Marvel No(w): volevamo essere la Image

Il 26 aprile la Panini comincerà a pubblicare il nuovo corso dei supereroi della Casa Delle Idee chiamato Marvel Now! Il nostro Evil Monkey ci offre una personale panoramica sull’evento. -AQ

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Teaser promozionale firmato da Joe Quesada

Quante persone conoscete che dopo aver spiluccato qualche numero di una nuova serie via Comixology (o Torrent) non si siano buttate sull’acquisto del relativo trade paperback fisico? Magari in lingua originale e su qualche rivenditore dai prezzi ultrapolitici (vedi BookDepository). Processo avvenuto con disarmante regolarità – per quanto riguarda il sottoscritto – nel caso delle serie Image dell’ultima tornata. In più aggiungiamoci la politica del ribasso dei prezzi da libreria della casa editrice – il primo tpb di Saga costa 10 dollari, Walking Dead ancora meno – e il quadro è completo.

Mi pare palese: se una cosa piace la gente è ben felice di investirci del denaro, soprattutto se così può  fruirne nel modo che gli è più congeniale (ma non è detto, visto che spesso il supporto è puramente spassionato – vedi siti di crowdfounding vari). Cosa che non è successa neanche lontanamente con questo rilancio Marvel, arrivando perfino a farmi mollare la tentazione di versioni fuorilegge. Prendetelo come un messaggio lanciato direttamente ai vertici dell’editore newyorkese: meno teaser da terza elementare e più passione per le serie stesse.

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Uno dei teaser dell’evento, un po’ stucchevole

Da questa introduzione dovreste aver capito che non sono esattamente entusiasta del nuovo corso della Casa delle Idee (epiteto che forse è ora di ridimensionare). Il motivo è solo uno: tutte le testate prese in considerazione dal sottoscritto sono basate così prepotentemente sulla ricerca spasmodica dell’idea originale a tutti i costi da riuscire nel miracolo di  risultare allo stesso tempo a) una identica all’altra b) tutte viste e straviste.

I Vendicatori che rispondono a chiamata? Già visto in Global Frequency. Capitan America disperso in una landa desolata con una bambina? Non faccio neppure l’elenco delle fonti. Deadpool contro gli zombie? Nauseante. Gruppi male assortiti impegnati in black ops? Una roba che si trascina dall’inizio degli anni ’90 all’ultima (bellissima) serie degli X-Force. Semplici gruppi male assortiti ma con dubbi esistenziali? Mi pare ci avessimo rinunciato da 10 anni, quando per un attimo i super-eroi erano tornati super.

E così via. Per rigore di cronaca metto in chiaro che l’Uomo Ragno non è stato neppure preso in considerazione. Basta farsi prendere in giro.

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Geof Darrow firma la copertina di Deadpool

A rendere il tutto ancora più frustrante abbiamo un apparato grafico di caratura imbarazzante. E questa volta in senso positivo. Una cosa da non credere: a partire da uno Stuart Immonen in stato di grazia – sinceramente. Quest’uomo è Dio – passando per le nuove superstar Tony Moore, Jerome Opena e Stefano Caselli. E poi le anatomie strabilianti di Frank Cho, la pop art di Mike Allred, la solidità di Dillon, le chine di Janson e le copertine di Geof Darrow. Qualcuno me lo sto scordando del sicuro. Da questo punto di vista siamo in una botte di ferro, per usare un eufemismo. Non saremo alle prese con artisti impegnati a rivoluzionare il mezzo, ma se cerco adrenalina, dinamismo e storytelling sparato in faccia direi che siamo ai massimi livelli. E, visto e considerato che non stiamo leggendo Asterios Polyp, meglio di così non poteva andare.

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Il nuovo Capintan America di Remender, Romita e Janson!!!

Il problema sta tutto negli scrittori. Se Hickman ci crede veramente in quello che scrive (spesso con un candore imbarazzante), alla solita macchina da guerra Bendis – uno che un fumetto brutto al 100% probabilmente non lo scriverà mai (maxi-eventi esclusi) – bisognerebbe ricordare che far succedere qualcosa nell’arco di 4/5 uscite non sarebbe male. I suoi X-Men sono interessanti nella premessa ma solo gradevoli nello svolgimento. E la stessa cosa succede più o meno in tutte le testate. Abbiamo un sacco di idee abbastanza campate per aria (come se non fossero frutto di un ragionamento spontaneo ma del micidiale processo del “farsi venire un’idea per forza di cose”) trasformate in storielle dal peso specifico nullo. Tutto portato avanti da una squadra di professionisti così capaci da non riuscire neanche in questo caso a scrivere spazzatura.

