Della realtà e delle sue interpretazioni – La percezione del fumetto italiano

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Solitamente, su questo blog, non ci occupiamo spesso delle dichiarazioni che gli autori rilasciano a riguardo del proprio lavoro, specialmente se queste sono fatte per mezzo di blog personali o altre piattaforme social, come Facebook (sulla legittimità, o meno, di operazioni come queste, si può vedere la discussione che si è sviluppata nei commenti a questo articolo).

Oggi ho deciso di fare un’eccezione per analizzare alcune conclusioni di questo pezzo  sul blog di Diego Cajelli, affermato sceneggiatore, attualmente in edicola con un volume della serie Le Storie, della Sergio Bonelli editore, e Long Wei, di cui abbiamo avuto modo di parlare QUI. Un’eccezione motivata dal fatto che questo post, a mio avviso, dice molto – forse molto più di quello che vuole dire – su come sia percepito il fumetto, in particolar modo il fumetto commerciale, in Italia (soprattutto dall’altra parte della barricata dei lettori) e, forse, anche su come si vuole che questo venga visto e letto [1].


Cajelli, sulla pagina del proprio blog, risponde a diverse critiche che sono piovute sul suo Mexican Standoff. Senza entrare nel merito della validità dell’opera, questione qui non centrale, mi sembra però il caso di sottolineare e cercare di contraddire alcune delle osservazioni più generali che l’autore fa sul fumetto, sulle tecniche di scrittura e su altre cose che ora vedremo.
Cajelli, di Mexican Standoff, dice:

Non è una storia classica. Non è una storia semplice. Non è una storia scritta per piacere a tutti tutti. In effetti, non essendo classica, non è piaciuta ai lettori amanti del classico, mentre lettori più avvezzi ad altri tipologie di fumetto l’hanno apprezzata di più. Il mio intento primario era quello di non scrivere una storia che scivolasse via, non mi andava di fare il compitino, volevo sperimentare e tentare qualcosa di diverso. La spaccatura nel pubblico me la sono andata a cercare. Mexican Standoff o ti piace, oppure ti fa schifissimo. Niente placide e rassicuranti vie di mezzo. Il tutto perché, sempre dal mio punto di vista, un lettore amante del classico, oggi, ha soltanto l’imbarazzo della scelta per soddisfare il suo bisogno di classicità e di linguaggi rodati e confortevoli. Dalle varie ristampe dei grandi, eterni, vecchi fumetti dei bei tempi che furono, fino a produzioni contemporanee che ripropongono, con modifiche minime, quella tipologia di linguaggio narrativo. Non ultimo, per esempio, il Grande Blek riproposto dal Sole 24 ore.

A parte alcune ovvietà, e al netto delle dichiarazioni tranchant  che illustrano come l’opera dovrebbe essere  o è stata recepita [2] sono le osservazioni su sperimentalismi e classicità a suonare particolarmente dissonanti.  Cos’è il “classico” nel fumetto? Qual è quel canone rassicurante (e assodato) a cui Cajelli rivendica non solo il diritto ma l’onore di opporsi? A cosa si riferisce quando parla di “linguaggi rodati”? In realtà le affermazioni di Cajelli suonerebbero meno pretestuose se, invece di riferirsi al fumetto tutto, come medium, fossero circoscritte al fumetto di avventura e, ancora più nel dettaglio, al fumetto avventuroso italiano e, stringendo ancora più il cerchio, al fumetto avventuroso di formato e di stile bonelliano.

24961043_mexican-standoff-cajelli-tra-rimpianti-per-le-storie-2Credo sia ovvio a tutti che, nel fumetto inteso come linguaggio e medium, sia difficilissimo, se non impossibile, isolare un canone, uno stile se non riferendosi, da una parte, alla struttura in tre atti, che è patrimonio prima cinematografico che letterario-fumettistico[3] e, dall’altra, alle specifiche della narrazione bonelliana, a sua volta, con i dovuti adattamenti, mutuata dalla narrativa classica, dal cinema cosiddetto commerciale e via dicendo[4]. Eppure, anche circoscrivendo le affermazioni dello sceneggiatore al fumetto d’avventura bonelliano, c’è qualcosa che ancora continua a non funzionare.

