Habibi, un parere femminile

di Cecilia Alessandrini

Cecilia Alessandrini, insegnante di lettere, è stata per molti anni volontaria presso una scuola di italiano per adulti immigrati dove è entrata in contatto con donne di tutte le nazionalità. Attiva nel movimento delle donne si interessa di questioni di genere declinate a livello nazionale ed internazionale nella ferma convinzione che non esista una “questione femminile” ma piuttosto una “questione maschile”. Insieme a Gianlorenzo Ingrami, con il nome Cecigian, è coautrice di vignette satiriche pubblicate sulla stampa nazionale ed internazionale. Ritorniamo con lei sulla questione delle donne nell’universo del fumetto, di cui avevamo parlato QUI e QUI.

Habibi

Ho letto “Habibi” essenzialmente perché vi era narrata la storia di una donna, in particolare di una donna che si muove all’interno della cultura islamica la cui conoscenza, è allo stesso tempo misteriosa e contraddittoria. Leggendolo ho scoperto che “Habibi” è molto di più che un semplice racconto di formazione al femminile, è una storia affascinante in cui si intrecciano con grazia tematiche importanti: il problema ambientale dell’acqua e dei rifiuti, la comune matrice culturale semita della religione islamica e di quella cristiana, i profondi squilibri sociali ed economici che attraversano i paesi in via di sviluppo.

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Una bella narrazione sospesa in un “non luogo” e in un “non tempo” ammantata di fascino. Gli occhi da cerbiatta della protagonista del racconto, Dodola, dapprima sposa bambina, poi adolescente costretta a soddisfare il desiderio maschile come unica possibilità di sopravvivenza, infine prigioniera di un harem piegata alle voglie di un sultano infantile e capriccioso, mi hanno letteralmente ammaliata. Così, quando ormai a notte fonda, ho concluso la lettura del testo il primo pensiero che ho avuto è stato relativo alla mia presunta fortuna di donna occidentale nata in un contesto culturale tanto diverso da quello descritto. A quel punto però ho immediatamente capito che ero appena stata vittima del fenomeno descritto dal linguista George Lakoff1 nel suo celebre libro “Non pensare all’elefante”. In questo suo famosissimo testo Lakoff descrive il processo mentale per cui quando ci viene chiesto di non pensare a qualcosa immediatamente nel nostro cervello compare l’immagine “proibita”.

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Il processo a cui conduce, non so quanto volontariamente, la graphic novel di Craig Thompson, è esattamente quello appena descritto. Nonostante il rispetto e l’attenzione che l’autore dimostra nell’avvicinarsi ad un’altra cultura, il testo, scritto da un occidentale per un pubblico occidentale, ripercorre una serie di stereotipi riguardanti la condizione della donna nel mondo islamico che immediatamente inducono il lettore a considerare i problemi descritti peculiari di quella specifica cultura.

Il problema delle spose bambine, ad esempio, più volte richiamato all’interno del testo è legato non solo alla cultura islamica. Molte altre culture oltre quella islamica conoscono, purtroppo, questa pratica ma il modo in cui Thompson lo propone sembra invece legarlo in particolare all’Islam piuttosto che alle pratiche sociali di tante altre comunità nei paesi in via di sviluppo.

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I motivi legati alla sopravvivenza sua e del bambino che ha deciso di adottare per cui la protagonista finisce per prostituirsi sono gli stessi che animano la maggior parte delle molte prostitute, per lo più straniere, che si trovano sfruttate e maltrattate sulle strade delle nostre città alla mercé del desiderio e della brutalità di uomini non molto diversi dai mercanti del deserto descritti nel racconto.

Buona parte del racconto si svolge all’interno dell’Harem di un sultano di cui Dodola diventa la favorita grazie al carattere indomito e poco addomesticato che risulta essere una risorsa per la sessualità annoiata del sovrano saturo di ricchezze e di donne. Anche in questo caso lo stereotipo dell’harem sembra utilizzato in modo strumentale ad uso e consumo di un pubblico già avvezzo a quell’immagine. Il modello di harem descritto nella graphic novel di Thompson è quello di tradizione turca-ottomana in cui effettivamente quei luoghi possedevano le caratteristiche che hanno successivamente influenzato il nostro immaginario. Ma la maggior parte degli harem erano invece posti certamente di segregazione femminile, ma molto lontani da quella ambientazione da “Mille e una Notte” a cui siamo abituati. Gli harem marocchini, ad esempio, erano costituiti da ampie zone della casa in cui convivevano le diverse generazioni femminili con semplicità e sobrietà, spesso essendo uniche mogli di unici mariti2.

Tuttavia a fronte di tutti questi difetti che possono confermare il lettore con poca voglia di approfondire nelle sue già definite convinzioni, in “Habibi”ci sono una serie di spunti che ho trovato molto interessanti.

Il travaglio interiore che attraversa la protagonista incinta di un figlio che le ricorda un rapporto sessuale a cui è stata costretta e il fastidio fisico nel sentire che il suo corpo, improvvisamente goffo e pesante, le è stato in qualche modo espropriato dal bambino che porta in grembo sono tematiche troppo spesso colpevolmente ignorate a favore di un concetto edulcorato e finto della maternità come qualcosa di sempre desiderabile da una donna. Il contrasto presentato tra genitorialità naturale e adottiva con il prevalere della seconda sulla prima durante tutto il racconto e soprattutto nella parte finale è un messaggio veramente coraggioso e quasi stupefacente soprattutto in un contesto come quello italiano dove, erroneamente, tutt’ora a prevalere è sempre il legame di sangue su quello educativo tra genitori e bambino.

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Ma tutto questo è in secondo piano rispetto al vero filo conduttore di salvezza della vita di Dodola rappresentato dall’aver imparato a leggere e scrivere, dal non essere analfabeta come suo padre che decide di venderla ad un marito ancora bambina. Una salvezza che viene dall’essere capace di leggere, narrare e soprattutto godere delle storie e dei racconti. Enfatizzando questa capacità ancora affatto scontata per una donna in molti paesi del mondo di accedere ad una possibile istruzione l’autore ribadisce, non so quanto consapevolmente, un concetto, fondamentale nella storia di genere e che attribuisce un valore aggiunto a questo lavoro: l’unica vera possibilità di liberazione ed emancipazione femminile passa inevitabilmente attraverso l’istruzione. Nessuna presunta “esportazione della democrazia” sarà mai efficacie e di aiuto nel processo di affermazione dei diritti delle donne quanto garantire loro l’accesso all’istruzione e alla conoscenza. Deve esserne consapevole anche il sultano del racconto che fa giustiziare il suo bibliotecario soltanto per aver permesso a Dodola di accedere alla biblioteca del palazzo. Perché una donna istruita è, in fondo, una donna già liberata.

***

1 George Lakoff, “Non pensare all’elefante” Fusi Orari 2006.

2 Cfr Fatema MernissiLa terrazza proibita” Giunti 1999

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