Il Piccolo Pierre – Storie disordinate. Appunti sul fumetto umoristico per i più piccoli in Italia

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di Corrado Mastantuono (testi) e Stefano Intini (disegni), Tunuè, marzo 2013. 95 pagine, 14,90 euro.

Il mondo dell’editoria a fumetti per l’infanzia e la prima adolescenza è, in Italia, attualmente non molto interessante. Troppe cautele, troppe poche collane, se si escludono alcuni editori, come l’ottimo Orecchio Acerbo, che propone però progetti ibridi fra fumetto ed illustrazione, con un catalogo molto interessante, spesso splendido ma costituito, in larga parte, da autori stranieri [1].

Oltre, insomma, a testate storiche come quelle disneyane, Topolino su tutte, un mercato che era piuttosto vivace fino a un decennio fa, ora si presenta come decisamente asfittico e poco coraggioso. [2] Come felicemente riassunto, ad esempio, nel bel volume Eccetto Topolino, la tradizione italiana legata al fumetto umoristico è ben consolidata, variegata e con degli interessanti aspetti “corsari” che si incanaleranno, nel corso dei decenni, in molte scuole, gruppi, realtà regionali, iniziative e collane editoriali ma, soprattutto, intorno all’imprescindibile centro gravitazionale  dei fumetti disneyani che catalizzerà, sulle pagine delle proprie pubblicazioni, i migliori talenti nostrani.

La storia della Disney Italia è in parte nota e in parte controversa. Per un approfondimento della questione rimando, come al solito, al mio saggio Topolino e il fumetto Disney Italiano e all’imprescindibile I Disney italiani, di cui avrò presto modo di parlare su queste pagine.

Basti qui dire che, come conseguenza dei  compensi più alti che la Disney garantiva a sceneggiatori e disegnatori e alla notorietà che lavorare su personaggi così noti e diffusi  portava con sé e, ancora, alla successiva costituzione di un’Accademia Disney, gran parte degli artisti umoristici (e non solo) attualmente in attività sono figli di quel mondo, di quell’impostazione, con tutti i pro e contro che ne conseguono. Ma, naturalmente, la tradizione umoristica italiana nasce da più lontano e sarebbe qui presuntuoso tracciarne un profilo anche minimamente completo. Si pensi solo alla Commedia dell’Arte, al Ruzante, a Giulio Cesare Croce,  al teatro napoletano e, per arrivare a tempi più vicini ai nostri, ad Achille Campanile o a Cesare Zavattini, personaggio, quest’ultimo, non a caso per nulla estraneo al mondo del fumetto[3].

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Soggetto di Cesare Zavattini / sceneggiatura di Federico Pedrocchi / disegni di Giovanni Scolari

Zavattini, noto soprattutto come scrittore e sceneggiatore, infatti fondò, diresse o collaborò ad alcune delle più importanti riviste umoristiche italiane come il noto Marc’Aurelio (1931) o il Bertoldo (1936), lavorando non saltuariamente anche per i fumetti, scrivendo soggetti poi sceneggiati principalmente da Federico Pedrocchi e Guido Martina, entrambi fra i primissimi Disney Italiani.

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Un umorismo, quello della tradizione italiana, spesso di matrice surreale o meglio ancora iperbolica, ma non astratto, piuttosto di “pancia”, frequentemente legato ai bisogni primari, al mangiare, ai piaceri, al sesso e fortemente “popolare”, nel senso non deteriore del termine. Una cifra stilistica che gli autori Disney, soprattutto dei primi anni del dopoguerra (penso, in particolare, al già citato Guido Martina) hanno saputo traslare nel mondo di carta popolato da paperi e topi.

Quindi si può dire che, con poche eccezioni, il fumetto umoristico italiano concepito per l’infanzia e la prima adolescenza sia, principalmente, figlio della storia editoriale della Disney Italia (già Mondadori). Questo ha portato, da un lato, all’affermarsi di un nutrito numero di solidi professionisti, molti dei quali attuali collaboratori della casa editrice milanese, dall’altro il fare un po’ terra bruciata intorno. Altre iniziative editoriali che cercavano di inserirsi nella stessa fetta di mercato, insomma, non hanno mai avuto vita facile di fronte a quello che è stato e che, giunto recentemente al suo tremillesimo numero, nonostante le emoraggie di vendite, resta ancora un colosso.

