidiano e i vari supplementi che con un prezzo “modico” ti permettono di arredare con collane enciclopediche dall’indubbio piacere estetico. Quindi dove compro i fumetti? Di solito in libreria e on-line [2].

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Martin Mystère e Corto Maltese: una comparazione

di Paolo Motta

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L’ultimo dei grandi

di Andrea Queirolo

Questo dialogo a tre è avvenuto veramente la sera di sabato tre marzo per le strade di Bologna. E’ colloquiale, non ha nessuno scopo particolare, ma mi sembrava interessante riportarlo, così a memoria. -AQ

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Eddie Campbell, lo “scarabocchiatore” Parte 3

Come diventare un artista
di Charles Hatfield

traduzione di Gabriele Amoroso

Benvenuti alla terza puntata della nostra serie sui fumetti di Eddie Campbell, in particolare su “Alec MacGarry”, i graphic novels autobiografici. (Gli episodi precedenti li potete trovare qui, e qui.) Oggi il nostro argomento principale è Alec: How to Be an Artist

How to Be an Artist è un libro che ho pensato, e ancora penso, di usare nelle mie lezioni di fumetto come testo critico e come graphic novel a se stante. Un personale, per non dire di parte, resoconto storico del fumetto e della rivoluzione del graphic novel negli anni ’80, il libro si presta sia come studio critico/storico sia come autobiografia. Inevitabilmente, è in parte fittizio, ma comunque How to Be an Artist appare come un tentativo di esporre i fatti in modo scrupoloso e caratteristico. Direi che una delle tante virtù del libro è che destabilizza completamente la distinzione putativa tra testi principali e secondari.

In altre parole, How to Be an Artist riesce ad essere, in un colpo solo, autobiografia letteraria, autofiction, storia su più livelli, la biografia di una scena (in questo caso, quella della piccola editoria inglese), un commento graffiante sul passaggio dalla scena alla cultura pop tanto in voga, un frettoloso post-mortem su un movimento (quello del graphic novel) che di fatto non è morto, un’antologia delle influenze e opinioni critiche di Campbell, una costellazione di studi sui personaggi (alcuni dei quali sono affilati e taglienti come rasoi), e una mutevole, imprevedibile, spesso pungente ma deliziosa, e in qualche modo molto triste, narrazione del fumetto. E’ uno dei numerosi volumi nella produzione di Campbell che gioca maliziosamente con caratteristiche generiche e, come nella maggior parte del lavoro di Campbell, il suo tono è difficile da catalogare.

E’ difficile analizzare i punti di forza e i punti deboli di questo volume, sia come critica storica sia come memoriale. Cioè, è difficile per me essere obiettivo su come il libro funzioni o su quale sia il suo significato, probabilmente perché fa appello con forza a chi, come me, si sente allo stesso momento dentro e fuori al mondo del fumetto. La prima volta che lessi How to Be an Artist, attorno al 2001 se non ricordo male, quello che trovai più seducente nel libro fu probabilmente il fatto che apriva una finestra su una scena che conoscevo solo attraverso un “rimaneggiamento” giornalistico o storico (ad esempio, stralci di Roger Sabin o Paul Gravett, o le rare interviste della stampa fumettistica, o quel che ho imparato su Campbell leggendo notizie qua e la). Mi piaceva essere in grado di osservare la scena della piccola editoria inglese dal punto di vista di un addetto ai lavori, e saperne di più sulle radici e le connessioni familiari del talento britannico che si era fatto strada con determinazione nel fumetto americano fra gli anni ottanta e novanta. Ero particolarmente interessato agli accenni di Campbell verso la critica esplicita, per esempio la sua lista dei graphic novels notevoli (incluso uno suo) nel capitolo finale del volume.

Allo stesso tempo, ero perplesso dal tono del libro, che sembra sempre in bilico tra amore e fastidio. Come un resoconto delle origini e delle limitazioni del movimento letterario fumettistico, dal punto di vista di chi ha “pagato i suoi debiti”, How to Be an Artist è cinico pur non essendo senza speranza o, per dirla in un altro modo, satirico senza però aver perso sentimento. Il tono ambiguo e il poter raccontare segreti senza nessuna restrizione mi affascinò (e ancora mi affascina) in molti modi.

