Armi di Persuasione di Massa

Armicover

Quando, verso la fine di Gennaio, era stata annunciata la prossima uscita di “Armi di persuasione di massa” di Brooke Gladstone e Josh Neufeld, ho atteso la pubblicazione con la trepidazione di un adolescente che aspetta fuori dal negozio di dischi mezz’ora prima dell’apertura, per comprare il nuovo album del suo gruppo preferito.

Troppi temi che mi interessano da sempre s’incrociavano nel testo all’attualità urgente del dibattito politico e mass-mediologico (al di là della consueta eleganza grafica, va riconosciuto alla Rizzoli Lizard il tempismo perfetto della scelta). Inoltre, il duetto d’autori prometteva bene: una popolare giornalista radiofonica, esperta di comunicazione e storia del giornalismo, ed un collaboratore storico di Harvey Pekar, apprezzatissimo per il suo “A.D.: New Orleans after the deluge”, testimonianza diretta sulle drammatiche conseguenze dell’uragano Katrina.

Appena uscito l’ho divorato, con la foga d’un bulimico tenuto a digiuno per due settimane e poi improvvisamente messo di fronte a un banchetto a base di guanciale, fritture e nutella.

Alla prima, vorace lettura, per molti versi mi ha deluso, per altri mi ha sorpreso, indubbiamente mi ha interessato.

Poi l’ho riletto con calma. E ora posso in coscienza sancire il mio verdetto: non mi ha sedotto, ma mi ha arricchito.

Il libro si presenta subito come un saggio sul rapporto tra media, potere e massa.

presidenti

Accompagnandoci in una vertiginosa rassegna storica di personalità carismatiche ed eventi-crocevia nell’evoluzione dei media, l’autrice porta avanti una tesi apparentemente controcorrente: non è vero che i media ci influenzano. Al contrario siamo noi, semmai, ad influenzarli, poiché essi sono mossi dall’interesse commerciale, quindi devono assecondare gusti e tendenze del pubblico. Seguendo le conseguenze di questo assunto, a conti fatti, “abbiamo i media che ci meritiamo”.

Scontata la verbosità congenita ai cosiddetti graphic essay (chi s’accosta a un titolo del genere certo non si aspetta spade laser o donnine nude), il libro ha un buon ritmo, ma la mole imponente di informazioni e riferimenti che lo innerva non è sempre gestita in maniera armoniosa e scorrevole.

Pregi e difetti del testo si giocano tutti sulla pericolosa linea di confine caratteristica di certo stile comunicativo americano: quella tendenza divulgativa perennemente in bilico tra straordinaria capacità di sintesi e volgarizzazione troppo superficiale. Volgendo la metafora in senso calcistico, per cercare di aggirare con destrezza l’avversario (rendendo fruibile la pesantezza delle informazioni) si rischia spesso di andare in fuorigioco (sintetizzandole in maniera brutale e quindi deformante).

Ad esempio, all’inizio ci appare vivace e riuscita la carrellata di volti del giornalismo americano storico, i cui punti di vista salienti vengono esposti nello scambio dialettico di una battuta. Diamo per assodato che il riassunto delle varie posizioni, pur nella necessaria concisione, sia fedele e veritiero. Quando però vediamo il trattamento riservato a qualcosa che conosciamo un po’ meglio, qualche inquietante sospetto ci viene.

La disinvoltura americano-centrica con cui gli statunitensi trattano la storia universale è tristemente nota, ma qui francamente si esagera.

Steso un tendone da circo pietoso sull’ “Eureka” d’Archimede fatto risuonare accanto al Colosseo (“Suvvia”, mi si dirà, “non fare sempre il sapientone, concediamo un po’ di sintesi concettuale al povero disegnatore!”)… ho dovuto sedare con un cocktail di xanax, chetamina e vari oppiacei il filologo dantesco che senza posa s’agita in me.

Una misura necessaria per impedirgli di uscire, a mò di Alien, dal mio petto e recarsi negli States a sopprimere gli autori, abbattendoli a colpi di volumi di Erich Auerbach.

Il motivo è presto detto : nel condannare i giornalisti che non prendono posizione, essi vengono correttamente accostati agli ignavi danteschi. Peccato che questi ultimi vengano raffigurati rapiti da “la bufera infernal che mai non resta”… come i lussuriosi!

Eppure Google in America dovrebbero saperlo usare…

Per il resto, se non siete dei dantisti antiamericani dalle tendenze omicide, il libro è godibile ed è fonte di stimoli continui.

Ma anche dal punto di vista del messaggio, non è del tutto convincente.

obama

Nel risvolto di copertina viene riportato il giudizio del “The New York Observer”:“Art Spiegelman ha incontrato Marshall McLuhan”.

Uno slogan molto efficace ma, come molti slogan, è un’affermazione più d’effetto che di sostanza. Non solo per la banale evidenza che Brooke Gladstone non è Spiegelman: il libro, per quanto scritto bene, non si avvicina minimamente alla sapienza narrativa e allegorica dell’autore di “Maus”.

armi

Ma anche perché tutto sarebbe stato molto più interessante se la Gladstone avesse incontrato, invece di McLuhan, Baudrillard, e la sua visione dell’implosione di senso nei media, nella “società del simulacro”.

Chi infatti, magari affascinato dalla copertina, volesse trovare nel libro la rivelazione degli occulti burattinai dell’industria mediatica, o una condanna delle derive orwelliane della stessa, rimarrebbe spiazzato, oltre che deluso (del resto, come ci ammonisce un classico della filosofia morale , “don’t judge a book by its cover”). Fin dalle prime battute qualsiasi ipotesi“complottista” viene ridicolizzata e relegata al rango di patologico delirio paranoide.

Questo non vuol dire che il libro sia un libello propagandistico di regime, tutt’altro. Nel volume, vengono dichiarate e ben documentate le numerose occasioni in cui il potere, soprattutto americano, anche di recente ha manipolato consapevolmente le notizie per motivi di bieca propaganda.

La ricostruzione storica non sembra risparmiare nessuno, non solo i “cattivi” come il senatore McCarthy o G.W. Bush, ma anche “buoni” come George WashingtonAbraham Lincoln o, nella contemporaneità, Obama vengono impietosamente messi in discussione nella loro controversa gestione delle informazioni ufficiali.

Sono le conseguenze che gli autori traggono da questa crudele lezione della Storia a lasciarci perplessi.

La tesi enunciata, rimase sospesa tra il rassicurante ottimismo mcluhaniano e l’ambiguità critica del gatekeeper. Dopo averci mostrato millenni di manipolazioni in ogni tempo e luogo non è facile persuaderci che ora le nuove tecnologie ci renderanno liberi.

Gli autori, dopo averci aperto mille porte, alla fine ci conducono in un ambiente troppo angusto per essere confortevole. A dispetto del titolo, le armi di persuasione usate risultano abbastanza spuntate.

In conclusione, un ottimo prontuario, una lettura senza dubbio interessante, ma certo non un testo definitivo sull’argomento.

***

Il Conte ama spezzare le catene della mente, lo potete vedere all’opera qua.

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