Troppo non è mai abbastanza


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Troppo non è mai abbastanza, (tit. or. Heute ist der letzte tag vom rest deines lebens) Ulli Lust, Coconino Press 2013, 29 euro.

L’autrice sarà presente domani a Roma, al Goethe Institutper presentare, introdotta da Laura Scarpa, una mostra di tavole tratte dal volume oggetto di questo articolo. Conversazioni sul fumetto seguirà l’evento.

Non avrei comprato Troppo non è mai abbastanza dell’autrice austriaca Ulli Lust, se un’amica non mi avesse chiesto di portarglielo da Bologna, dove mi trovato in occasione dell’ultima edizione del festival BilBolBul (ne abbiamo parlato QUIQUIQUIQUIQUIQUIQUI).

Il corposo volumone mi era sembrato, ad una prima occhiata, piuttosto anonimo per quanto riguardava il segno e presentava due caratteristiche che, soprattutto negli ultimi anni, sono diventate per me importante elemento di discrimine al momento di decidere se acquistare o meno un fumetto: si trattava, al tempo stesso, di un’autobiografia e di un’opera di un’autrice donna che affronta problematiche “femminili”; e più avanti vedremo il perché del virgolettato.

 Sul primo punto c’è poco da aggiungere a quanto è stato detto (anche se ancora non in maniera organica) sulla tendenza, propria del fumetto “d’autore” e spesso di area underground, di produrre una sequenza interminabile di storie autobiografiche che vanno dal graphic journalism all’eccentrico e impietoso autoritratto, ma che per lo più stazionano nell’area della diaristica spicciola e, spesso, poco interessante. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, si tratta piuttosto di una mia sensazione che di un dato statisticamente rilevante, cioè il sospetto che una grandissima parte delle opere contemporanee, fumettistiche o meno, figlie di autrici piuttosto che di autori,  siano incentrate su una o più delle tematiche connesse alla cosiddetta “questione femminile”, di sicuro prioritaria e centrale, specialmente nel nostro Paese, ma che ha finito per rappresentare un centro di gravità dal quale o è difficile allontanarsi, sia per volontà che per convenienza. Al tempo stesso, l’urgenza e l’attualità di queste tematiche, mette un po’ in ombra quelle autrici capaci di confrontarsi felicemente con argomentazioni e toni altri ma che, senza il cono di luce proiettato dalla devozione alla causa, non riescono a risaltare come le loro colleghe. Detto ciò,  il volume della Lust, letto nel viaggio in treno che mi ha riportato a casa, mi ha dimostrato che, nel caso specificico, mi stavo sbagliando e non di poco.

Mi sbagliavo, pregiudizialmente, perché questa è un’opera che mi ha detto molto poco sulle donne e forse niente che fosse per me davvero nuovo, che non me le ha rese più simpatiche, volendo semplificare, ragionando per opposti dualismi, che non mi ha indignato più di quanto già fossi per la loro condizione di vittime; questo non è un libro che mi ha aperto una inedita prospettiva sul loro mondo. Il fumetto della Lust è un’opera che, contrariamente ad ogni mia aspettativa, mi ha parlato di me e la cosa non è stata affatto né piacevole né consolatoria.

Dunque, in questo articolo, parlerò molto poco di come questo fumetto è stato disegnato (meglio di quanto non avessi creduto sfogliandolo e con un buon ritmo di racconto, anche se, a volte, un po’ tirato via); non parlerò o parlerò molto poco di quello che nel fumetto succede, essendo la trama, fra l’altro, solo lo sfondo al ripetersi del medesimo atto in un crescendo che va dall’insistenza alla sopraffazione. Parlerò, invece, di me. Vista la natura dell’argomento spero di non risultare troppo noioso. Io non riesco ad essere un giudice imparziale, in fondo convivo con questo tizio da trentadue anni.

Intanto il primo tradimento. Ho appena detto che non avrei parlato della trama ma per essere maggiormente efficace è utile che io fornisca qualche coordinata. Per comodità e, per uno scopo che renderò esplicito successivamente, torna utile citare il comunicato stampa della Coconino editore, che racchiude anche la sinossi dell’opera:

“Qual è il suicidio più lento? Nascere e aspettare che tutto finisca.” Siamo all’inizio degli anni ‘80: a 17 anni Ulli Lust, austriaca di nascita e berlinese d’adozione, annota queste righe nel suo diario. Nello stesso anno la giovane punk decide di partire con la sua amica Edi, senza denaro o documenti, per un viaggio attraverso l’Italia in autostop. Con la matita e la china Ulli Lust descrive le tappe del suo viaggio: le due amiche passano per Verona, Cattolica, Perugia, Roma, ma la loro vera meta è la Sicilia. Che però si rivelerà non la terra promessa sognata, ma un mondo difficile, straniero, che non rispetta le donne. Il road movie alla Thelma e Louise, ispirato dalla voglia di libertà, ribellione e avventura dell’adolescenza, è inizialmente allegro ma si tramuta presto in un incubo. In Sicilia le due protagoniste incontrano l’eroina e un ambiente dominato dalla presenza della mafia. Diversi uomini prima infastidiscono, poi aggrediscono sessualmente e umiliano le due ragazze. L’amica di Ulli diventerà una tossicomane, ma alla fine entrambe riescono a salvarsi. Lo sguardo spietato su se stessa e sulla società è uno dei marchi di riconoscimento di Ulli Lust. Alcune illustrazioni ricordano gli studi critici sulle classi sociali realizzati dagli autori del settimanale satirico Simplicissimus, che la Lust annovera fra i suoi maestri. Ma l’artista s’ispira anche ad autori come Gilbert Hernandez e Art Spiegelman, all’autrice femminista Marilyn French e all’austriaco Odon von Horvath. Thelma e Louise a 17 anni. Testimonianza autobiografica, indagine sociale e road movie si intrecciano in un tragicomico, commovente graphic novel.