Ma ora quello che mi interessa di più è tutt’altro. Sono le piccole note di umanità, così minuziosamente osservate e così caratteristiche del lavoro di Campbell, che mi hanno colpito. Prendiamo per esempio questa immagine all’inizio del Capitolo Undici:

A questo punto Alec, alias Eddie, scende “giù dalla montagna”, cioè è di ritorno da un festival del fumetto in Svizzera (il festival BD-Sierre del 1986, nel quale sono stati premiati fumettisti inglesi). E’ tornato alla vita quotidiana con la sua famiglia: sua moglie Annie e la piccola figlia (la cui nascita è il culmine del nono capitolo, solo alcune pagine prima). Quest’immagine sovrasta un capitolo incentrato sull’iniziale hype del “nuovo fumetto”/graphic novel nel 1986, incluso il clamore che ha accompagnato la pubblicazione in Gran Bretagna di Maus Vol.1, Watchmen e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Eppure, ciò che Campbell sceglie di mostrarci è il contrappunto umano a tutto questo rumore, in un’immagine che suggerisce sia la vicinanza alla sua famiglia ma allo stesso tempo anche la distanza imposta dalla preoccupazione per il suo lavoro. Amo immagini come questa, immagini senza nessuna pretesa, di un’umanità messa a nudo, che segnano la narrazione e che lasciano da parte i piccoli resoconti di Campbell sulla scena fumettistica. Ad un certo punto, salta fuori che How to Be an Artist è la storia del corteggiamento e del matrimonio fra Campbell ed Annie e gli inizi della loro vita familiare insieme.

Prendiamo come esempio questa meravigliosa pagina, che ci fa immaginare la sorpresa, il terrore, la sensazione di sgradevolezza e la gioia che accompagnano il momento in cui si diventa genitore:

“Ti sveglierai di notte ascoltando il suo respiro.” Huh. Provo sicuramente empatia perchè l’ho vissuto in prima persona. Quella sensazione che ti porta a pensare che fare il genitore è un lavoro per il quale non sei qualificato (ho fatto un sacco di pratica da allora, ma quella sensazione non ti abbandona mai). Le immagini in cui Alec è appoggiato sulla culla e quella in cui il capezzolo della moglie sprizza latte nel bel mezzo della notte sono proprio quel tipo di immagini non pretenziose, senza paura e involontariamente comiche che rendono i ricordi di Campbell un tesoro inestimabile.

Il Capitolo Dieci, incentrato sulle esperienze di Campbell durante il BD-Sierre, costituisce il punto più alto del libro, grazie alle sensazioni positive e allo sguardo ironico e malizioso con cui Campbell osserva i suo colleghi disegnatori. Descrivendo la manciata di giorni al festival assieme a “L’Uomo al Bivio” (nella vita reale, l’editor/studioso Paul Gravett) e a un branco di disegnatori britannici, il capitolo dipinge l’immagine di una scena sul punto di sbocciare e non ancora tormentata e sovraccarica di aspettative ed eccessiva pubblicità. BD-Sierre diventa così una specie di epopea che precede l’immersione nelle pubbliche relazioni del capitolo undici e, anche se Campbell rivela in modo scherzoso le tensioni al di sotto di questa facciata, quello che otteniamo alla fine è davvero il resoconto di un’esperienza fantastica, una sorta di affascinante e utopica vacanza di lavoro. Col senno di poi, è l’ultimo momento di pieno benessere prima che la delusione e lo sconforto si faccianono strada.