Questo è, naturalmente, un peccato per almeno due motivi. Il primo è che la scuola Disney italiana, per quanto ora stia vivendo un momento di profondo rinascimento, grazie ad un direttore competente come Valentina De Poli[4], nell’ultima quindicina d’anni non ha saputo dare sempre gran prova di sé (a parte  specifiche eccezioni, alcune qui già sottolineate). Il secondo è che la Disney, proprio in quanto Disney, ha una policy aziendale molto restrittiva e moralistica. Si pensi solo che, per lunghi anni, nonostante un personaggio come Topolino si muova spesso in contesti legati al giallo e al noir, i personaggi che comparivano sulle testate della casa americana (e delle sue affiliate) non hanno potuto usare armi da fuoco. E questo è solo uno dei molti esempi.

Sotto la gestione De Poli, oltre ad un sensibile aumento della qualità delle rubriche e delle storie pubblicate su Topolino, si sono avvertiti segnali importanti che riguardano un’apertura dei prodotti editoriali disneyani alla modernità: il ritorno delle armi da fuoco, la ricomparsa di temi scottanti come la corruzione e la violenza sui minori, qualche ancora timido tentativo di satira politica e contemporanea e, addirittura, genitori divorziati che si risposano.

Al di là di questi pur importanti passi avanti, resta il fatto che quando, pur con molte cautele, la società alza l’asticella di quello che può essere considerato incluso nella definizione di politically correct, la Disney resta sempre, necessariamente e prudentemente, alcuni centimetri sotto.

Inoltre, bisogna dire che i protagonisti delle storie disneyane sono quasi sempre adulti, se non in casi numericamente meno rilevanti come le avventure che hanno come attori di primo piano, ad esempio, Qui, Quo e Qua.

Perché questo lungo preambolo? Innanzitutto per introdurre i due autori del volume oggetto di questa analisi. Corrado Mastantuono e Stefano Intini, infatti, anche se provenienti o attivi in ambiti diversi da quello in questione (il primo più del secondo) hanno operato a lungo e continuano ad operare sulle pagine dei periodici disneyani e lì hanno iniziato la loro collaborazione che, prima di questo lavoro, ha toccato il suo apice su storie incentrate sul personaggio, creato dallo stesso Mastantuono, di Bum Bum Ghigno (ad es. QUI, QUI, QUI e QUI).

In secondo luogo, ma non secondariamente, il preambolo serve ad introdurre, dopo aver sottolineato sia la centralità dell’editoria Disney in Italia e, conseguentemente, la virtuale mancanza di alternative, la collana editoriale Tipitondi [5], delle edizioni Tunué che, dal momento del suo esordio, si è distinta non solo per la qualità dei volumi presentati (fra cui, naturalmente, anche il Piccolo Pierre, nella sua edizione italiana) ma anche per la volontà di riportare al centro della letteratura a fumetti per l’infanzia i suoi naturali rappresentanti; i bambini, appunto.

All’interno del catalogo di collana, che si muove in un giusto equilibrio fra autori stranieri ed italiani, questo Piccolo Pierre si distingue come uno dei prodotti più interessanti.

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Bum Bum Ghigno, appunto, rappresenta un po’ il padre putativo dei due protagonisti dell’opera di Mastantuono e Intini (senza dimenticare gli splendidi colori di Nicola Pasquetto): Pierre, compassato e coscienzioso e il suo mefistofelico alter ego Pilar. [6]

Non è un caso, per molti dei motivi che abbiamo elencato precedentemente e per qualche altro che riguarda la morale vigente nel nostro paese, nonché le politiche pedagogiche ed educative orientate, specificamente, all’infanzia, che questo fumetto abbia visto la luce in Francia. In questa nazione persiste, a differenza della nostra, ancora una forte tradizione di racconti per bambini aventi come protagonisti gli stessi fruitori delle opere per loro concepite. Penso, per esempio a Titeuf, ma anche ad alcuni racconti, in realtà senza una precisa fascia di riferimento, di Baru, come il rocambolesco (e dall’invidiabilissimo ritmo) Gli anni dello Sputnik.