A parte un paio di errori [1] la sinossi “espansa” utilizzata dalla Coconino per promuovere il volume dice molto, non tanto su quello che il libro della Lust è ma, piuttosto, su come l’editore vuole che sia percepito. La storia è completamente esposta, fino alla sua lieta e rassicurante conclusione perché quello che qui viene venduto non è una narrazione (che lo svelamento messo in atto dall’ufficio stampa Coconino in parte disinnesca) ma, piuttosto, delle sensazioni, che vanno dal disagio all’indignazione, se si parla del pubblico di lettrici donne e dal disagio alla vergogna fino al senso di colpa se invece si pensa ai lettori uomini, con ragionevoli sfumature percettive fra i generi.
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Naturalmente la pubblicazione di Troppo non è mai abbastanza in Italia rappresenta un caso a sé stante rispetto a quella avvenuta in Germania o in altri Paesi e al ventaglio di sensazioni precedentemente descritte vanno anche aggiunte il campanilismo ferito e l’indignazione nei confronti di un Paese che più di una volta ci ha definiti attraverso la riproposizione trita di poco lusinghieri stereotipi nazionali, come la nota copertina qui di seguito conferma:
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Il problema è che gli stereotipi, fin troppo spesso, si rivelano essere veri, anche quando non vorremmo. Remano contro le nostre intenzioni e le nostre coscienze in maniera piuttosto insistente e, per quanto facciamo di tutto per smentirli, nei fatti si insinuano nei nostri pensieri e comportamenti in maniera così subdola e sottile da uscire fuori quando meno desidereremmo.

Il machismo, in Italia è un problema reale, non un semplice atteggiamento da conquistatori fascinosi e strafottenti. Fa parte di una visione del mondo che ha come conseguenza, da un lato, il lato buono, quello socialmente accettato e spendibile all’estero al pari degli spaghetti e delle Ferrari, una galanteria insistita, stereotipata e un po’ cazzona, dall’altro stupro, segregazione e femminicidio. Eppure i due estremi di quella che potremmo definire una corda costantemente tesa e pronta a vibrare non sono separati ma, appunto collegati in un crescendo di sfumature in cui la fase precedente fa solo da innesco per la successiva fino a quando la reazione esplosiva non si consuma con le conseguenze che le cronache ci hanno abituato a conoscere [2]
Io mi considero un uomo consapevole, rispettoso dell’importanza della dignità della donna nella nostra società, non come una reliquia da adorare ma, piuttosto, come un valore da ridiscutere dialetticamente, non su un piano legato al genere ma, piuttosto, all’umano. Eppure i meccanismi descritti dalla Lust in questa opera mi hanno fatto vacillare, smuovendomi dentro un senso di colpa, appunto, per azioni non compiute, neanche immaginate ma perfettamente potenziali e di una potenzialità non ipotetica ma spaventosamente incombente.
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La Lust mette in scena tutta una serie di tentativi di approccio da parte di quei maschi, nella quasi totalità dei casi italiani che, diciassettenne, ha incontrato nel corso del proprio viaggio: da insistite ma non costrittive avance fino ad un vero e proprio stupro.
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Si possono e si devono, naturalmente, fare tutti i distinguo del caso: la Lust adolescente usa, spesso molto consapevolmente, e legittimamente, sia chiaro, il sesso come merce di scambio (la sua compagna di viaggio, Edi, arriva a prostituirsi delegando al proprio ragazzo il ruolo di magnaccia); pur provenendo da un paese sessualmente “liberato” [3], l’indignazione per le spesso inopportune avances ricevute non si concretizza quasi mai in un rifiuto ma piuttosto in un lasciarsi vivere che il periodo storico, le condizioni esterne e la giovane età giustificano solo in parte, vista la consapevolezza di cui l’autrice veste la propria versione adolescente, consapevolezza solo in parte limata dal non riuscire, ancora, a vivere il sesso come momento di piacere ma, piuttosto, come strumento di accettazione personale e sociale. Anche quando potrebbe rifiutarsi, cioè quando il concedersi sessualmente non le porta vantaggio (in termini di ospitalità e cibo) o non è costretta a farlo per via delle condizioni esterne (coercizione fisica e/o psicologica, o semplice paura), come nel caso del soggiorno napoletano [4] Ulli raramente rifiuta i rapporti che le vengono proposti.
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Naturalmente ogni distinguo porta con sé la riduzione di una complessità psicologica che questa analisi non può riuscire ad abbracciare e che, nel caso di una lettura fatta da un lettore “maschio”, quale sono io, risulterà necessariamente mutilata e di parte. Eppure, su questa impossibilità di identificarsi completamente con il proprio alter ego diciassettenne, la Lust basa, probabilmente inconsapevolmente gran parte della propria opera. Questo aspetto di Troppo non è mai abbastanza risulta essere uno dei suoi più gravi difetti. Come il personaggio di Selma in Dancer in The Dark, citato nella nota 4, Ulli non cresce, non impara mai davvero qualcosa su se stessa, non guadagna in esperienza e consapevolezza, se non parzialmente. Il giudizio che l’autrice esprime, a distanza di decenni, è sempre rivolto all’esterno, verso i meccanismi che portano i maschi (italiani) ad essere quelli che sono, delle bestie fondamentalmente incolori, non agenti in quanto individui ma come meccanismi di un sistema sociale che, da una parte, si origina dal senso di colpa derivante dalla presenza della Chiesa Cattolica e, dall’altra, da una società patriarcale che, pur sotto la maschera della modernità, perpetua ancora gli stessi meccanismi di coercizione e segregazione della donna [5].
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Non uomini quindi, non individualità, ma automi, estensioni quasi senza volto di un sistema sociale maschilista e prevaricatore. Analisi, questa, che se a tratti risulterà, nel corso della narrazione, un po’ semplicistica, è certamente veritiera e condivisibile ma che esclude del tutto la presa di coscienza della protagonista la quale, al pari dei bersagli del suo giustificato sdegno, diventa quasi immediatamente parte del meccanismo con il risultato, non secondario, di ridurre il problema della violenza maschile ad un’unica cifra culturale nazionale, indebolendone così la forza. Se, infatti, come ho già detto, gli stereotipi hanno il brutto vizio, in alcuni casi, di rivelarsi non errate valutazioni pregiudiziali ma specchi radicati di difetti diffusi e radicati, servirsene senza l’intelligenza di inserirli di un contesto più ampio ed allargato li svuota della loro forza brutale e archetipa. La giovane Ulli lust, confusa diciassettenne in viaggio lontano da casa, persa in un contesto alieno, impossibilitata a comunicare, almeno inizialmente in una lingua che non conosce e senza un soldo in tasca, può permettersi il lusso di giudicare, senza mezze misure (e a ragione) un sistema che la svilisce e che abusa di lei; d’altro canto, la Ulli Lust di oggi, con alle spalle molti più anni e una diversa consapevolezza, una femminista attiva, madre di famiglia, non può invece ridurre il problema della violenza sulle donne al solo caso italiano, trasformando la propria esperienza in una crociata che rischia di trasformarsi in un semplicistico scontro culturale. Non può, semplicemente, perché le cose non si sviluppano esclusivamente in questi termini ma anche perché, così facendo, svuota la propria opera di quella forza brutale che a tratti emerge e la riduce ad un personale e biografico regolamento di conti con il nostro Paese.
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Inoltre, la evidente intenzione di non volersi rappresentare come vittima, se da un lato evita molte delle banalizzazioni e delle criminali semplificazioni del caso (la volontà implicita della donna di subire quello che le viene imposto, la sua implicita connivenza con l’uomo carnefice, una sorta di ancestrale configurazione da sottomessa al maschio padrone etc.), dall’altro scardina automaticamente l’esclusività italiana del profilo sciovinista. Eppure, quando si chiude il libro della Lust, e lo si chiude con lo stomaco in agitazione e molti interrogativi scomodi in testa, non si riesce a scacciare la sensazione che sia stata fatta una semplificazione di troppo così come non si riesce a scacciare l’altrettanto forte dualismo che vede, da una parte, l’Italia come una sorta di anacronistico territorio di caccia per maschi assassini e stupratori e, dall’altra, il nord Europa come quell’altrove dove ogni conflitto di questo genere è stato risolto, il paese dell’idealità.