L’apice di questo capitolo è l’incontro di Alec con il “maestoso” (parole di Campbell) Hugo Pratt.
Come Campbell stesso ci spiega, era stato invitato a incontrare il maestro italiano per ragioni sconosciute. Quella che avrebbe dovuto essere una chiacchierata informale privata con Pratt divenne, invece , un incontro di gruppo quando alcuni sostenitori del fumetto britannico — Dennis Gifford, Gravett, e (immagino) Hunt Emerson – chiesero di unirsi. Campbell ricorda l’incontro con affetto, descrivendo Pratt come “una delle poche persone famose che quando la incontri non manca di stupirti.” Anche se la conversazione con Pratt avrebbe dovuto essere registrata per i posteri (cosa che a quanto pare Gravett fece), stranamente non è stata mai pubblicata e Campbell, piuttosto di provare a ricordare le parole esatte di Pratt in quell’occasione, ammette di aver riempito i balloons del maestro con frasi prese da un’altra intervista dell’artista. Ecco le parole che attribuisce, o restituisce, a Pratt, parole che nelle mani di Campbell sono chiaramente auto-riflessive:

Una volta scrissi una specie di autobiografia in cui parlavo di persone e, attraverso loro, di me stesso. Tutti dissero che era una autobiografia meravigliosamente divertente. Considerato che pensavo di aver scritto un libro molto TRISTE. Terrificante, a dire il vero. Era l’evocazione di persone che sono morte, che sono scomparse. Nessuno notò il tocco poetico. (’86)

Nell’incorniciare questo istante, Campbell apprende che Pratt è morto, che “non sarà con noi quando questo documento sarà reso pubblico” (Pratt morì nel 1995, due anni prima che Campbell inizi a serializzare questa storia nell’antologia Dee Vee). How to Be an Artist porta sulle sue spalle lo stesso peso di evocare e commemorare uno scenario passato: un momento storico in cui gli artisti del fumetto, o almeno alcuni di loro, hanno imparato a pensare al fumetto come una vera vocazione, una chiamata artistica. Il fatto che questo non sia un libro felice potrebbe essere una sorpresa per i lettori odierni. In un certo senso, How to Be an Artist è TRISTE, attraversato da tocchi poetici che si prestano ad un umorismo malinconico, di volta in volta pensoso e graffiante.

Per ironia della sorte, una delle cose che lo rende così malinconico, e già così datato, è il fatto che sia così pessimista sulle possibilità del graphic novel e del fumetto in generale (ricordo che il libro è stato scritto tra il 1997 e il 2000). Tutto questo aggiunge un senso implicito di perdita che lo pervade (così come un senso d’incombente mortalità aleggia su gran parte del lavoro di Campbell). Che gli anni a partire dal 2001 siano stati di buon auspicio per i graphic novels dà al libro, con le sue conclusioni ambivalenti, una parvenza di capsula temporale senza però sminuire

il potere dei ricordi, come documento di vita osservata dal basso. Con il passare degli anni, le fondamenta autobiografiche della storia reggeranno anche la prospettiva critica sul fumetto che man mano, probabilmente, si allontanerà sempre più.

Nella parte inferiore della pagina con Pratt, Campbell suggerisce che ciò che il maestro voleva fargli vedere era semplicemente il suo uso del retino (“Come fa a farlo con punti piccoli?”). Questo ci porta a un illustrazione a tutta pagina sognante, se non addirittura statica:

Quest’immagine entra in risonanza con l’idea, ricorrente nel testo, di Alec/Eddie che dorme “al crocivia”[*NTD], come se la voglia e il mondo lo stessero lentamente abbandonandolo. Infatti la maggior parte di How to Be an Artist consiste in Campbell che, storicamente al centro del movimento della piccola editoria inglese, si chiede se sia lui ad essere sempre lontano dagli eventi quando l’opportunità bussa alla sua porta.

