“Perché si trovano nella mia testa”: un’intervista a Frederik Peeters

Frederick Peeters è un autore da tenere sott’occhio. Dopo Pachiderma, pubblicato dalla Bao Publishing da noi la sua presenza si è diradata notevolmente e neanche l’onda lunga di un fumetto come Pillole Blu, uno dei pochi fumetti autobiografici a saltare a piè pari il rischio del compiacimento onanistico alla Jeffrey Brown è servito ad attirare l’attenzione sui suoi nuovi lavori. Il suo nuovo ciclo sci-fi Aâma è già al secondo tomo e si prospetta un lavoro di lunga durata: consacrato tra l’altro con il Gran Prix de la Série ad Angoulême 2013.  Come sempre alla lungimirante Bao Publishing va il merito della prossima pubblicazione in Italia

Nel frattempo è uscito un preziosissimo racconto per l’Atrabile, tradotto dalla Self Made Hero in inglese “Château de sable” : una rilettura de L’Angelo Sterminatore di Luis Buñuel su testi di Pierre Oscar Lévy. Questa è la mia traduzione in un’intervista condotta da Erik Buckler. Qui il link originale

Verso la fine dell’anno scorso, un amico mi disse che Frederik Peeters avrebbe pubblicato un nuovo libro intitolato Sandcastle. Sono stato da sempre un fan del suo graphic novel Pillole Blu e ho realizzato che erano trascorsi dieci anni dalla prima edizione francese per la Atrabile. Mi è parso il momento giusto per fare qualche domanda a Peeters riguardo i suoi fumetti e la sua vita.

Eric Buckler: Nelle note informative sugli autori c’è scritto che Pierre Levy ti ha incontrato in relazione al film di Pillole Blu. Puoi raccontarci qualcos’altro al riguardo?

Frederik Peeters: Pierre Oscar è un regista, in prevalenza fa documentari. Circa sette anni fa, mi contattò per chiedermi un’opzione sui diritti di Pillole Blu. Allora venne a Ginevra per incontrarmi, e filmò qualche intervista con me e con la mia famiglia, come lavori interlocutori al suo progetto, e così diventammo amici. Sfortunatamente, passando gli anni, non è stato possibile realizzare il film, a causa di problemi finanziari. Ma, restammo in contatto, e un giorno, mi disse di aver scritto una sceneggiatura per un graphic novel pensando a me. Gli risposi che non l’avrei fatto, perché preferivo lavorare sulle mie storie, ma accettai di leggerlo. E così mi sembrò naturale disegnarlo: la storia era molto buona, i personaggi, e specialmente questa idea centrale, molto semplice e ciononostante brillante. È qualcosa che trae ispirazione dal film di Buñuel L’angelo sterminatore, ma Pierre Oscar lo ha migliorato rendendolo più crudele e metafisico, con un tocco da B-movie.

EB: Incominci il libro in maniera simile a Pillole Blu, ci sono molti close-up, oppure tavole indefinite che terminano su particolari della spiaggia, ma a primo acchito potrebbero essere qualsiasi cosa, come le cellule disegnate nell’incipit di Pillole e anche la prima tavola della serie Lupus. Qual è il tuo intento?

FP: la questione riguardo Pillole Blu e Lupus è molto semplice: è perché sono improvvisati. Voglio dire, che non so realmente cosa incomincerò a disegnare e raccontare quando prendo la prima pagina. Conosco il soggetto naturalmente, l’autobiografia di una parte della mia vita, o un racconto fantascientifico, ed ho il vago sentimento di come incominciare – un contesto, forse il personaggio principale – e il resto viene mentre sto disegnando una strana immagine astratta, come i disegni che fai quando sei al telefono. È un modo di accendere il motore, o meglio, di aprire una porta nel cervello. Per quanto riguarda Sandcastle, è differente. Ho cercato di far sentire al lettore che, incominciando da un distanza sopraelevata, stava lentamente entrando in un’aerea chiusa da cui era impossibile scappare. E ancora, l’intero ambiente è là dall’inizio, l’acqua, le dune, le piante, il cielo. La storia parla di un po’ di personaggi bloccati in un posto, e i movimenti fisici tra di loro sono abbastanza complicati da organizzare nel linguaggio dei fumetti. È qualcosa di molto teatrale, così è necessario che il lettore abbia una visione chiara di dove siano e di come sia costruito il tutto sin dall’inizio.

EB: In diverse pagine di Sandcastle includi piccoli frammenti della vita sulla spiaggia come molluschi e pesci e l’ambiente. Cosa fai fermandoti su questi aspetti specifici e questi luoghi in tutto il libro?