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Rispetto ad altri prodotti che presentano più di una similitudine con il Piccolo Pierre  (penso, nello specifico a Monster Allergy), si possono isolare delle specifiche tendenze, spesso orientate nel senso di proporre storie meno edulcorate, con più appeal e che facilitino l’immedesimazione di una generazione di giovani lettori che, volenti o nolenti, non è più quella di cinquant’anni fa. Ed ecco, quindi (e finalmente, aggiungerei) genitori single, bambini problematici, bulli non più da operetta. Tutti elementi presenti, anche, nel il Piccolo Pierre che, però, fa un’ulteriore passo avanti verso la direzione del proibito, della battuta davvero graffiante, venando tutto di quel sottile sadismo a cui i bambini non sono affatto immuni ma che, anzi, caratterizza la loro età.

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Quale bambino non riderebbe  sentendo rispondere il diavoletto Pilar, ad un marinaio che gli dice “Coraggio, vedrai che il viaggio non sarà così terribile. Il mare culla come una mamma impaziente” con un davvero poco corretto “A me ne è toccata una col parkinson, ho già la nausea”. O sentendolo appellare il bullo di turno, che sta infastidendo il suo protetto, con un lapidario “ciccione”, con buona pace del politically correct.

Gli esempi possono essere ancora molti. La passione di Pilar per le riviste per adulti, la sua innata tendenza al crimine o la dote di saper inventare nuovi finali per le favole più classiche, come quella di Cappuccetto Rosso: “Il lupo, dopo aver inghiottito la vecchia e il cacciatore sbrana Cappuccetto Rosso godendo della sua agonia  e concludendo il macabro rito con una danza sulle viscere della povera bimba”.

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Naturalmente l’intento ludico resta in perfetto equilibrio con quello, se non educativo, almeno formativo. Pilar è infatti, se lo si guarda con gli occhi degli adulti, l’amico immaginario di Pierre, la sua parte non oscura, ma liberata; per Pierre stesso, invece, l’amico dalla corta coda a punta è un diavolo custode inviato sulla Terra per proteggerlo (o almeno questa era l’idea). Non possiamo sapere quale delle due versioni sia quella giusta e il non poterlo sapere non è solo il meccanismo drammatico che muove, sapientemente, gran parte del racconto, ma un escamotage morale che non sacrifica a tutti i costi le fantasie dei bambini sul tetro e razionale altare del giudizio di padri, madri, insegnanti e adulti in genere.

Il Piccolo Pierre è un fumetto che guarda all’infanzia evitando i due errori più frequenti che compie chi scrive (e, come in questo caso, disegna) per una platea compresa, prendendo le misure a spanne, fra i sei e gli undici anni: in primo luogo non offre una visione edulcorata dell’infanzia, un mondo ideale (ideale per chi lo descrive, naturalmente) da cui sesso, violenza, crudeltà e ribellione sono esclusi; in secondo luogo non attribuisce ai “grandi” presenti nel racconto una eccessiva ansietà, evitando, quindi, di scivolare nel melodramma da “ragazzo problematico”. Sia chiaro, gli adulti restano gli adulti, abitanti di un mondo diverso e di cui non c’è sempre da fidarsi ma, come nel caso del padre di Pierre, le turbe del figlio, sempre che siano tali, vengono affrontate non con disinteresse, e neanche con inadeguatezza o disagio, ma con misurata comprensione. Insomma, il mondo fantastico dei più piccoli non è qualcosa da guardare con imbarazzo ma, piuttosto, una ricchezza che chi l’ha persa si trova ad invidiare.

P.S.

Poi…poi naturalmente, ci sono pirati, galeoni, scienziati pazzi, giungle e vulcani. Tutto il necessario corredo, insomma, per un bellissimo viaggio.

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[1] Di uno splendido volume pubblicato da Orecchio Acerbo, Spiaggia Magica di Crockett Johnson, parlerò presto su queste pagine.