Al di là di queste considerazioni, però, come già detto, gli interrogativi, gli spasmi che questo fumetto mi ha lasciato addosso sono importanti e scomodi e questo basta, pur con i distinguo e i dubbi fin qui espressi, a farmi considerare Troppo non è mai abbastanza un’opera da consigliare con forza, specialmente ai lettori uomini, qualunque sia il grado di estraneità che credono di poter vantare rispetto a queste problematiche: anzi, mi sentirei di consigliarlo specialmente a chi pensa che certi atteggiamenti, certi meccanismi, lo riguardino poco o affatto.

La rappresentazione che la Lust fa degli uomini e dei loro frustranti tentativi di seduzione, pur nel parossismo dei singoli casi, è accurata e mi riguarda. Mi riguardano le ripetute insistenze di fronte ad un “no”, l’orgoglio ferito dai rifiuti, quell’amaro e bruciante misto di inadeguatezza e rabbia. Tutte reazioni che posso giudicare normali ma che, di fronte ad una scintilla che ora posso solo immaginare a me estranea, chissà quale esplosione, chissà quale ferocia, chissà quale recesso della mia formazione sociale, così facile da nascondere sotto la vernice della tolleranza e della modernità, nascondono.

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Come ho già detto non trovo convincenti molti aspetti del lavoro della Lust ma il suo modo di rappresentare non tanto la psicologia maschile, ma la sua brutalmente fanciullesca esternazione è al tempo stesso puntuale, perversamente seducente e difficile da digerire: l’attenzione che gli uomini manifestano nei suoi confronti, gli scialbi e triti meccanismi che pongono in essere allo scopo di sedurla o circuirla, il tentativo, psicologico, verbale, prima che fisico, quando lei si ribella, di ridurla al nulla che pensano lei sia, gli sguardi che incessantemente si ritrova addosso e che, con una metafora grafica semplicissima ma incredibilmente efficace, vengono rappresentati come delle mani insinuanti, soffocanti, le esplosioni di rabbia fisica che sommergono, al pari della marea nera che la Lust usa per rappresentarle, sono tutte cose che conosco, se non per esperienza diretta, personale, vissuta, esplicitata, in potenza, come possibile futuro, un futuro di cui so che non farò parte ma dal quale non posso dirmi neanche del tutto escluso.

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Il machismo, il maschilismo, la sessualità concepita come strumento di potere, sono resi dall’autrice austriaca come una gabbia che si fa, via via che la narrazione procede, sempre più soffocante, sempre più occlusiva, una massa compatta e sbavante che schiaccia, si insinua, qualcosa di simile al nuotare in un mare di petrolio. Come per la protagonista, anche per il lettore, non è facile respirare. Questo è un libro che parla molto poco delle donne e, per come lo fa, non riesce mai ad interessarmi davvero; è un libro che non parla quasi per nulla degli uomini, ma riesce perfettamente a descrivere una cifra di quella complessità di sfaccettature che significa esserlo, cioè la ancora attuale e mal digerita inadeguatezza del non esser più il padrone indiscusso, l’indiscutibile portatore di forza di verità, il padrone adorato e rendersi conto di questo è davvero difficile da digerire.

[1]  La Sicilia non è mai stata la vera meta delle due ragazze, ma diventa un rifugio dal freddo inverno romano quando la coppia di amiche decide di fare vita di strada nella capitale, sopravvivendo grazie all’accattonaggio. Inoltre non rappresenta mai una “terra promessa” (promessa di cosa?) visto che viene infangata da praticamente chiunque le due ragazze incontrino. Poi, il paragone, abusatissimo, con Thelma & Louise non sta molto in piedi, in quanto le due amiche partono per una vacanza, per quanto strampalata e non sono certamente in fuga e ricercate per omicidio. Non bastano due donne in viaggio e una strada. D’altro canto, c’è un misto di furbizia di coraggio, da parte dell’editore, nello svelare tutto quello che si può sapere sulla trama, ottenendo il doppio effetto di comunicare la vendità di un pamphlet più che di un romanzo e limitando la curiosità un po’ morbosa che la semplice descrizione del viaggio di due disinibite diciassettenni in Italia avrebbe potuto suscitare.