FP: Per prima cosa, è un modo di dare ritmo alla storia, far sentire che il tempo sta passando. È uno dei pochi modi che ho per farlo, perché tutto succede in un singolo luogo senza tracce di civilizzazione o tecnologia, e non posso mostrare qualcosa di esterno. Uso il cambiamento della luce, il movimento delle ombre, e naturalmente, il sole. E in secondo luogo, è ovvio che un modo di mostrare che la natura è al centro della storia, o più precisamente, la relazione tra l’uomo e la natura, e chi è il vero padrone del gioco. Pierre Oscar dice che il nucleo del libro è qualcosa che ha a che fare con il destino prometeico dell’umanità, il riscaldamento globale e la crisi ambientale.

EB: Hai usato pennelli su Sandcastle?

FP: Si. Pennelli Pentel a cartuccia. I miei preferit. Ho lavorato con penna e inchiostro, acquerelli, pastelli, ho provato diverse cose. Il pennello è veloce, comodo, sensuale, ed ha qualcosa di morbido nelle linee, ma abbastanza difficile da controllare allo stesso tempo. A parte ciò, quando disegno bozzetti sul mio taccuino, di solito uso una penna con una punta metallica dritta.

EB: Hai usato delle persone in particolare come modelli per i personaggi della spiaggia? Se così fosse, chi sono, e perché proprio loro?

FP: Si, ho usato alcuni amici, alcuni bambini che conosco, e anche Jacques Attali, un famoso intellettuale francese, per lo scrittore di fantascienza. È stato comodo, perché tutti i personaggi erano molto forti e diversi fra loro, sempre nell’ottica di chiarificare il processo di lettura. Tutti loro erano presenti nella mie mente, sapevo i loro modi di pensare, la maniera in cui si muovono etc etc…Dovevo relazionarmi a tredici personaggi, ed è stato molto semplice utilizzare persone che già esistevano. Ho scelto loro poiché si avvicinavano a come erano descritti nello script. Per esempio, il padre che appare per primo nel libro sembra avere degli interessi ecologisti, così ho usato il volto di un mio amico che nutre i medesimi interessi. E Attali è realmente spesso ridicolo ed ha opinioni su ogni cosa, cosi è stato ironicamente divertente dare la sua faccia allo scrittore.

EB: Come hai applicato il processo di invecchiamento ai personaggi?

FP: Questa è stata la parte più impegnativa ed eccitante del lavoro. Di solito, in un graphic novel, i personaggi sono sempre gli stessi, e gli ambienti cambiano sempre. Qui, è completamente l’opposto. Ho fatto un sacco di studi prima di partire. E’ stato abbastanza facile invecchiare quelli che erano già adulti, aggiungendo alcune linee, scavando i volti, rendendo i corpi più soffici o più pesanti, togliendo un po’ di capelli, ma è stato molto difficile disegnare i bambini come adulti, perché loro cambiano un sacco durante l’adolescenza e volevo essere sicuro che restassero riconoscibili. Inoltre, loro dovevano sembrare un po’ una mix dei loro genitori.

EB: Questo è il decimo anniversario dell’edizione originale dell’Atrabile di Pillole Blu. Puoi parlarci di cosa provi verso l’uomo che hai disegnato in quelle tavole dieci anni fa?

FP: Non la penso così. Il presente e il futuro mi interessano di più. In quel libro ci sono io, ma dieci anni più giovane. Mostra come le persone cambiano. Ma sono totalmente concentrato sui miei progetti attuali, non sono molto nostalgico.

EB: Stai ancora con Cati?

FP: Si.

EB: Come è presente l’Hiv nella tua vita oggi?

FP: Abbiamo una bambina, sieronegativa, di otto anni. Il figlio di Cati ha compiuto 15 anni. Con l’evoluzione dei trattamenti, posso affermare che la paura è quasi scomparso dalle nostre vite. Talvolta, è ancora difficile per lei vivere con quella colpa, ma non posso parlare in vece sua. Tutto quello che posso dire è che non abbiamo gli stessi problemi quotidiani ed esistenziali di qualsiasi genitore appartenete alla borghesia occidentale….Eravamo molto preoccupati col trascorre degli anni, per il futuro dei nostri bambini, del senso della vita più che dell’hiv.

EB: Hai avuto feedback dai lettori che avevano familiarità con la malattia?

FP: Non particolarmente. È più un libro che parla più di una storia d’amore che di HIV. Non l’ho mai presentato in quel modo. La più strana esperienza che ho avuto è stata in un’intervista telefonica con una giornalista in Korea, che era stata colpita dal fatto che un uomo potesse parlare liberamente dei suoi più intimi sentimenti. Non parlammo per nulla della malattia, lei volevo solamente da me che dessi qualche suggerimento ai lettori e di come fossi felicemente innamorato. Un po’ come una specie di consulente speciale, o un guru se vuoi. Abbastanza surreale….

EB: Che tipo di feedback provengono dai fan, e spero dalla comunità fumettistica in generale?