L’immagine “dormiente” nasce da quella frustrazione ma anche, più probabilmente, dall’introversione di Campbell, il suo modo di perdersi nei suoi pensieri (talvolta anche a scapito della vita vera). Se How to Be an Artist si lamenta delle perdite e dei passi falsi di Campbell (diavolo, anche la nascita del suo personaggio più popolare, Bacchus, qui viene considerata come un passo falso), trova anche conforto nella vita interiore, il tipo di vita da sogno che, nella visione di Campbell, è evocata e condivisa dai suoi eroi del fumetto: “Tad” Dorgan, Caniff, Frank King, Herriman e altri. La stessa immagine “dormiente” ricorre, come un meraviglioso apogeo, al culmine del Capitolo Dodici, sposata a un paesaggio notturno di Herriman:

“Gocciola su Alec MacGarry, mentre dorme al crocevia”[*NTD]

In un certo senso, ho quasi sperato che il libro fosse finito qui. Ma naturalmente non poteva. Il capitolo tredici, per necessità, è incentrato sul crollo dell’entusiasmo del “nuovo fumetto” negli anni ’90, focalizzandosi sulle storie discordanti di Alan Moore (lui stesso un personaggio importante nel libro e nella vita di Campbell) e “Little Wee Al” di Al Columbia, l’artista a cui venne imposto di continuare il progetto, ormai condannato, Big Numbers (1990) di Moore/Bill Sienkiewicz durante la spettacolare, assurda ascesa e caduta della casa editrice Tundra Press. Il trattamento riservato a Moore da Campbell è avveduto, sfumato, simpatico e divertente mentre a Columbia tocca un tono tremendamente satirico, non tanto per colpa di Columbia stesso che viene anzi usato come scusa per criticare la totale follia della Tundra in quel periodo. Campbell, ironicamente, discute l’afflusso di capitali verso la casa editrice indipendente, e l’ascesa sul mercato del movimento di auto-pubblicazione ispirato da Dave Sim (di cui Campbell stesso faceva parte). Questo penultimo capitolo, che arriva poco prima della carrellata di critiche sui graphic novels (che funge da coda), è l’ultimo capitolo composto di narrazione pura, ed è uno dei più caustici della sua carriera. Non c’è da stupirsi se Campbell ha scritto questa nota di avvertimento nella prefazione al libro:

Ho valutato attentamente la questione di fare o meno nomi e ho deciso che nel lavoro sarebbe mancato qualcosa se non l’avessi fatto.

Ha fatto la scelta giusta. Come risultato, però, il finale di questo libro è una delle cose più acide che Campbell abbia mai pubblicato. É una buona cosa che la storia della propria vita abbia fatto da boa al materiale connesso all’industria del fumetto, dando una risonanza emotiva che durerà a lungo, anche dopo che l’assalto al business degli anni ’90 è stato dimenticato da tutti meno che dai più ostinati studiosi del fumetto.

Ci sarebbe da dire ancora molto su How to Be an Artist. Il libro rivela un bel po’ di cose: l’estetica di Campbell, il suo comportamento verso i suoi progenitori artistici, il suo giudizio su in che modo il fumetto, come arte popolare, si inserisca nella “mappa della storia dell’Arte”e il suo atteggiamento verso il compromesso commerciale (Fallimento e Compromesso sono raffigurati, letteralmente, come uno Scilla e Cariddi in cui l’artista deve navigare). Il libro è una testimonianza unica che, pur non emozionando come altre sue memorie, resta comunque un dono enorme. Dovrebbe essere una lettura essenziale per tutti coloro che tentano di estrapolare dalla storia del fumetto tutti i suoi dettagli sociali e la sua incasinata, intrattabile, pietosa, gloriosa e infine redenta umanità.

Fine della terza parte.

Link al post originale dell’autore.

Leggi le parti 1 / 2

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[*NTD] Questa vignetta e questa frase vengono ripetute spesso nei libri autobiografici di Campbell, il quale scrive in un inglese mai banale, lasciando sottintendere diverse sfumature. Si ringraziano quindi smoky man e Gary Spencer Millidge per averci aiutato a tradurre giustamente la parola “turnpike”, che testualemnte vuol dire “casello” o “strada con pedaggio” e che Campbell intende metaforicamente come “watershed”: uno spartiacque. Traduciamo così “al crocevia”, ovvero il luogo dove il personaggio dovrebbe prendere le decisioni, il punto di svolta delle situazioni.