Bilbolbul 2013: Incontro Le Storie Bonelli

Bologna 23 febbraio 2013, ore 15, settima edizione di Bilbolbul.
Resoconto dell’ incontro: “Le Storie Bonelli” all’Auditorium della Bibilioteca Sala Borsa. Con: Mauro Marcheselli, Alessandro Bilotta, Roberto Recchioni, Onofrio Catacchio, e gli interventi di Enrico Fornaroli.

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La conferenza Bonelli su Le Storie è il punto di incontro del giorno dei conversatori. Posizione centrale e orario perfetto per il nostro gruppo di critici che vive la notte [1]. Vorrei aprire una piccola digressione sui presenti: il boss Andrea Queirolo, l’incontenibile Andrea Tosti, l’adorabile Daniela Odri Mazza. Si sente forte la mancanza dell’intransigente Antonio Solinas e dell’inafferrabile Tonio Troiani. Non so che immagine si abbia di queste firme dal blog, ma sono abbastanza sicuro che nessuno si aspetti che il Queirolo sia venuto a Bologna principalmente per mangiare, fare shopping e dire belinate.

E dopo aver fatto a palle di neve per tutto il tragitto dalla pizzeria la sera prima, con un’escalation dal buffetto innevato al lancio della lastra di ghiaccio, anche il Tosti conferma una vivacità non solo intellettuale. Daniela invece è femmina e riesce a mantenere un invidiabile aplomb, ma il solo fatto che ci sopporti è segnale che qualcosina non va neanche in lei.

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Venendo a noi, la sala della conferenza è gremita di autori Bonelli e lettori. Daniela gira a fare foto. Io mi accoccolo nelle ultime file con il Tosti e poco dopo ci raggiunge il Queirolo, accompagnato da Giovanni, presentato ufficialmente come amico e grande conoscitore di fumetto e musica. Sospetto sia in realtà anche la guardia del corpo del boss, che mette a disposizione stazza e addestramento durante le fiere più pericolose, guardandogli le spalle da recensiti delusi.
La conferenza parte come tutte le conferenze: una presentazione troppo lunga con troppi complimenti. Purtroppo si tira subito in ballo più e più volte “Un uomo un’avventura”, una pietra che non può essere usata come paragone.
Proiettate alle spalle degli autori, scorrono copertine e tavole della nuova serie. Io e il Tosti ci interroghiamo sul perché le copertine debbano essere così stilisticamente desuete e la grafica così insulsa, mentre il boss annuisce facendo apprezzamenti sulla carta usata.

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Marcheselli inizia bello grintoso, confessando che gli sarebbe piaciuto avere i pennelli di Toppi e Pratt, ma i grandi maestri non ci sono più e tra le righe io colgo un: “facciamo con quello che è rimasto”. Dopo un attacco così il resto è tutto in discesa e si insiste molto sulla libertà e il coraggio di questo nuovo progetto editoriale, ma pian piano che la conferenza procede diventano evidenti i limiti che la serie impone ai suoi autori. Oltre i soliti paletti dettati dall’editore, Le Storie devono avere un protagonista ben definito, possono avere un’ambientazione storica ma non possono essere dedicate a un personaggio storico di rilievo. La gabbia Bonelli è intoccabile e naturalmente considerata da tutti i presenti il miglior strumento per fare fumetti d’avventura[2]. Che poi è l’unica cosa che si può fare in questa collana. Recchioni non riesce a ravvivare il paludamento istituzionale e mi trovo davvero interessato solo quando prende la parola Onofrio Catacchio. Impegnato sia ai testi che ai disegni in un albo di prossima uscita, il suo noir su Joe Petrosino mi intriga. Dopo aver descritto l’accuratezza delle sue ricerche e lo sforzo autoriale che sta profondendo per rendere l’esatta atmosfera della Little Italy del secolo scorso, tenta un colpaccio: “Vorrei inserire anche due frasi in dialetto siciliano, ma non so se me le passeranno…?” Marcheselli, per nulla intimorito dai numerosi testimoni risponde senza esitazione: “Non credo proprio”.

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Io provo a far notare ai miei colleghi che Ken Parker aveva enormi spazi di libertà stilistica e di contenuto, 30 anni fa, e non capisco perché se lo siano dimenticati. I miei esperti amici tentano di convincermi che Ken Parker non è stato pubblicato da Bonelli, solo per impedirmi di alzarmi urlando “E  KEN PARKER DOVE LO METTIAMO!”.[3]
Sul finale Bilotta, dopo aver parlato di mare, Watchmen e Capossela, scolpendo sulle nostre facce un segno incredulo, cerca disperatamente di rispondere a una domanda su “i personaggi schiacciati dalla Storia o i ritmi della storia, le storie che insomma cambiano la Storia con la S maiuscola… o no?” naturalmente senza riuscici, optando per un’interessante riflessione sui tempi narrativi.

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L’incontro finisce, Daniela nel frattempo è fuggita e noi ci avviamo verso il bar. Fuori dalla Sala Borsa, mentre ammiriamo inquieti un’imponente nevicata, i miei insider[4] Bonelli mi confessano che la conferenza era stata noiosa anche per loro e quanto meno mal impostata, con tutta quell’enfasi sulla novità e la libertà che, in fin dei conti, Le Storie non ha.
Io vorrei fare dei discorsi molto impegnati con i ragazzi, ma loro non fanno altro che parlare di scarpe in saldo.[5] Così, dopo aver dedicato tutto questo tempo alla casa editrice più istituzionale d’Italia, decido di andare a insultare chiunque ci sia allo stand delle autoproduzioni. Non sia mai che si pensi che Conversazioni è di parte.