Se Cajelli intende associare l’effetto nostalgia alla pletora di ristampe che, nel corso degli ultimi anni, stanno invadendo le edicole italiane, il discorso naturalmente prende un’altra piega, virando, nel migliore dei casi, verso il recupero filologico di un passato che è giusto conservare e riproporre (eh sì, il discorso vale anche per Il Grande Blek) e, nel peggiore, verso la necrofilia di bassa lega [5]. Se, invece, il riferimento è, appunto, a quelle produzioni contemporanee che giocano le proprie speranze di successo sull’effetto nostalgia, andando quindi a pescare nell’immaginario recente, sentito e condiviso dei lettori, o della loro larga maggioranza, c’è qualcosa che non va.

Come abbiamo visto Cajelli punta il dito contro quelle produzioni contemporanee che ripropongono, con modifiche minime, quella tipologia di linguaggio narrativo dal’autore definito “rodato” e “confortevole”[6].
Più avanti, però, Cajelli continua così:

Perché il punto è quello. La rievocazione di un ricordo, di un sentimento perduto, il rivedersi come si era quando, quella ristampa, era un inedito. È un processo editoriale legittimo, giusto, ma non può essere l’unico.

Punto di vista più che legittimo e da me condiviso. La nostalgia è un meccanismo perverso che fa sembrare il passato migliore di quello che è, che porta i lettori a chiedere la riproposizione delle stesse trame, degli stessi generi, perché conformi ai loro ricordi. La nostalgia, inoltre, è anche ciò che spesso impedisce di innovare, e la citazione è un’altra forma di nostalgia, senza andare sempre a scomodare il postmoderno. In tutta la storia dell’arte, non solo occidentale, la nostalgia di un “classico” idealizzato ha giocato sempre un ruolo di primo piano.

Oggi, semplicemente, si sono accorciati i tempi [7]. Non si ha più nostalgia delle statue greche o del cinema dei tempi del muto o della commedia classica americana. Si ha nostalgia di qualcosa che è sempre più vicino a noi e, inoltre, la nostalgia si è trasformata, da un fenomeno sociale comunitario (“eravamo così”) a un fenomeno personale (“ero così”), tanto che si rimpiange la propria infanzia, non tanto “il bel tempo che fù”, idealizzando non un’immagine, in effetti sconosciuta, del remoto passato, ma noi stessi, il nostro vissuto, con il sott’inteso obiettivo di ricordarci migliori di quanto eravamo. La nostalgia, però, è anche questo:

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Cos’altro fa, Long Wei, che, ricordiamolo, è creato e scritto dallo stesso Cajelli, se non giocare sull’effetto nostalgia? Sull’affezione? Sul ricordo? Non solo, lo fa in molti modi diversi e qui proveremo a enumerarli.

Per prima cosa possiamo trovare una “nostalgia” per il formato bonelliano (ma questa è una questione più grande, che rimanda ad altre implicazioni, soprattutto di natura editorial-commerciale e qui c’entra poco se non per come influenza la narrazione); una nostalgia per i film di arti marziali “classici” e, più in particolare, per la figura di Bruce Lee (che in quanto a effetto nostalgia e citazionismo è dietro solo ai bei film d’azione anni ’90, Jim Morrison e Chuck Norris e che ha, apparentemente, un posto speciale proprio nel cuore di Tarantino, regista citato da Cajelli con l’intenzione di segnare una distanza fra la propria opera e quella del regista); una nostalgia per i cosiddetti “poliziotteschi”, da cui mutua le ambientazioni urbane; infine, una nostalgia per Tex.

Per Tex, l’immarcescibile cowboy senza macchia? Certo. Long Wei in fondo altro non è che un Tex più giovane e con gli occhi a mandorla, incapace di interrogarsi sul male e sulla sua origine, ma che si schiera sempre dalla parte giusta, senza esitazioni (caratterizzazione, per altro, apertamente rivendicata dall’autore nella postfazione al primo albo). Parliamo di Tex come sunto di tutti gli eroi bidimensionali (alcuni meravigliosi) del cinema (anche di matrice orientale, come quello che ispira la serie), della letteratura e del fumetto. Però siamo in Italia e stiamo affrontando i temi dell’originalità e della nostalgia nel fumetto: quindi, sunto o non sunto, quando parliamo di Tex… parliamo di Tex.

