Bilal & Bacon: questi fantasmi

di Renato Pallavicini

E’ con piacere che accogliamo sulle nostre pagine Renato Pallavicini per una nuova e lunga collaborazione. Pallavicini ha fatto studi di architettura ed è giornalista professionista. Si è sempre occupato di cultura e spettacoli e, in particolare, di fumetto e cinema d’animazione. Collabora a giornali, riviste e siti web e sul quotidiano «l’Unità» tiene da moltissimi anni una rubrica settimanale dal titolo «Il calzino di Bart», dedicata a fumetto, illustrazione e cinema d’animazione. -AQ

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Più che i Fantasmi del Louvre questi sono i fantasmi di Enki Bilal. Sono le ectoplasmatiche iconografie che assillano il suo immaginario, spiriti pittorici esalati da corpi violentati, ammazzati, smembrati: una memoria dolorosa risvegliata dalle guerre e dalla deflagrazione della sua terra di origine, quella che chiamiamo ex Jugoslavia. Il risveglio inizia da Le sommeil du monstre (1998), primo capitolo di una tetralogia di volumi (che comprende 32 Décembre, Rendez-Vous a Paris, Quatre? – tutti tradotti da Alessandro Editore).

«Ho diciotto giorni e I remember le grosse mosche nere e l’aria tiepida dell’estate che penetra attraverso le crepe dell’ospedale. A diciotto giorni so riconoscere il soffio dell’aria dal soffio delle bombe, e uno sparo di mortaio da uno sparo di T34…».

«Dicono che l’hanno trovata poche ore dopo la sua nascita, vicino a un combattente che calzava delle scarpe sportive di una marca del secolo scorso “Nike”… il suo nome viene da lì».

Il protagonista che ricorda e al quale si rivolge l’interlocutrice nelle due didascalie che accompagnano a mo’ di voce fuori campo le tavole iniziali de Il sonno del mostro, è Nike, uno dei tre protagonisti della serie, assieme ad Amir e Leyla. Nike ha la stessa radice di Nikopol (protagonista di un’altra celebre trilogia di Bilal) ed è l’anagramma di Enki.

Ma non voglio parlare di questo, voglio invece partire da qui, da queste opere di «svolta» nel percorso artistico di Bilal per rintracciarvi alcune tracce grafiche e iconografiche che lo caratterizzano. E che in I fantasmi del Louvre1 emergono con chiarezza e maturità.

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I Fantasmi non è una storia a fumetti ma una macchina pittorica pensata e costruita in un tempio dell’arte come il museo parigino. Bilal ha avuto il privilegio di girare liberamente nelle sale deserte, senza visitatori. Vi ha scattato quasi quattrocento fotografie, poi ha fatto una drastica selezione: sceglierne soltanto ventidue. «Le foto scelte – spiega l’autore nell’introduzione al libro – leggermente desaturate, sono state stampate su tela. I fantasmi sono stati svelati ad acrilico ed enfatizzati a pastello. Le loro biografie, necessariamente tragiche, si innestano sulla verità storica, ma possono a volte allontanarsene, poiché la condizione di fantasma è per sua natura ingannevole».

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Ma chi sono questi fantasmi che si respirano «in ogni angolo della galleria, in ogni dettaglio, ovunque si posi lo sguardo, dappertutto, dentro e sopra il pavimento, nelle rientranze dei muri, nell’aria che stagna sul soffitto… frammenti immagazzinati nei polmoni durante la visita, frammenti che poi ritornano al loro posto, come aspirati dal loro destino, testimoni immutabili incatenati al loro tempo»? Sono i doppelgänger, gli alias, gli avatar di artisti, ispiratori, muse, modelli ai quali Bilal attribuisce nomi misteriosi e quasi impronunciabili, e che hanno incrociato o hanno avuto qualcosa a che fare con le opere e gli autori che perseguitano con le loro diafane apparizioni.

La prima di queste apparizioni, guarda caso, si fonde con la Nike – lo pseudo-nome così caro a Bilal – di Samotracia, celeberrima scultura greca che svetta sullo scalone d’ingresso del Louvre. Il fantasma è quello della testa di Aloysias Alevratos, virtuoso scultore vissuto nel 200 a.C. che ebbe il capo mozzato da una corda tesa tra due alberi, mentre correva su un carretto tirato da due cavalli. Bilal rievoca l’episodio in una corposa scheda che commenta la sua foto-tavola. Lo fa anche per gli altri 21 fantasmi, costruendo biografie tormentate e mitiche: da Antonio di Aquila che forse fece da modello alla Gioconda di Leonardo a Ecuba-Xanthos-Diomede triplice e androgina incarnazione che indossa un prezioso elmo corinzio; da Melencholia Hransky, corpo transgender che si transustanzia nell’efebico «Autoritratto con fiore d’eringio» di Albrecht Dürer.