[2] Cronaca, che colpevolmente arriva quando il danno è ormai irreparabile, cioè nel migliore dei casi quando la violenza, spesso domestica, esplode nella rabbia e nel peggiore quando invece culmina nell’omicidio e, solo in rarissimi casi, parla del fenomeno nel suo svolgersi quotidiano. Una rara eccezione, almeno per quanto riguarda la televisione, è la splendida e agghiacciante inchiesta che Riccardo Iacona ha realizzato per Presa diretta e che è visionabile qui. Eppure non servirebbe la cronaca per capire lo stato delle cose. Basterebbe aguzzare occhi e orecchi per cogliere i molteplici segnali che si affollano intorno al nostro quotidiano: campagne pubblicitarie ammiccanti e sessiste, trasmissioni televisive e, soprattutto, le tante conversazioni a cui passivamente partecipiamo ogni giorno e che in germe spesso contengono i semi di quella violenza che tanto distante ci piace pensare da noi.

[3] Bisognerebbe sapere quanto ciò sia vero. La violenza nei confronti delle donne, violenza spesso fisica ma non solo, è un problema sicuramente nostrano, ma non solo. I paesi nordeuropei non ne sono certo immuni e la tesi che l’autrice sembra proporre, un vero e proprio atto di accusa al machismo italiota, sembra dimenticarsi di ciò. Fra i molti report disponibili segnalo questo per l’Italia e questo per la Germania, oltre al rapporto ufficiale del Ministero dell’Interno e quest’altro, più generale, della Commissione Europea.

[4] Uno degli episodi più sgradevoli di tutto il racconto perché mette in scena, forse un po’ furbescamente, una situazione in cui la protagonista avrebbe tutti gli strumenti e anche tutte le ragioni di sottrarsi all’abuso ed invece non lo fa, spingendo il lettore, ormai immedesimato, a chiedersi quale forza la spinga a comportarsi così irragionevolemente. Meccanismo questo, sempre riferito all’universo femminile, utilizzato spesso da Lars Von Trier e che tocca il suo culmine di feroce irrazionalità in Dancer in the Dark, una pellicola in cui la protagonista, per tutto il tempo, si comporta esattamente al contrario di quanto la logica e la convenienza suggerirebbero, innescando, sotto molti punti di vista scorrettamente (leggi: paraculaggine) una pari sensazione di angoscia e di impotenza nello spettatore, nonché di profonda rabbia.

[5] Tutto naturalmente si complica quando l’azione si sposta nella Sicilia di quegli anni dove il sottotesto mafioso si offre come sintesi potenziata di questi due aspetti, con l’aggiunta di uno scheletro criminale che impedisce o rallenta la presa di coscienza tramite la paura e un sistema omertoso.

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19 risposte a “Troppo non è mai abbastanza

  1. Complimenti per l’articolo, Andrea.
    Credo che leggerò il fumetto.

  2. grazie, è un articolo che ho scritto portandomi dietro molti dubbi sulla sua effettiva riuscita

  3. Posso capirlo.
    E per questo sei ancor più meritevole di stima.
    Per intanto, lo sto diffondendo tra le mie amicizie e conoscenze.
    Grazie ancora 🙂

  4. Grazie a te 🙂

  5. Come sempre sei acuto e sincero. Spero che ci vediamo domani al Goethe (ho capito bene? ci sarai?)

  6. Grazie mille. Purtroppo non credo riuscirò ad esserci, causa lavoro, ma ci saremo in quanto conversazioni 😉

  7. Marco Pellitteri

    La struttura retorica che metti in piedi è molto sincera e la apprezzo. Ti sei guardato dentro, ti sei documentato, hai cercato di non essere reciso e liquidatorio nei confronti dell’autrice e della casa editrice.

    Io però posso dire molto semplicemente e in modo, credo, più libero, nello spazio dei commenti, alcune cose che mi hanno colpito della campagna stampa, del fumetto e del contesto più ampio del machismo, del gallismo e del maschilismo diffusi in Italia e del dibattito sviluppatosi circa il femminicidio e la riduzione della figura della donna a merce in particolare negli ultimi vent’anni, riduzione agevolata, ma non provocata, dal berlusconismo.

    1) Per un tema così delicato, sfaccettato e problematico, occorre che un ufficio stampa sia culturalmente preparato. Ciò non è avvenuto. Gli enormi svarioni di tutto il comunicato determinano sia una errata percezione del fumetto, sia una errata percezione della problematica più ampia. E una totale ignoranza sull’Italia a sud di Roma. Chi ha materialmente scritto questo capolavoro di stupidaggini? Un uomo? Una donna? Bolognese? Mi pare impossibile lo abbia scritto qualcuno nato e cresciuto a sud di Bologna, perché contiene una quantità tale di errori che non credo possa averlo composto qualcuno che la realtà italiana la conosca sul serio.

    1/bis) Il fumetto è disegnato così così e, proprio nel suo essere autobiografico, è estremamente noioso perché ha una sua tesi (vaga e sballata) che serve solo a far venire l’autrice a patti con la sua vicenda personale, ma fallisce nel tentativo (eventuale, non si capisce bene) di costruire un’universalità. Universalità impossibile da costruire con questi presupposti non solo personalissimi: una piccola punk sciatta e incosciente che se ne scende in Italia pensando di tenerla in pugno senza conoscere nulla di una realtà così esotica e variegata, dove oltre a persone nobilissime ci sono, e le straniere per essi sono calamite, bestie immonde che non aspettano altro che “la calata delle straniere” per pescare a strascico in un modo o nell’altro: con le buone e un fascino ruspante e simpatico, vedi i coattissimi ma onesti bagnini di Rimini, o con le cattive nei contesti più degenerati, lungo TUTTO lo Stivale
    Insomma non è, per me, un bel fumetto: è noioso a livello grafico, è noioso a livello narrativo, e la percezione che ne ho come uomo e come italiano è indubbiamente virata verso lo sdegno per l’incapacità dell’autrice di comprendere gli eventi, a sua volta compresi, dal suo punto di vista, come un vigoroso trauma quale in effetti è stato, a conti fatti.