Proseguiamo:
Con Mexican Standoff ho voluto lavorare su parecchi punti e consuetudini narrative. I più evidenti sono la commistione tra generi, l’assenza di “momento spiegotto” e la collocazione dei colpi di scena in momenti diversi dallo standard abituale.
Sembrano essere quindi questi gli elementi di originalità che Cajelli individua nella propria scrittura e che dovrebbero distaccare la sua narrazione da quel “classicismo” contro cui si era scagliato poche righe prima. Andiamo avanti seguendo l’autore nel suo ragionamento:
Colpi di scena. È prassi, nel fumetto e nelle narrazioni formulaiche, usarne tre. Uno alla fine di ogni atto. Nei fumetti posso dirti con certezza che, se vengono scritti seguendo “la norma”, ci sarà un colpo di scena attorno a pagina 30, un altro più o meno a pagina 60, e l’ultimo sul finale. Nel caso di narrazioni fumettose più cool, puoi trovarne un quarto, nelle ultimissime pagine, che contraddice il terzo colpo di scena creando tecnicamente quello che si chiama twist.
In Mexican Standoff li ho spostati, e li ho messi tutti e tre uno in fila all’altro nella sequenza finale. Questo ha spiazzato e incasinato di brutto i lettori. Semplicemente, ho spostato i colpi di scena dove di solito non ci sono.

Anche qui Cajelli non convince. Non solo perché i colpi di scena, nei dintorni delle pagine indicate, ci sono [8] ma perché viene da chiedersi se quest’accumulo di colpi di scena (talmente ammassati da sembrare quasi quello “spiegone” che Cajelli dice di voler evitare) basti a fornire a Mexican Standoff  quella patente di originalità fortemente pretesa dallo sceneggiatore.

Comincia ad emergere l’impressione che Cajelli stia suggerendo, fra le righe, una nuova formula che possa garantire, non solo alla sua opera, quell’originalità che evidentemente gli appare latitare nel fumetto contemporaneo. Una “formula” per sostituire un’altra formula, insomma. Ma su questo cocktail di colpi di scena posticipati e sottrazioni di “spiegoni” non credo proprio che Cajelli possa pretendere il brevetto. Continuiamo a leggere:

Assenza “Spiegotto”. Spiegarti tutto quanto in modo pedissequo, per tre volte, in tre modi diversi, non è obbligatorio. Così come non è obbligatorio essere didattici.
Come dicevo nell’altro post, il punto di partenza è: quello che dovevi sapere te lo ha già spiegato qualcun altro in altre narrazioni. Ed è una scelta. Una mia scelta precisa. L’ho evidenziata nei momenti un cui, classicamente, doveva esserci il momento spiegotto, ma non c’è stato. Quando? Tutte le volte che Reyes inizia a raccontare qualcosa e Cipriano dice: no, fa niente, non mi interessa, andiamo avanti.
Qualcuno ha detto che la storia non si capisce. Posizione legittima, ma va contestualizzata, perché non è vero che non si capisce in termini assoluti, dato che per qualcun altro la storia è stata chiara e comprensibile.
La frase quindi, va riformulata in: io non l’ho capita.
L’unica risposta possibile è pazienza, non si può capire tutto, lo capirai un domani, oppure no.

Glissando sull’arrogante conclusione – qui il giudizio si fa sì, personale, perché Cajelli rifiuta nettamente di considerare che le difficoltà di comprensione possano originare dalla sua scrittura e non dalle capacità, più o meno acute, del lettore – cosa possiamo concludere da queste parole? Principalmente che l’assenza dello “spiegotto” è rimarcata più e più volte nella narrazione con un certo narcisistico orgoglio (“Tutte le volte che Reyes inizia a raccontare qualcosa e Cipriano dice: no, fa niente, non mi interessa, andiamo avanti”) e quindi viene, paradossalmente, messo in evidenza con la sua muta assenza (“non pensare all’elefante”)[9]. Eppure lo spiegotto – o spiegone – c’è. Qual è la natura, altrimenti, di tutta l’ultima parte, quando gli alieni e i discendenti degli umani raccontano le loro rispettive origini, svelando anche il mistero iniziale, relativo al ritrovamento del protagonista, fra l’altro ricorrendo ai due più abusati espedienti dello spiegone fumettistico, il flashback e le didascalie? [10]
Concludiamo con le ultime parole di Cajelli:
Commistione tra generi. Chi ha apprezzato il volume ha evidenziato subito il problema che mi ero posto in fase di scrittura. Senza alieni, sarebbe stata la solita, già vista, magari buona, tarantinata.
È proprio l’alternanza di generi che rende la storia quello che è, non un qualcosa di già visto, già sentito, rassicurante e noto.
Si muove per archetipi puri, ma [è] sulla la loro commistione che mi interessava lavorare.
E comunque sì, sono arrivato un po’ lungo. Dieci pagine in più mi avrebbero fatto comodo.