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Enki Bilal, nato a Belgrado nel 1951 ma francese d’adozione, ha sempre narrato il conflitto tra individuo e potere e la lotta tra i poteri sotto forma di metafore fantapolitiche. Nel suo stile grafico è passato dagli iniziali modi moebiusiani a un tratto e uso del colore originali. Le sue visioni sono diventate via via più pastose, gessose, striate di biacche bianche, di acidi blu e verdi, di rossi sanguigni; e le campiture materiche dei suoi pennelli sono sublimate da solide a gassose, fino al limite dell’evanescenza: fantasmi, appunto. Stile personalissimo, il suo, nel quale non si possono fare a meno di rintracciare varie suggestioni e diversi influssi dell’arte pittorica. Tra questi, il debito verso il pittore irlandese Francis Bacon (1909-1992) è più che evidente. E i Fantasmi del Louvre ne sono una conferma esplicita.

Guardatevi questa minigalleria che allinea e accosta alcune tavole di Bilal a dipinti di Bacon. Ci sono colori, pennellate e posture che, in alcuni casi, quasi coincidono. Ci sono frammenti analoghi di fantasmi e di corpi: teste, busti, tronchi. C’è una terrificante dissezione anatomica o il frutto di un atto creativo non-finito o, ancora e più drammaticamente, un campionario di resti umani, smembrati da guerre, violenze, soprusi.

Le affinità iconografiche con Francis Bacon già si erano affacciate nelle precedenti opere di Enki Bilal. In 32 Dicembre, ad esempio, disegna un Papa assiso che ha parecchio a che vedere con uno dei Cardinali-Papi dipinti da Bacon, il «Ritratto di Papa Innocenzo X» (1953), a sua volta ispirato al quadro di Diego Velázquez (1605).

Ecco il confronto.

 

In una delle tante variazioni di questo dipinto, Bacon dipinge il Papa sullo sfondo di un sanguinolento bue squartato. Il tema della carne e del corpo sono costanti ossessioni della vita e dell’opera del pittore.

Ecco di seguito il quadro, un autoritratto fotografico «in tema» del pittore, un fantasma di Bilal (Willem Tümpeldt, ispirato a «Il bue macellato« di Rembrandt e un altro dipinto di Bacon, «Three Studies for a Crucifixion» (1962)

Non è il caso di entrare in dettaglio nei temi, nei soggetti e nei significati dell’opera pittorica di Francis Bacon. E dunque torno a Bilal per aggiungere qualche altra suggestione iconografica che ci consegna. In un’intervista che gli feci molti anni fa a Napoli, durante una Fiera del fumetto, (pubblicata su l’Unità del 3 ottobre 1989) alla domanda sulle sue fonti d’ispirazione cinematografiche (era appena uscito in Francia il suo film Bunker Palace Hotel) dichiarò il suo debito verso il regista e documentarista inglese Peter Watkins, autore, tra l’altro, di un documentario sul pittore Edvard Munch (altra fonte d’ispirazione dichiarata per Bilal). «Peter Watkins – mi disse Bilal – ha influito molto sulle mie opere, su certi tagli di inquadrature, su molti aspetti grafici». Uno dei film di Watkins s’intitola War Games (1965) e vi si immaginano gli effetti di un attacco nucleare in Inghilterra. Vinse il premio speciale della giuria a Venezia nel 1966 e l’Oscar come miglior documentario nel 1967. In Inghilterra ne è stata vietata a lungo la messa in onda televisiva. Eccone un fotogramma.

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Ed ecco un altro dei Fantasmi del Louvre di Enki Bilal, i «Gemelli Regodesebes».

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Forse è soltanto una somiglianza o, forse, un frammento di memoria iconografica. L’arte vive di incroci e travasi d’immagini. E anche il fumetto.

***

1 I fantasmi del Louvre edito da Bao Publishing, è anche una mostra, tenutasi al Louvre dal 20 dicembre 2012 al 18 marzo 2013. Le foto-tavole di Bilal sono state esposte in un’analoga esposizione al recente Napoli Comicon che si è tenuto a Napoli dal 25 al 28 aprile. Il volume originale francese è edito da Futuropolis, casa editrice che ha dedicato un’intera collana al prestigioso museo, chiedendo ad autori e disegnatori di creare delle opere a fumetti nelle quali il Louvre fosse, in qualche misura, il protagonista.

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Una risposta a “Bilal & Bacon: questi fantasmi

  1. interessante l’articolo, meno l’operazione di bilal che graficamente e concettualmente mi lascia assai perplesso

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