    2) Sei molto cauto nell’evitare giudizi sulla giovane Ulli che va in vacanza in Italia senza soldi e pronta/prona all’accattonaggio e al sesso casuale; così come sei cauto anche nel tuo pur aver espresso perplessità sulla Ulli matura e femminista consapevole. Tuttavia lasciami dire che al di là di qualsiasi gallismo o maschilismo, o falsa bigottaggine, da che mondo è mondo alcuni comportamenti particolarmente espliciti, disinibiti e provocatori di un certo tipo di femmina suscitano reazioni insistite, scomposte e a volte violente in un certo tipo di maschio. Riconoscere l’assoluta verità di questo fatto non significa necessariamente accettarlo. Significa soltanto sapere come si sta al mondo nel momento in cui un certo tipo di dinamica, tu donna non la puoi fermare con la forza della ragione e dei principi, nell’hic et nunc, ma semplicemente tenendo comportamenti che evitino di scatenare in maschi animaleschi e irrispettosi comportamenti dannosi nei tuoi confronti. Non pochi maschi italiani e di altre regioni del mondo (direi tutte, qui più, là meno, ma in tutte; e in Italia da nord a sud, ché il gallismo non l’hanno inventato i siciliani: ne hanno solo saputo scrivere meglio di tutti gli altri, di questo come di mille altri temi) sono cresciuti in contesti di tale selvaticità, non solo in quelli mafiosi ma in generale negli strati bassi della società, e spesso anche in quelli alti (il Circeo e mille altri casi di persone “per bene” che in realtà sono mostri assoluti), che la battaglia per il rispetto della persona non si può certo combattere nel momento in cui una ragazza dice di no dopo essersi infilata in una certa situazione poco raccomandabile. La “colpa” di qualunque ragazza o donna si metta in situazioni di questo tipo è esattamente quella di non sapere stare al mondo, è una sorta di ignoranza che a volte sconfina nella consapevole protervia, perché mentre la società civile nel suo complesso cerca di debellare il problema del gallismo e della violenza contro le donne, quel gallismo e quella violenza ancora esistono ed è inutile dire che la tal ragazza aveva il diritto di fare quel che le pareva. Lo fa a suo rischio e pericolo perché non sa stare al mondo, così come io se me ne vado nei bassifondi a provocare gli scugnizzi vestendomi di tutto punto e col portafogli gonfio me la sto veramente andando a cercare. Vale per la droga, per gli uomini incontrati casualmente, per tutto ciò che si sa esser pericoloso. Ribadisco questo punto per evitare che il solito paio di cretini/e lanci il suo anatema: riconoscere che il mondo è pericoloso e che da esso bisogna guardarsi, non significa accettare che le cose rimangano come stanno; significa pararsi il culo nel momento specifico, mentre probabilmente in altri contesti, con altre misure (promozione dell’educazione alla parità dei sessi a scuola, iniziative ministeriali, campagne di sensibilizzazione, dibattito nella società civile e soprattutto nei contesti di disagio ecc.), si fa il possibile per migliorare la situazione. La piccola Ulli ha la mia compassione e la mia comprensione. Era una ragazzina cretina, superficiale e ignorante, come lo si è spesso a 17 anni, pensava di essere invincibile, aveva magari anche una fiducia commovente nell’Italia e nella sua umanità, ma si cacciò nei guai un po’ per sfortuna, un po’ per incoscienza, moltissimo per totale ignoranza e per una certa facilità di costumi che giudicare come tale da parte mia non è né maschilismo né bigottismo, è semplicemente il retaggio di un’educazione familiare *partita dalle donne stesse* (quelle della mia famiglia, per lo meno) con totale autodeterminazione: una donna, mi è stato insegnato, nel privato può essere libera e disinibita e tanto meglio, ma nel pubblico è d’uopo, secondo tali principi educativi impartiti dalle e alle donne della mia famiglia, comportarsi con eleganza. Questo non è certo l’unico modo di vedere e fare le cose, ma a me pare francamente il migliore. Con buona pace delle punk sguaiate e lascive.
    (“Le donne della mia famiglia”: da parte di padre, ceto popolare, da parte di madre, borghesia medio-alta; giusto per dare coordinate utili a far capire che sono perfettamente consapevole, anche per esperienza diretta, che certi valori sono trasversali, fra le famiglie che seguono determinati precetti di buona condotta, e non hanno a che fare con fattori di classe e reddito).
    3) Fra una femminista austriaca arrabbiata e con una ferita ancora aperta, che non riesce ad accettare dal suo punto di vista l’umiliazione subita in Sicilia, dove i suoi diritti di persona sono stati lesi, la sua psiche compromessa e da cui è emersa un’incomprensione dell’Italia, della Sicilia e dell’universo maschile ancora più profonda di quella che già alimentava la confusione mentale della Ulli adolescente, partita senza controllo parentale, vestita di stracci, pronta a fare i suoi safari sessuali nella savana italiana piena di leoni o meglio, di iene (che però mordono e sbranano, se non li si sa gestire), ebbene a questo tipo di femminista austro-germanica che in quanto tale non può capire nulla dell’Italia per una questione, credo, puramente antropologica oltre che di impreparazione culturale tout-court, io preferisco un tipo di femminista fortemente documentata, energica e raziocinante, elegante e colta, per esempio Lorella Zanardo o Loredana Lipperini (ammesso che le si possa definire femministe, che a me pare un insulto tanto quanto maschilista: sono pensatrici finissime capaci di rintuzzare qualsiasi maschio sul puro piano argomentativo e dialettico su tutte queste questioni e su molte altre).
    Mi piacerebbe pertanto che il dibattito su questo fumetto coinvolgesse, nell’ambito del fumetto, proprio persone come loro. E che se una persona dovesse essere consigliata su qualcosa da leggere sul tema, venisse messa in guardia da questo fumetto e venisse invece indirizzata alle opere delle Zanardo e Lipperini or ora menzionate.