Altra, auto-conferitasi, patente di originalità. Come se il cinema, la letteratura, e lo stesso fumetto Bonelli non si nutrissero, quotidianamente, dell’incrocio, spesso abusato e ormai normalizzato/formalizzato fra i generi. Dylan Dog non è un incrocio fra racconto poliziesco e horror? Cowboys & Aliens (film e fumetto) non è un incrocio fra wester e fantascienza così come anche Fantasmi da marte di John Carpenter? Basti anche pensare alle tante commistioni messe in atto dai fumetti supereroici americani. E Orgoglio e pregiudizio e zombie? Gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Inutile farne ancora. E, ancora, perché tirare sempre in ballo Tarantino (al netto degli alieni) ogni volta che si parla di una storia di vendetta, pistole e sangue? Anche prima del suo esordio, per quanto riguarda questi stilemi, c’erano fior fiori di buoni esempi.

Sembra, insomma, che parlare di stravolgimento di stilemi classici, di abbandono o, comunque, forzatura della struttura in tre atti e di commistione di generi siano una sorta di specchietto per le allodole atto a distrarre da quelli che sono i veri problemi di continuità narrativa all’interno del fumetto popolar-avventuroso italiano, problemi che riguardano, piuttosto, un ricorso massiccio a stereotipi consolidati. Perché non si riesce a creare una storia che non si basi, per esempio, sull’amore (solitamente per una donna bellissima [11], nel caso di Mexican Standoff la moglie, giustiziata, del protagonista, che serve ad innescare la vendetta che innesca l’azione della storia[12]) o su una macistica vendetta? Questo, solo per fare degli esempi. Le eccezioni, anche all’interno del fumetto Bonelli, sono molte, ma la regola vince sempre prepotentemente, specialmente nel corso degli ultimi anni.

Che conclusioni si possono trarre da tutto questo? Molte. Alcune sono già emerse, lo spero, nel corso di questa analisi, ma la principale e, dal mio punto di vista, più interessante, è che si può avvertire nel fumetto commerciale, di larga diffusione, popolare (chiamatelo come volete) italiano una inquietante tendenza all’autoreferenzialità, non solo rispetto al prodotto su cui si lavora, ma anche al proprio retroterra culturale. Non solo. Si può individuare una tendenza, più o meno esplicita, e spesso supportata dagli autori, che si concretizza nel voler affermare che questo, parte di un tutto pur nella misura in cui è, indubbiamente, il primo, per vendite e diffusione, anche culturale, il fumetto italiano per eccellenza, se non il fumetto e basta.

Nella testa e nelle intenzioni degli autori (e degli autori), si può cambiare qualcosa, certo, ma solo millimetricamente, e quindi senza cambiare nulla.

Eppure ogni spostamento dalla norma, anche di misura, anche impercettibile, in quel lago placido che è l’editoria italiana, ha la pretesa di essere presentato come una potente e devastante deflagrazione.

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[1] Facendo la tara, ovviamente, alle iperboli e le “poseurate” che un po’ costituiscono l’essenza dei blog degli autori, in molti casi.

[2] A me, per esempio, la storia di Cajelli è sembrata proprio “così così”, giudizio che l’autore giudica impossibile da configurarsi, in quanto, probabilmente, più pericoloso persino del totale rifiuto. Il rifiuto, il disgusto, genera un atteggiamento oppositivo contro cui è possibile scagliarsi e che può costituire anche un punto d’onore, mentre una ricezione tiepida, “così così” appunto, introduce un giudizio di medietà contro cui si può fare ben poco. Ma tant’è.

[3] Patrimonio per altro non esente da revisioni critiche e dissenso. Per una semiseria sfida ai tre atti, si veda per esempio questo interessante articolo

[4] Fra l’altro, dal Il Grande Blek a Tex, dal punto di vista dell’andamento narrativo non è cambiato poi molto. La struttura in tre atti è una bibbia dalla quale difficilmente ci si distacca, sia se parliamo di serie televisive, con le dovute varianti dovute alla serialità, che di grande produzioni hollywoodiane che, perfino, di cinema d’autore e sperimentale. Nel cinema cosiddetto “commerciale” è praticamente la regola, tranne alcuni, famosi casi, come quello di Pulp Fiction, di Quentin Tarantino, autore citato dallo stesso Cajelli nell’articolo preso in esame. Poi, alcuni barricaderi particolarmente fanatici vorrebbero trovare, come archeologi zelanti ma ciechi, anche in Pulp Fiction e in altre pellicole tracce della struttura in tre atti, che da strumento rischia di diventare una sacra reliquia.