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Le copertine dei primi tre numeri degli Avengers di Hickman che affiancate creano una sola immagine

Volevano essere la Image, verrebbe da pensare. E l’impressione è proprio quella. Nella speranza di ottenere per forza di cose qualcosa di figo (sfruttando ancora una volta – dopo il primo avvento di Quesada – quel passaggio sulla lama di rasoio tra mainstream e undergrund. Ci ricordiamo tutti X-Statix, vero?) abbiamo ottenuto un mare di mediocrità salvata solo da disegnatori con un talento fuori dal normale. Alonso e tutta la sua squadretta di architetti dovrebbero rileggersi con calma le grandi run di casa Marvel. Si tratta di cicli lunghissimi che arrivavano spesso al culmine artistico dopo mesi di complicità costruita passo dopo passo con il lettore. L’idea rivoluzionaria veniva cullata per centinaia di pagine per poi rivelarsi raramente come uno strappo netto. Il più delle volte era un approfondimento o un cambio di prospettiva. Quante tavole ha impiegato Frank Miller per arrivare al suo Daredevil? E cosa c’era di così inedito negli X-Men di Whedon o nel Punitore di Ennis? E se ci si riusciva prima – quando il pubblico era ancora legato a ritmi antologici e al linguaggio del cinema – non vedo perché non arrivarci ora, con i telefilm che hanno imposto il loro andamento espanso. Magari per anni. Inutile esordire con la trovata bomba all’ennesimo rilancio del numero 1 se questa poi si rivela poco più di un petardo nell’arco di tre/quattro uscite.

Occorre il best seller settimanale? Sciocchezze.

Le vendite pesanti le si fanno con i prodotti a coda lunga (per maggiori informazioni rivolgersi al signor Kirkman). E le sparate alla Mark Millar (diciamolo… la Marvel sta ancora inseguendo la sua nuova Civil War) riescono solo a chi urla per primo. Che infatti si defila al volo, cosciente del trucco ormai svelato.

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I Nuovissimi X-Men di Bendis disegnati da Immonen

Ho sempre letto tonnellate di super-eroi perché li considero un canovaccio perfetto. Tele bianche su cui dipingere qualsiasi cosa, con la sicurezza che i limiti imposti sarebbero stati sufficienti per farci stare tutte le nostre fantasie (vedi il solito Superman di Morrison. Iperclassico, eppure una cosa così non si era mai vista). I grandi riuscivano a sperimentare con il linguaggio, con la narrazione e con la psicologia producendo pur sempre giornaletti da edicola. Un miracolo di creatività, se ci si pensa.

Ora la tela rimane bianca, ma il muro attorno è coperto di schizzi. La prima volta sorprende. La seconda molto, molto meno. Alla terza, in tutta sincerità, salto il turno.

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3 risposte a “Marvel No(w): volevamo essere la Image

  1. Mi permetto di dissentire.
    Vero che ci sia stata la ricerca sfrenata del primo numero a effetto, ma ritengo sia vero anche che molte serie siano riuscite a tenere il colpo abbastanza bene. Uncanny X-Men (l’altra serie di Bendis con tavole di Bachalo) ha mostrato notevole carattere e grinta in soli tre numeri, Hulk esce dalla cura Waid/Yu rinato e anche Thor risulta più piacevole del pre-MarvelNow.

    Il problema della decompressione e di archi narrativi pensati da subito nell’ottica della raccolta in volume e non in quella del singolo albo esiste, ma non è nuovo, anzi ha radici ormai profonde ed è attribuibile ad una scelta di campo assolutamente conscia fatta nel periodo Quesada/Bendis.
    Questo modo di concepire la divisione della storia trova contrario anche me, apprezzo infatti maggiormente un approccio in stile Waid teso a dare dignità e unicità a ogni uscita mensile, ma riconosco la coerenza stilistica.

    In definitiva la gestione MarvelNow ha ereditato i difetti del precedente corso (sovraffollamento delle testate, maxi-eventi troppo invasivi, decompressione narrativa), ma ha visto una riorganizzazione dei team creativi più intelligente ed è stata utile a fare tirare il fiato a qualche serie ridotta alle corde. Niente di rivoluzionario ma tutto molto professionale.

    P.S. Presente (sono uno di quelli che dopo essere passato da Comixology si sta affannando a collezionare pre-order su Bookdepository)

  2. Grazie mille Iago per le puntualizzazioni. A questo punto recupero pure l’Hulk di Waid (temevo troppo la delusione e non ho avuto la forza).. Per il resto hai usato la parola giusta… professionale. Peccato che questi in realtà volessero fare gli scavezzacollo, con il risultato di un pastone ne carne ne pesce che non piace a nessuno (prendi invece il Daredevil di Waid. Ultraprofessionale nellla sua semplicità da fumetto classico, e infatti è una bomba). Grazie ancora!

  3. Mi trovo sostanzialmente d’accordo con il commento di Iago Menichetti. A ciò aggiungo che mi sembra un po’ presto per valutare se le nuove serie avranno un valore aggiunto sulle run di medio-lungo termine, e questo dipenderà principalmente dalla stabilità dei team creativi, la vera piaga che affligge il comicdom delle major da qualche anno a questa parte.

    Da questo punto di vista è già possibile notare per esempio il sostanziale fallimento dei nuovi 52 della DC Comics, tranne alcune eccellenze che hanno appunto la loro vera forza nella continuità stilistica e grafica, come il Batman di Snyder/Capullo e la Wonder Woman di Azzarello/Chiang.

    Tutto ciò che ho letto del Marvel Now mi ha soddisfatto proprio per l’opera di riorganizzazione citata in precedenza, con un particolare plauso per il Cap di Remender, davvero nel personaggio dopo anni di spy-story e latore di una potenza muscolarmente kirbyiana nel movimenti e nella suggestione delle ambientazioni.

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