    Saluti
    Marco

  8. Daniela Odri Mazza

    Ciao, oggi ho intervistato l’autrice. Tralascio il punto 1, che non mi interessa. E il punto 2 in cui esprimi una tua opinione, (non lo condivido, ma é una questione di gusti personali). Vorrei invece rispondere al punto 3 del tuo commento che mi sembra del tutto fuoriluogo perché non ho visto nessuna femminista arrabbiata austriaca impreparata culturalmente. Ho visto un’autrice che presentava il suo fumetto. L’unica femminista che ho visto oggi ero proprio io, ma devo confessare che di questo libro mi ha attratto soprattutto l’estetica punk e per lo più abbiamo parlato di questo.
    Detto questo, viva la libertà, a ognuno la vita che piace di più.
    P.s. A proposito di Lipperini, ma tu l’hai mai letto “Ancora dalla parte delle bambine?”

  9. Pingback: Grande Rete! ProgettoGamma Sesto FranciaItalia

  10. Marco Pellitteri

    Seguo da anni il blog “Lipperatura”, dove più o meno si è coperto e si continua spesso a coprire l’intero ventaglio di temi di testi come “Ancora dalla parte delle bambine” e di altri che si occupano di temi consimili o affini.
    Prendo atto che non sei d’accordo con me sui punti 2 e 3, ma secondo me in una conversazione (“sul fumetto” o meno) non basta dire “non sono d’accordo con te”. Se non svolgi il tuo pensiero, tanto vale che tu nemmeno segnali di non essere d’accordo con me. Se vuoi esprimere il tuo dissenso, secondo me dovresti controargomentare, per farmi capire dov’è che secondo te sbaglio. Non che poi io debba cambiare idea in automatico, ma è dal confronto che si può discutere (e spesso io ho cambiato idea ascoltando e registrando argomentazioni convincenti che mi hanno fatto cambiare prospettiva).
    Mi interessa inoltre il tema dell’estetica punk di questo fumetto che ti attrae, l’intervista sarà pubblicata su CSF? Mi farà piacere leggerla.
    Ciao!

  11. Pingback: Intervista a Ulli Lust | Conversazioni sul Fumetto

  12. Caro Marco, è vero, ho trattato un paio questioni credo in modo…lapidario, ma solo perché il mio punto d’interesse non era discutere su quelle questioni, ma solo sull’ultima, su cui avevo documentazione ed esperienza per rispondere.

    L’intervista all’autrice è qui sul blog, se ti va di leggerla: https://conversazionisulfumetto.wordpress.com/2013/03/13/intervista-a-ulli-lust/

    Ho scherzosamente lanciato quel post scriptum sul libro della Lipperini perché in quel volume si parla anche dell’educazione (non istruzione) dei bambini e delle bambine, che molti e molte di noi vorremmo, veramente in ogni occasione, paritaria.

  13. Luca Baldazzi

    Per Marco Pellitteri:

    1) Eccomi qua. Sono l’autore del comunicato stampa che tu definisci culturalmente impreparato e “capolavoro di stupidaggini”, per usare un paio delle tue espressioni più gentili. Mi chiamo Luca Baldazzi. Uomo. Nato e cresciuto a Bologna. Giornalista professionista, lavoro per Coconino Press – Fandango. Soddisfatte le tue curiosità? Adesso ne avrei una anch’io: dove sarebbero in quel testo gli “enormi svarioni” di cui parli? Confermo quel comunicato parola per parola. Racconta la vicenda reale e autobiografica narrata da Ulli Lust nel libro, punto. La giovanissima Ulli non si atteggia mai a vittima, ma certo subisce da vari uomini un crescendo di molestie, aggressioni e violenze nel corso della storia: già dall’inizio, quando è ancora a Vienna, poi in giro per l’Italia, fino al culmine in Sicilia. È andata così, che ti piaccia o no. Machismo e violenza sulle donne non sono l’unico tema del libro, ma certo ne fanno parte e sono un tema chiave, che abbiamo scelto di sottolineare. Tutto qui.

    2) I fatti sono questi, poi le opinioni e i giudizi in merito al libro possono ovviamente variare. (Noi della casa editrice abbiamo trovato la 17enne Ulli piena della voglia di autoaffermazione e indipendenza tipica di quell’età. Mai rassegnata. Certo spesso sventata e confusa, come lei stessa si descrive senza la minima autoindulgenza. Ma niente affatto “cretina, superficiale e ignorante” come dici tu). Sul merito delle tue opinioni, non mi va molto di discutere con chi mi attacca in pubblico, senza conoscermi, dandomi dello stupido e dell’ignorante e accusandomi di “una quantità di errori” senza indicarne nemmeno uno. Dovresti prima, per favore, scendere dal ring o dalla cattedra su cui credi di trovarti. Ti rispondo però su un punto. Hai usato molte parole per dire una sola cosa: una ragazza o una donna deve “saper stare al mondo” (cit.), “nel privato può essere libera e disinibita e tanto meglio, ma nel pubblico è d’uopo comportarsi con eleganza” (cit.). Se una donna si comporta altrimenti, dici, “lo fa a suo rischio e pericolo” e in sostanza i guai se li è andata a cercare. È “colpa” sua, scrivi fra virgolette. Ecco, non sono per niente d’accordo. E non solo io, ci tengo a dirlo: qui in Coconino Press e in Fandango siamo molto, molto lontani da questo modo di pensare.