[5] Resta da capire perché Cajelli non citi, invece de Il Grande Blek, quel Tex che periodicamente viene riproposto in tutte le salse (volumi da libreria, ristampe cronologiche a colori, raccolte, ristampe anastatiche etc.) da decenni. Infatti, anche se il primo è ricomparso, occasionalmente, nelle edicole e nelle librerie italiane, il suo impatto non può essere assolutamente comparato all’invasione costante delle ristampe bonelliane. Invasione legittima. Si tratta di un’azienda. Il prodotto vende? Si continua, ovvio, ma fare di due pesi due misure sembra pretestuoso.

[6] Incidentalmente, Mexican Standoff è, dal punto di vista dello storytelling, quanto di più rigidamente bonelliano ci possa essere dal punto di vista della griglia, che mai si “piega” alle esigenze di un racconto che vorrebbe essere, nelle intenzioni dell’autore, così rivoluzionario (penalizzando un po’ anche il disegnatore? Forse).

[7] Alla nostalgia come patologia della contemporaneità è dedicato l’ultimo libro di Simon Reynolds, Retromania, pubblicato dai tipi della ISBN Edizioni. La tesi del critico musicale si fonda, appunti, sulla dilagante retromania della produzione culturale dell’ultimo decennio. La citazione post-moderna ha ceduto il passo a continue forme di restaurazione filologica del passato, sia nella forma della ri-visitazione anastatica, che in quella meno palese della presenza cosiddetta hauntologica (termine rubato al Derrida di Spettri di Marx). Un’altra piega del fenomeno è per l’appunto quella del mal d’archivio, dell’accumulo, curatela e recupero del passato recente. Nell’ambito fumettistico, è abbastanza palese la presenza massiccia di edizioni “definitive” e, parallelamente, del riuso parossistico di queste fonti, sino al limite in cui persino la grana della stampa, la piega e la patina del tempo diventano elementi di estetica fondamentalità.

[8] Pag. 30: il protagonista, tornato dalla morte, scopre che l’amore della sua vita è stato assassinato. Pag. 60 (circa): attraverso il sogno del protagonista veniamo a conoscenza del suo passato ancestrale.

[9] Per altro, a Cajelli gli spiegoni, quantomeno dal punto di vista tecnico, sembrano piacere parecchio, vista l’insistenza con cui svela le tecniche di sceneggiatura usate per legittimare la bontà delle proprie storie.

[10] Inoltre, gli alieni che non sono alieni, ricorda molto (paragone di certo non lusinghiero) gli alieni-che-in-realtà-sono-esseri-di-un’altra-dimensione di Indiana Jones e il teschio di cristallo, trasformati in tutta fretta da visitatori di altri mondi a turisti extradimensionali per non creare una sovrapposizione mediatica dopo il successo del kolossal Independence Day, come spiega bene Spielberg (o forse Lucas) negli extra del doppio dvd del film, senza fra l’altro vantare nessuna originalità alla base della scelta, ma solo un mero ed onesto calcolo commerciale.

[11] Stilema intelligentemente stravolto, per esempio, da Sclavi nel bell’episodio di Dylan Dog n°136 da lui scritto e intitolato Lassù qualcuno ci chiama.

[12] Lo stesso problema riguarda il cinema d’inchiesta o di denuncia americano. Prendiamo tre esempi recenti, come Blood Diamond (sui loschi traffici che sono alla base del commercio di diamanti), Lord of War (sul commercio internazionale di armi) e The Constant Gardener (ispirato alle presupposte sperimentazioni illegali di farmaci sulla popolazione nigerina da da parte della nota azienda Pfizer), film più o meno modesti ma completamente rovinati dall’inserimento di posticce e inutili trame sentimentali, come se queste fossero un elemento ormai indispensabile al successo. Si pensi a classici del cinema di denuncia come Tutti gli uomini del presidente, o all’italiano Le mani sulla città e li si immagini violentati dall’inserimento di lacrimevoli storie d’amore.