FP: In tutta onesta, non saprei dirti. È evidente che a un certo numero di persone piaccia quello che faccio. Alcuni giornalisti mi dicono cose simpatiche, ma non dicono cose carine ad ogni artista? E alcuni lettori parlano con me quando aspettano una firma, ma di solito, sono silenziosi. E non posso dire di essere il tipo di uomo che è affascinato dai complimenti. Il lavoro quotidiano è l’unica cosa che conta. Anche se devo dire che quando ricevo un messaggio gentile, come l’altro giorno, da Guy Delisle, che mi ha detto che Aâma gli è piaciuto molto, è veramente piacevole.

EB: Quando hai incontrato Cati, è stato come se avessi sperimenta un livello profondo della vita che cambia tutto in un sol colpo, amore, vicinanza ad una malattia importante, affetti parentali, sessualità. Come sei cambiato? Come era il tuo cervello prima e dopo Cati?

FP: Ti ripeto, non la vedo così. Sai, fortunatamente, ho avuto esperienze sessuali in precedenza. Il problema è che, quando leggi il libro, ogni cosa è organizzata, compressa ed amplificata. Il mio scopo è sempre offrire un’esperienza di lettura, qualcosa fatta perché tu pensi e provi emozioni complesse, non perché sia un documentario realistico. Nella realtà, l’intero processo, l’incontro, i problemi, tutto prende tantissimo tempo. Dovrebbe essere come quando fai esperienza di una vera guerra, e in contrapposizione guardi un film come Apocalypse Now. La vera guerra deve essere lenta, talvolta noiosa, spesso quotidiana. Ma ora, con distacco, posso dire che questo incontro mi ha costretto a fare una serie di scelte e di decisioni, e talvolta a diventare adulto. Ma sai, milioni di persone fanno decisioni difficili quotidianamente, e nessuno lo nota.

EB: Cosa è più difficile per te? Lavorare su di una tua storia, o lavorare su qualcosa che ha scritto un altro?

FP: Lavorare sulle mie storie, certamente. Perché non scrivo le storie prima, così devo scriverle e disegnarle contemporaneamente. Ed è emotivamente più esigente, perché non posso aiutarmi mettendo tanto della mia vita e delle mie paure nelle mie storie.

EB: Perché senti che un fumetto sia il mezzo ideale per una storia personale come Pillole Blu?

FP: Perché non ci sono interferenze tra l’artista e il lettore. Va dritto dalla mia testa alla testa di qualcun altro. Non ci sono attori, produttori, problemi tecnici o finanziari. Puoi giocare con simboli visuali, silenzi e espressioni, che sono impossibili nella letteratura, e ancora, coinvolgi in un processo di lettura che funziona come uno specchio in cui il lettore proietta le sue emozioni, diversamente dal cinema, che è una forma dittatoriale di arte. Tutti tendono a vedere lo stesso spettacolo al cinema, nel graphic novel, il lettore è parte della creazione, quindi è perfetto per storie intime incentrate su aspetti umani.

EB: C’è un aspetto di mortalità e una sorta di malessere che i personaggi di Sandcastle hanno in spiaggia, che fanno apparire la morte più veloce di quanto te l’aspetti. Hai usato qualcuno delle tue esperienze con il mondo dell’Hiv come il “rinoceronte” nella stanza?

FP: No, non posso dirlo. Non sono l’autore di Sandcastle. Vedo piuttosto una favola metafisica, se vuoi. Il lettore non è coinvolto come con Pillole Blu, dove vivi le cose attraverso i diversi punti di vista dei personaggi. In Sandcastle, è piuttosto uno spettatore distante. Pillole Blu parla di due persone, Sandcastle parla del mondo intero. Ma potresti dire che gli aspetti che mi hanno interessato nella sceneggiatura di Sandcastle, il deterioramento della carne, il tempo, ciò che facciamo con le nostre vite, perché e chi desideri ed ami, la coppia come una cura alla solitudine, etc. sono già presenti in Pillole Blu. Ma credo che ci siano in tutti i miei libri, perché si trovano nella mia testa.

EB: Ci parleresti dei tuoi progetti futuri?

FP: Ho incominciato una serie di fantascienza chiamata Aâma. Il primo volume è stato pubblicato l’anno scorso da Gallimard. Ogni volume è lungo 84 pagine, il formato dei disegni originali è ampio, ho ideato anche la storia e curato i colori. È una grande saga di avventura, con una sacco di personaggi, un gorilla-robot di nome Churchill, grandi combattimenti, ma anche intrighi familiari, ed alcuni domande di ordine filosofico sul tempo, sul transumanesimo, sul ruolo della tecnologia nelle nostre vite. Mi ci sto dedicando totalmente e durerà un po’ di anni.

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