  14. Interessante recensione. Ardita, direi, rischiosa. Grazie Andrea.
    Non avendo potuto partecipare alla presentazione del volume, ho letto con altrettanto interesse l’intervista all’autrice.
    Vorrei inserirmi nella discussione rivolgendo qualche riflessione sul commento di Marco Pellitteri.
    Le tue osservazioni, così ben strutturate rischiano di risultare come un muro eretto dall’uomo colto e informato, che conosce l’alta borghesia e quella bassa, per origini familiari, che conosce il sud italia e l’italia tutta, per la stessa ragione di cui sopra, capace di portare il lettore a seguire tutto il ragionamento e le argomentazioni al punto da non poter dire che “Ah però, ha ragione!”. Ma qui casca l’asino. Io sto con Popper. Le argomentazioni inattaccabili sono, a mio parere, insostenibili, o almeno, celano qualcosa.
    Sembri dire tutto e il contrario di tutto, ponendoti quindi sia da una parte (quella che sostiene che la donna è libera di fare come le pare) sia dall’altra (una donna che si comporta in un certo modo in certi posti con certe persone, che vuole aspettarsi?), raccogliendo dunque la totalità dei consensi, bruciando l’autrice come disegnatrice, come narratrice, come femminista, come tutto. Quello che rischia di emergere di te è la figura di un maschio, meridionale, adulto, consapevole, ben educato, responsabile, colto, conoscitore delle varie realtà ecc ecc ecc, che guarda dall’alto, anche con una certa sufficienza, la piccola e -letteralmente- cretina, non più 17enne, mancata femminista, che della vita non sa niente e che è pure ignorante, che si è permessa di abbaiare (ammesso che Lust abbai e non si limiti a raccontare un’esperienza. Dovrei leggere il fumetto, per capire. C’è una morale, di fondo? C’è una critica? Dall’intervista direi di no).
    Tutto questo inattaccabile impianto, fa acqua in un punto, che è il fulcro, invece, della recensione di Andrea.
    Il soggetto.
    Alla tua, magistralmente scritta, replica temo che manchino le considerazioni del maschio sessualmente attivo che si interroghi, come ha fatto invece Andrea Tosti, di cui ho apprezzato il mettersi completamente a nudo.
    In breve, il tuo commento, tolta la lunghezza farcita di tutto quello che ho scritto sopra, si potrebbe semplificare nella considerazione (meno arzigogolata, ma più schietta e veritiera) di chi sostiene: “quella se l’è andata a cercare” (leggo ora anche la replica di Luca Baldazzi a proposito).
    Il tuo mi sembra il classico porsi degli italiani (e non solo, ma soprattutto), meridionali o meno che siano, alla Gattopardo, del “cambiare perché nulla cambi”.
    Equivale a dire “A me non capiterebbe mai e se capitasse, sarebbe perché la cretina di turno mi ha provocato”.
    Sulle femministe, aggiungo che senza le scellerate e invasate che urlavano “l’utero è mio” a tette al vento nei cortei, che non portavano il reggiseno sotto ai vestiti per protesta (cosa ritenuta in realtà fastidiosa dalle pettorute, perché il reggiseno evita lo sballonzolare, che può essere addirittura doloroso, come per un uomo non portare le mutande), forse avremmo avuto prima o poi la legalizzazione dell’aborto e il divorzio, ma avanti a chiacchiere (da salotto colto), quanto ci sarebbe voluto?
    Mutatis mutandis, se Rosa Parks non si fosse seduta tra i bianchi (e non è che rischiasse meno), quanto tempo (e quanta sofferenza) avrebbe richiesto la fine del segregazionismo?
    Al solito, le riforme graduali e razionali sono l’ideale, ma è la rivoluzione a dare una scrollata al sistema, con tutti i suoi (esecrabili) eccessi.
    Io sogno una realtà in cui sia il maschio (meridionale o no, mafioso o no ecc ecc) a sentirsi dire “e che ti aspettavi? che solo perché quella donna è stata lasciva, provocante e apparentemente disponibile con te, ti si concedesse, solo perché la volevi?” e non che sia la “cretina 17enne ignorante” a sentirsi dire ” e che ti aspettavi? che solo perché hai detto di no, non ti violentasse brutalmente?”.
    spero di aver reso quello che intendevo.

    A Luca Baldazzi (visto che ci siamo), vorrei invece chiedere perché il titolo nella versione italiana si discosti così tanto dall’originale (che è invece stato mantenuto in altre edizioni).