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13 risposte a “Della realtà e delle sue interpretazioni – La percezione del fumetto italiano

  1. Sì, hai ragione.
    Sempre a proposito di interpretazione della realtà, hai interpretato il mio post usando l’unico modo possibile: analizzandolo con i tuoi strumenti e portandolo nella tua realtà.
    Potrei dire che hai inteso in modo negativo tutto quello che potevi intendere, ma sarebbe come pretendere che la tua interpretazione della realtà fosse simile, vicina o affine alla mia.
    Per cui hai ragione.
    Mi prendo tutte le bacchettate del caso e cercherò di imparare questa lezione.

  2. Il formato bonelli è soltanto una devianza del collezionismo, la fortuna della costoletta rispetto allo spillato è cosa ormai nota, il collezionista adora vedere quella sfilza di numerini e titoli nella libreria ed a volte lascia gli albi intonsi e nemmeno li legge (so che fanno così molti texiani e dyladogofili). Se devi rischiare nella pubblicazione di un nuovo albo in Italia o usi il formato Bonelli o quello di Topolino Libretto o al massimo quello mignon dei neri , l’importante è che si legga il numeretto e il titolo. A me Mexican Standoff è piaciuto ma si nota che è era probabilmente nato per una albo di foliazione più lunga o per una miniserie (almeno quella è la mia impressione) e alla fine sembra come quei film che in scarsezza di budget iniziano a tagliare a destra e a manca. Storie è l’operazione Bonelli più coraggiosa del momento e merita rispetto, sta colmando uno spazio , quello dei “liberi”, che non esiste più e che prima era appannaggio dei magazines contenitore. La serie merita sostegno se no saremo costretti a sorbirci Saguari sino alla fine della nostra carriera di lettori , sarebbe bello se indicessero un referendum rivolto ai lettori dove si chiede tra le varie avventure pubblicate sull’albo se qualcuna ha il diritto ad essere promossa come serie regolare o mini. Io sono un vintaggiaro convinto ma tutte ste ristampe mi hanno un pò sfrantumato i cojones, alla fin fine si ristampano sempre le stesse cose che non sono nemmeno di difficile reperibilità e a prezzi abbordabili. Le riproposte dovrebbero allargarsi a qualcosa vecchiamente nuovo , tipo gli umoristici italiani Alpe, Bianconi o i neri minori che interessano a più persone e sono diventati quasi introvabili. Saluti.

  3. Per tutta la lettura della recensione ho percepito con chiarezza l’estraneità dello scrittore nei confronti di tutto quello che sta dietro alla creazione di un opera fumettistica, costretto così a paragonare anche quello che non riesce a comprendere con formule a lui familiari prese di peso da cinema e la letteratura.
    Tutta la “risposta” al primo commento, poi, devia completamente dalle parole espresse dall’autore, tentando di coprirle con il suono stridente di dita che scivolano da superfici riflettenti.

  4. cosa c’è di più autoreferenziale del recensire il proprio lavoro? nulla di male, intendiamoci, ma datti almeno un voto alla fine!

  5. Le critiche che mi sento di condividere sono due:
    1. Effettivamente Diego parla di fumetto quando forse sarebbe stato più corretto parlare di fumetto bonellide. Parlando però di fumetto bonellide, trovo che la storia in questione abbia degli elementi di novità rispetto allo standard, che ho sicuramente apprezzato.
    2. Il discorso: “Non si capisce – Sei tu che non hai capito”.

    Per il resto mi sembra che questa analisi sia un po’ troppo severa. Da sceneggiatore, apprezzo sempre quando un collega racconta l’approccio che ha usato per creare una storia, quindi ho sicuramente apprezzato il post di Diego, tanto quanto ho apprezzato la storia per un buon 90%.

    Non mi trovo poi d’accordo sul discorso fatto per Long Wei. Diego, a quanto mi consta, parlava di voler introdurre delle novità in “Mexican Standoff”, e non vedo che cosa c’entri questo con Long Wei, che se ha degli elementi di novità (un bonellide con un eroe extracomunitario che agisce in Italia ancora non si era visto), ha sicuramente uno sguardo anche verso il passato (Bruce Lee, ecc.), e non ci vedo niente di male. Una delle cose in cui è più abile Diego è proprio il rimescolare generi di vecchio stampo per diverticisi, vedi ad esempio “Milano Criminale”. Sono operazioni che possono risultare stantie in certi casi, ma se fatte nel modo giusto le trovo molto divertenti.