[2] Le ultime iniziative davvero interessanti, in questo ambito, e nello specifico in quello dell’editoria seriale, erano appunto targate Disney Italia. Penso a PP8 (conclusosi dopo solo 13 numeri), W.I.T.C.H. (ancora in corso) e soprattutto a MM – Mickey Mouse Mistery Magazine e Monster Allergy. Di molte di queste testate, che coinvolgono l’ottimo sceneggiatore Francesco Artibani, abbiamo parlato in questa intervista. Un esempio extra-disneyano è quello della sfortunata serie Wondercity

[3] Non si può, spostando l’attenzione sulla letteratura umoristica pensata specificatamente per l’infanzia, non citare Vamba, al secolo Luigi Bertelli, e il suo  Il giornalino di Gian Burrasca di cui ho parlato, fra le altre cose, QUI. Vamba, fra l’altro, come Zavattini, citato poco più avanti in questo articolo, spese gran parte della sua vita editoriale nel mondo delle riviste, in particolar modo su quel Giornalino della domenica che diresse e su cui inizialmente serializzò il Gian Burrasca, precursore di tanti bambini “terribili” e naturale antenato dei personaggi inventati da Mastantuono e Intini nell’opera qui analizzata.

Inoltre, tutti questi elementi, che concorsero alla creazione di una cifra umoristica nazionale, furono gli stessi che, contaminandoli, permisero ai personaggi Disney di attecchire così bene nella nostra realtà editoriale, arricchendo le loro personalità, già così complesse, di nuove sfumature. Sull’influenza della letteratura italiana sui personaggi Disney e, in particolar modo di quella della commedia dell’arte, Francesco Artibani e Lello Arena hanno costruito un ciclo di storie, quello de Il Teatro Alambrah, che ha il sapore di un omaggio filologico.

[4] Si parla qui, indifferentemente, di Disney Italia e di Topolino, non perché non si tratti di due entità distinte, ma perché la testata settimanale, una delle poche reduci della pletora di pubblicazioni presenti in edicola fino a qualche anno fa, è, a tutti gli effetti, la vetrina e il motore della casa milanese, se si esclude l’importante e collaterale mercato del merchandising.

[5] L’iniziativa editoriale della Tunué è stata riconosciuta in occasione del Salone di Lucca dello scorso hanno, dove è stata insignita del Premio Stefano Beani per un’iniziativa editoriale con la seguente motivazione : “Per aver colmato una lacuna del mercato fumettistico italiano realizzando un’intera collana appositamente dedicata al pubblico più giovane”.

[6] Per una descrizione di Bum Bum Ghigno possiamo affidarci alle parole del suo “papà” Corrado Mastantuono:

Bum Bum Ghigno nasce con la storia «Paperino e la macchina della cono -scenza» («Topolino» numero 2172, del 15 luglio 1997) nel ruolo impopo -lare di cattivo dell’episodio. Nel finale c’è il pentimento e l’espiazione ma non in maniera del tutto convincente. Si intuisce tra le righe che Bum Bum ci gode a scontrarsi con le etichette e il bon-ton. Forse fu questo il motivo che lo fece risultare particolarmente simpatico alla redazione che mi chiese di riproporlo in storie successive.

Nel folto panorama disneyano Bum Bum aggiunge, dove possibile, l’aspetto pecoreccio, l’opaco pressapochismo di un papero provocatorio, trasgressivo. Bum Bum è indolente come Paperino, arrogante come Paperone, ottuso come Paperoga. Partendo da elementi già esplorati con altri personaggi Bum Bum li rinnova, culminando in quello che forse è il vero aspetto innovativo: la pervicace attrazione verso tutto quello che è contro. Riesce a essere infido, amorale, gretto e tutto sempre con assoluta mancanza di stile. Uno così o lo ammazzi o te ne innamori o entrambe, ma non in quest’ordine.

 La dichiarazione è tratta dall’intervista a Corrado Mastantuono di Martina Galea, pubblicata sul portale di critica e informazione fumettistica UBC (Ubcfumetti.com/interview/0502.htm ), senza data.

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Per altri articoli sulla Disney o per argomenti a questa correlati potete andare QUI, QUI, QUIQUIe  QUI

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Una risposta a “Il Piccolo Pierre – Storie disordinate. Appunti sul fumetto umoristico per i più piccoli in Italia

  1. Grazie, Andrea.
    Solo una precisazione: “Il piccolo Pierre” non è mai uscito in Francia; l’edizione Tunué è la prima in assoluto. È stato solo prodotto per il mercato francese, senza venire pubblicato.
    Chissà che questo nostro libro non invogli qualche editore transalpino a dare un seguito alle avventure di Pierre e Pilar…

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