  15. Mi inserisco anche io nella discussione perchè alcuni commenti del lungo commento di Marco mi hanno colpito alcuni passaggi.
    1) Concordo con Giorgia quando dice che al netto di tutte le parole spese per esprimerlo nel migliore dei modi il concetto che passa alla fine del ragionamento è ” concnerti atteggiamenti la donna se la cerca”. Ora mi torna in mente un recente articolo che pubblicato su TomDispatch da Rebecca Solnit ( non so sinceramente se l’autrice sia ascrivibile alle femministe buone, colte ed eleganti o a quelle sguaiate ma credo sia più probabile alla prima categoria) in cui ad un certo punto l’autrice riporta un episodio che le è stato raccontato dicendo “Nell’estate 2012 qualcuno mi ha raccontato di un corso in cui gli studenti di un college dovevano spiegare come si proteggevano dai rischi di stupro.Le ragazze avevano descritto i mille modi in cui cercavano di essere vigili (…) i ragazzi avevano ascoltato con la bocca spalancata. Per un attimo l’abisso tra i loro mondi era diventato visibile.(…) Ad un certo punto in rete ha girato un elenco “Dieci consigli per mettere fine agli stupri”(…) l’elenco mette in luce un dato terribile: questo tipo di raccomandazioni in genere caricano tutto il peso della prevenzione sulle spalle delle potenziali vittime dando per scontata la violenza. Qualcuno mi spiega perchè i college passano più tempo a dire alle ragazze come sopravvivere alle aggressioni che a dire all’altra metà dei loro studenti di non aggredire le donne?” ( se volete tutto l’artico lo trovate tradotto sull’ultimo numero di Internazionale) Ecco mi pare che questa considerazione tocchi il punto. Perchè si continua a caricare il peso della prevenzione della violenza sulle spalle delle vittime? Qual è la ragione profonda per cui si dice alle vittime di proteggersi e non ai carnefici di smetterla? e da qui mi aggancio al secondo punto
    2) Marco scrive “la società civile nel suo complesso cerca di debellare il problema del gallismo e della violenza contro le donne, quel gallismo e quella violenza ancora esistono” mi sento assolutamente di dissentire da questa affermazione basandomi sui dati, sui numeri delle molestie e delle violenze sulle donne, sui numeri dei diritti negati visto che nonostante le donne siano in media più istruite e preparate dei loro colleghi maschi sono più precarie e percepiscono salari inferiori e vengono licenziate non appena hanno dei figli, sui numeri delle donne uccise nonostante le precedenti denunce che avevano fatto e tutto questo perchè è stato ritenuto che non fosse necessario stanziare dei soldi per rendere efficacie la legge sullo stalking, sui centri antiviolenza largamente insufficienti e al sud praticamente inesistenti e potrei continuare a lungo con una serie di diritti negati che contribuiscono a creare un clima culturale e sociale in cui il gallismo viene alimentato e non certo debellato. Scrissi tempo fa che i diritti negati alle donne le spingono più o meno consapevolmente alla ricerca di legami con “uomini di potere” (dove la parola “potere” può essere declinata in molti modi) e ricollocano gli uomini nell’anitca posizione di “padri, padroni e padreterni” per dirla con Joyce Lussu altro che debellare il machismo.
    3) Un’ultima considerazione sui diversi tipi di femministe: le femministe degli anni ’70 erano figlie del loro tempo e come tali vanno valutate e cmq come donna mi sento solo di ringraziarle perchè ci hanno aiutato non poco nel cammino di emancipazione ( se avessimo dovuto farlo ora con l’aria che tira stavamo fresche!) e comunque io ho letto “Ancora dalla parte delle bambine” della Lipparini sia l’originale “Dalla parte delle bambine” della ben più preparata Elena Gianini Belotti e posso assicurare che il solco in cui si inserisce anche la Lipparini con il suo libro è quello tracciato dalla Gianini Belotti negli anni’70 solo in modo molto più radicale e più efficace dell’ annacquata riflessione successiva ad uso e consumo della buona borghesia italiana che cerca, con certe letture, al massimo di mettere a tacere la coscienza.

  16. Luca Baldazzi

    Ringrazio Giorgia del suo commento, e ne approfitto per ringraziare anche qui Andrea Tosti del suo argomentato intervento.
    Per Giorgia:
    Per il titolo italiano “Troppo non è mai abbastanza” ci siamo rifatti a quello dell’edizione francese, “Trop n’est pas assez”. Ci è sembrato che esprimesse altrettanto bene (rispetto all’originale tedesco “Oggi è l’ultimo giorno del resto della mia vita”) quell’urgenza di vita e quella sete di esperienze che caratterizzano la giovane punk 17enne Ulli. Poi c’è un motivo pratico: “Troppo non è mai abbastanza” è più corto, ci sembrava più immediato e facile da ricordare.

  17. Marco Pellitteri

    Ho letto con interesse la tua risposta, Odri, e le vostre, Giorgia e Cecilia.
    Nel mio commento avevo ribadito esplicitamente che non intendevo minimamente dire “quella se l’è andata a cercare”. Ho scritto chiaramente che finché certe situazioni esistono, se il singolo individuo si caccia nei guai in modo isolato non conclude nulla in particolare nell’immediato (o forse sì: misure straordinarie della polizia e uno scossone alle coscienze, ma intanto lui/lei magari ci ha lasciato la pelle).
    Cosa che comunque la piccola Ulli non aveva in mente di fare. Si era gettata nella mischia, nella sua discesa nella calda Italia del sud, senza alcuna coscienza generale ma solo con la voglia di scoprire nuove sensazioni, prerogativa degli adolescenti.
    Fate bene a notare come Andrea si sia aperto mostrando il suo punto di vista di maschio alle prese con scenari e con una “cultura” gallista e machista come questa. Non è che però siamo tutti tenuti a farlo. È una scelta molto personale e molto privata, quella di indicare agli altri i propri sentimenti privati rispetto allo scenario della violenza, agli atteggiamenti diffusi di condiscendenza o senso di superiorità degli uomini verso le donne. Nel mio discorso, che nel suo essersi articolato in un certo modo non pretendeva minimamente di apparire inattaccabile, ho espresso i miei punti di vista, che indubbiamente sono sempre il frutto di una storia personale, di un’educazione specifica e di ciò che si è visto e fatto nella vita. Cecilia mi ha fatto comunque notare che sono stato troppo ottimista e quindi fallace nel pensare che la società civile nel suo complesso tenti di debellare certi atteggiamenti e condotte. Hai ragione, Cecilia: i fatti che riporti mostrano che in realtà nel mondo maschile italiano si è lontani dal riconoscere la parità alle donne. Ragione ulteriore che dà la misura del problema della violenza, che è la degenerazione fisica di una serie di impostazioni mentali condivise da moltissimi uomini di tutti i ceti e gradi d’istruzione in Italia.

    Infine sul comunicato stampa, Luca Baldazzi: confermi quanto ho scritto.

  18. Marco Pellitteri

    Per chi è interessato, questo è il modo in cui viene descritto dalla Coconino il libro. È il dispaccio stampa ufficiale.

    http://www.lospaziobianco.it/68520-ulli-lust-presenta-violenza-donne

    Luca (Baldazzi), posso certamente scusarmi con te personalmente perché ho usato ben poca diplomazia nell’esprimere i miei pareri, e lo faccio: ti chiedo scusa per il tono acceso e i termini. Ma se vuoi ti rispondo, in privato o in pubblico, indicandoti perché secondo me il modo in cui questo comunicato è stato concepito e realizzato è inopportuno sotto i profili linguistico, contenutistico, culturale, editoriale. Anticipandoti però che se lo faccio, il tuo comunicato passa sotto un tritacarne dialettico.

  19. Pingback: Habibi, un parere femminile | Conversazioni sul Fumetto

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