  6. Concordo forte con Giorgio.
    Poi è sempre bello leggere cose tipo:
    “Per Tex, l’immarcescibile cowboy senza macchia? Certo. Long Wei in fondo altro non è che un Tex più giovane e con gli occhi a mandorla, incapace di interrogarsi sul male e sulla sua origine, ma che si schiera sempre dalla parte giusta, senza esitazioni (caratterizzazione, per altro, apertamente rivendicata dall’autore nella postfazione al primo albo).”

    quando all’attivo c’è solo un albo della serie, e non si può sapere cosa riservi il futuro sull’eroe cinese.

  7. Daniele, ti ringrazio della tua critica argomentata e ficcante…naaa, scherzo. Non rispondo quando non ci sono domande né interrogativi ma solo rumore. A proposito l’autore dell’articolo sono io. Questo qui sotto. Quello sopra è uno che non c’entra nulla. Giusto per chiarire, eh. Giorgio, per quanto riguarda il tuo commento, ti ringrazio, stavolta sinceramente, del tuo intervento, specialmente perché non sono d’accordo con alcune tue obiezioni. Per due motivi che ora andrò ad esporre. Secondariamente perché non credo che sottolineare che “un bonellide con un eroe extracomunitario che agisce in Italia ancora non si era visto” sia importante, da un lato perché si parla sempre e solo di bonellidi, mentre io cercavo di scardinare proprio questo equivoco percettivo, dall’altra perché il fatto che questo eroe sia un extracomunitario sia davvero poco incisivo. Non si è mai visto neanche un bonellide con un cane, un criceto e una sasso parlante che combattono i mormoni. Quello che volevo dire è che Long Wei, al di là della facciata (e a me Long Wei è piaciuto abbastanza) non aggiunge nulla agli “stereotipi” (chiamiamoli così, senza nessuna accezione negativa) tipici della bonelli e dei bonellidi. Cambia solo la facciata. Niente di male, sia inteso, ma la struttura, i meccanismi narrativi, le relazioni fra i personaggi sono quelli. Nulla di nuovo. Il motivo principale per cui non sono d’accordo con te, invece, è che io ho evitato volontariamente di esprimere un giudizio di merito su Mexican Standoff. Non volevo e non ho parlato dei meriti del fumetto, a parte, forse, qualche notazione, laterale. Tutti quelli che hanno risposto a o commentato questo articolo, qui e su altre piattaforme, si sono pronunciati come se io stessi esprimendo giudizi di merito sull’opera. E qui vengo a Diego. Innanzitutto grazie della risposta, però devo dirti che mi spiace che tu abbia voluto porre la questione in termini di vittoria e sconfitta, riproducendo quelle logiche contrappositive che sono ormai la norma nei social network. Di fatto, dicendo così, ti sei sottratto al merito della discussione. Non solo. Hai sottolineato (l’ovvio) relativismo del mio intervento, con il risultato di rimanere ognuno nella sua barricata, barricata che, certo, ho contribuito a costruire, ma dalla quale sarei saltato volentieri fuori per proseguire il confronto. Ripeto, non parlavo dell’opera, parlavo di come il fumetto italiano, e nello specifico quello bonelliano, vivano sempre più di una, secondo me (pare che sia il caso di specificarlo) deleteria autoreferenzialità che esclude, di fatto, altre realtà e ispirazioni. Su questo quasi nessuno mi ha risposto e me ne dispiace. Per carità, potrebbe essere anche colpa mia. C’è la possibilità che io non sia stato sufficientemente chiaro. Ho il sospetto che, però, quella di spostare l’attenzione dal merito del mio discorso all’opera, come se si trattasse di un attacco estetico, sia stata un’operazione di comodo, anche se forse non del tutto consapevole. Spero di poter rispondere successivamente sue quello che ho ho scritto e non sulle intenzioni che, mio malgrado, mi vengano attribuite. Grazie comunque a tutti per l’attenzione. P.S. Su FB mi sono state mosse altre critiche. Avrei preferito che fossero state riportate qui ma siccome ciò non è avvenuto è comunque qui che rispondo. E’ stato detto che non sono stato capace di distinguere fra le intenzioni dell’autore e il risultato finale. Giustamente questi due termini del processo creativo possono essere molto distanti, per risultati ed effetti. Peccato, però, che, oltre al fatto che io stavo parlando solo marginalmente dell’opera (lo ripeterò fino alla nausea), le dichiarazioni di Cajelli non riguardavano questo fisiologico distacco fra idea e realizzazione, ma erano, alla fine dei conti, delle riflessioni posteriori all’opera, che cercavano di giustificarne, successivamente alla sua pubblicazione, alcune soluzioni che altri hanno trovato mancanti. E’ una bella differenza, non trovate? Ah, un’ultima cosa. Visto che mi è stato consigliato di studiare (e chi non ne ha bisogno, sempre e comunque?) vorrei dire che, come è stato appurato da tempo, non fu Walt Disney il creatore grafico di Mickey Mouse ma, piuttosto, il sempre poco ricordato Ub Iwerks, che, oltre a molti altri meriti, ha quello di aver creato il famoso topo. Riconosciamoglielo