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1 Possibile drammatizzazione.
2 Anche secondo me la classica gabbia: “tre strisce e poche menate” è un’ottimo strumento, che ben si adatta a molti registri. Quasi tutto quello che è considerato Graphic Novel ha quella griglia. Così per dire, eh.
3 Possibile drammatizzazione.
4 Non conosco nessuno in Bonelli, millanto solo per farmi bello con le ragazze che leggono Dylan Dog.
5 Lo dico solo per difendermi dal fatto che spesso iniziano a parlare di autori e libri imprescindibili, che io non ho neanche mai sentito nominare, e possono andare avanti per un bel po’, mentre io annuisco e sorrido: “Gisvariz?! E certo che lo conosco, è un grande! È quello che ha disegnato Ultima Notte di Marzapane, no? No, eh…”

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10 risposte a “Bilbolbul 2013: Incontro Le Storie Bonelli

  1. Reportage divertente, ma non capisco per quale motivo le copertine e la grafica vengano definite rispettivam “stilisticamente desuete” e “insulsa”.
    Io potrei ribattere che Di Gennaro è uno dei più grandi copertinisti viventi e che la grafica è pulita ed efficace, senza menate modaiole del piffero, con il marchio della collana bello visibile in alto, cosa ottimale per un prodotto da edicola che viene infilato in mezzo a mille altri prodotti simili e che per farsi riconoscere tra quei mille spesso ha a disposizione solo i 5-7 centimetri superiori, che (s)bucano sull’espositore.
    Insomma, dov’è che si passa dal gusto personale al ragionamento? Lo dico senza acredine, sia chiaro (meglio specificare, che nel mondo del fumetto siamo tutti appassionatamente incazzosi), giusto per capire.

    P.S.
    Se davvero alla Bonelli non hanno intenzione di fare passare 2 balloon in siciliano sbagliano 2 volte:
    1. perché basta tradurre in nota, come accade quando qualcuno parla una qualche lingua esotica, tipo lo svedese, il cabardino-balcario o il tamil (si fa per dire);
    2. perché proprio il numero marzolino di Julia apre con una sequenza in cui si usa spesso il genovese (tradotto in nota); Berardi sì e Catacchio no?

  2. Maledetto Queirolo, insulso lo ha aggiunto lui.
    Naturalmente io sono d’accordo, credo che però avrei usato “orribile”. Dai si fa per scherzare, naturalmente le cose che dici sono vere: Di Gennaro e un grande copertinista e la grafica è calibrata per l’edicola. Ma questo non leva che la testata sia quantomeno anonima, così come il nome, che più generico e impersonale di così non c’è niente, e che lo stile del disegno sia vetusto. Queste opinioni convivono serenamente.

  3. Andrea Tosti

    La grafica degli albi Bonelli non ha mai avuto grandi estimatori. Ricordo che Faeti contestò quella di Dylan Dog, al momento dell’uscita dell’albo, praticamente chiunque si è scagliato contro la scritta “color fest” aggiunta agli albi speciali a colori dell’investigatore dell’incubo e via dicendo. Probabilmente è intenzionale

  4. Pingback: Grande Rete! FascBatman BonelliTintin Manga e molto altro…

  5. @trinchero
    rispetto la tua opinione, però lo stile di disegno che per te è “vetusto” per me è realistico-con-i-controcoglioni e anzi vagamente eversivo vista la tecnica pittorica con i colori a vivo e non al tratto, che in Bonelli non si vedeva dai tempi di Frank Donatelli sul Piccolo Ranger (anzi no, dagli acquerelli di Ivo Milazzo per Ken Parker; ma le copertine di Donatelli erano secondo me più belle); e il nome della collana, che per te è “generico e impersonale” al massimo grado, per me è essenziale ed efficacissimo. Sobrietà è eleganza. Sarà che son vecchio… :o)
    Poi ricordiamoci che la testata si rivolge ai lettori di fumetti bonelliani, tendenzialmente di gusto tradizional-realistico, non all’acquirente di Flashart (che peraltro ha una grafica di copertina che definire scarna è un understatement).

    @tosti
    concordo, e infatti secondo me la grafica di copertina de “Le storie” è decisamente superiore alla media Bonelli!
    Sarà che son vecchio, part 2… :o)

  6. ma che razza di emoticon escono?
    cerco di fare la faccina che ride ed esce quella stupita…
    sono proprio vecchio, manco ste faccine della ceppa riesco a fare. bah…

  7. mah! ero sicuro di aver risposto… vabè lo riscrivo.
    Mi sembra che i tuoi termini di paragone siano sempre all’interno della Bonelli, io di solito non mi pongo limiti, ma anche rimanendo soltanto tra le uscite da edicola, queste copertine si rifanno al gusto di almeno 40 anni fa. Infatti non a caso tu le paragoni a quelle di Piccolo Ranger. Detto questo, direi che siamo entrati nel campo dei gusti personali, per definizione non discutibili…

  8. Interessante.
    Tutto sommato quando si parla di Bonelli e Bonellidi mi importa che a farlo siano dei “conversatori” e non dei “conservatori”.
    Almeno quando se ne parla.

  9. Pingback: Troppo non è mai abbastanza | Conversazioni sul Fumetto

  10. A me le copertine tutto sommato piacciono. Sui numeri, finora, l’unico che mi ha deluso è stato “La rivolta dei Sepoy”, mentre gli altri sono riusciti sempre a stupirmi… ma forse sono troppo giovane, poco critico e cerco di vedere il buono delle cose.

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