  8. @Renasiatici: detto questo però, su Long Wei non mi sembra che Diego abbia mai dichiarato di voler rivoluzionare il fumetto. I riferimenti ai film di arti marziali erano palesi fin da prima che uscisse in edicola, quindi mi sembra che parlare di Long Wei svii molto il discorso che stai facendo. Perché se su Mexican Standoff dici di non voler entrare nel merito della storia in sé ma della dissonanza tra la storia e le dichiarazioni del suo autore, su Long Wei invece stai dando dei giudizi sulla storia che non hanno niente a che fare con il caso di Mexican Standoff. Ecco perché mi trovo a “contestarti” l’uso di Long Wei come esempio per un discorso che ha poca attinenza.

    Cioè, come se io ti dicessi che con la mia storia A voglio rivoluzionare il fumetto, e tu mi porti come esempio che non l’ho fatto né con la storia A né con la B, ma la B che c’entra? Chi ha detto che la storia B sarebbe stata rivoluzionaria? Restiamo sulla A.

    Potrei sbagliarmi, eh? Però occhio alle insidie dello strawman argument, che a volte può essere perfino inconscio.

  9. No, Giorgio. Io non ho detto nulla di quello che tu affermi. Io non ho detto che Long Wei non sia un’operazione legittima e con tutti i crismi necessari per essere un bel prodotto. Ho solo detto che è un po’ strano lamentarsi della ricerca dell’effetto nostalgia e poi creare un fumetto che sull’effetto nostalgia basa parte, se non gran parte del proprio fascino. Sul fumetto in questione non ho espresso un pare di merito (anzi, mi ha anche divertito leggerlo). L’ho solo analizzato sulla base di quanto affermato da Cajelli, delle affermazioni che erano un giudizio sul fumetto tutto. E anche quando parli di Mexican Standoff, che torna e ritorna ma non è il mio centro (il mio centro sono le dichiarazioni sul fumetto di Cajelli, e il suo fumetto specifico è solo incidentalmente nel discorso). Io parlo di un modo di pensare il fumetto e su questo, pare, non si riesce a confrontarsi (non parlo di te, eh, parlo in generale)

  10. @renasiatici
    Aaaspetta… Il mio darti ragione e il dire che “hai vinto”, non è da intendere in senso polemico o in un’ottica di contrapposizione e pugna.
    Non volevo nemmeno usare la tecnica di “spostare il focus della discussione”.
    Sono sincero, tranquillo, onesto, e nella discussione nata sul mio profilo Facebook ho detto anche che condivido i contenuti del tuo post.
    Non sono io che ti ho dato addosso, e questo vorrei che fosse chiaro.
    Anzi. Aggiungo: la tua analisi sul mio post mi ha fornito una serie di elementi importanti (per me) da usare quando in futuro riparlerò di fumetti sul mio blog, indipendentemente che siano miei o di altri.
    Lo so che è strano discutere così sul web, ma ti assicuro che non ti sto prendendo in giro e non sono sarcastico.

  11. Diego, non mi riferivo a te. Finché si parla io sono sempre contento. Però, come dire, mi piace farlo in luoghi dove posso replicare. Se faccio casino a casa mia e vuoi dirmi qualcosa, vieni e suona il mio campanello. Risponderò. Se fai le chiacchiere in portineria, invece, mi dispiaccio un po’

  12. Io sinceramente non sono d’accordo con molti argomenti dell’articolo, ma volevo sottolineare che secondo me nell’articolo e nei commenti si rivolge anche una critica non tanto al fumetto italiano, ma al suo formato. Mi sembra che alcuni trovino limitante il formato bonellide (b/n, 94 pagine, etc.). Questo è senz’altro vero, ma secondo me è anche fisiologico: non credo che in Francia o in Giappone si lamentino del tipo di formato del loro mercato. Poi se uno vuole sperimentare, ben venga.

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