Dylan Dog 315 – La legione degli scheletri (Angelo Stano)

 di Antonio Rubinetti

Oggi, sulle nostre pagine, avremo il contributo di Antonio rubinetti, già articolista e recensore per testate come Blow Up, Nocturno e Fumo di China.

Angelo Stano ha avuto, nella programmatica creazione del “fumetto d’Autore” di casa Bonelli, un ruolo di importanza pari a quella di Tiziano Sclavi, partecipando attivamente alla codifica di Dylan Dog. Se Sclavi è responsabile della biografia dell’eroe seriale, Stano ne ha delineato definitivamente l’iconicità.

La leggenda, e la cronaca lo testimonia, vuole che sia stato Sclavi a suggerire a Claudio Villa di andare al cinema a vedere il film inglese “Antoher Country”, con Rupert Everett, e di ispirarsi al suo protagonista per il volto dell’indagatore. E così è andata. Eppure nel primo numero, “L’alba dei morti viventi”, il modello anatomico di Dylan sembra più che altro essere debitore della fisionomia di Egon Schiele. Merito di Stano che sottolinea tale derivazione evocando il pittore viennese anche nel tratto, nella raffigurazione delle dinoccolate anatomie in alcune vignette e nell’uso della sfumatura al bordo.

I successivi numeri hanno visto alternarsi vari illustratori mentre a sceneggiare le storie è rimasto per molto tempo quasi sempre Sclavi. Dopo di che lo scrittore si è limitato al ruolo di supervisore e il personaggio è passato di mano in mano (Chiaverotti, Gualdoni, Barbato e Recchioni), permettendo ai molti scrittori che vi si sono accostati di sperimentare e approfondire le rispettive poetiche, servendosi della serie come di un veicolo di autoaffermazione.

A scrivere soggetto e sceneggiatura del numero 315 è, per la prima volta, proprio il co-creatore, Angelo Stano, che ricoprendo anche i ruoli del disegnatore e del copertinista, rappresenta il raro caso di autore unico dell’intero albo. Il suo script è assolutamente lineare e scorrevole ma nel complesso si ha la fuorviante impressione di avere tra le mani né più né meno che un lavoro dignitoso. Impressione fuorviante perché se leggiamo “La legione degli scheletri” alla luce del fatto che è sceneggiato da Stano stesso, il primo disegnatore della serie, questo episodio d’Autore assume un senso completamente diverso, prestandosi a interpretazioni di secondo livello.

Non è un caso che l’episodio si apra all’interno di un museo, dove l’indagatore dell’incubo, con l’inseparabile assistente, è stato trascinato dalla fidanzata di turno. In questo luogo di immagini e di immaginari ci si sofferma sul quadro “Trionfo della morte” di Pieter Bruegel il Vecchio, dipinto che permetterà al plot di evolversi. E proprio in tale dipinto il lettore attento potrà scorgere anticipatamente gli orrori della vicenda che si appresta a leggere. Inoltre è a questo punto del racconto che entra in campo la vera protagonista, Moheena, una giovane e problematica studentessa d’arte, il cui operare creativo è strettamente legato all’incubo con cui si dovrà confrontare l’indagatore del medesimo. La ragazza non è un semplice alterego di Stano, ma l’espediente che permette al fumettista di tematizzare, anche narrativamente, l’elemento figurativo, spesso lasciato in secondo piano rispetto all’intreccio. Una scelta meta testuale che ha per sfondo una trama dal palese e ostentato classicismo, non priva di suggestione dallo Stephen King di Carrie, con i suoi dettagli gore e grotteschi, nel rispetto dei canoni originari delle avventure di Dylan Dog.

Come da manuale sono riproposte situazioni e struttura dei primi numeri della serie ed è rimarcata l’empatia nei confronti degli emarginati, con conseguente patetismo, assolutamente efficace. Anche Groucho ritorna a collocarsi nello spazio nonsense che gli compete – purtroppo non tutte le freddure dell’assistente centrano il bersaglio – e alla fine, lancia la pistola al suo datore di lavoro.

Dunque l’arte figurativa e quindi il disegno è il fulcro tematico di un complesso gioco di specchi la cui autoreferenzialità è esplicitata fin dall’inizio quando Moheena, di fronte al “Trionfo della morte” sviene, sconvolta nell’aver visto, non più “per speculum et in aenigmate” ma “Facie ad facies”1, se stessa. Esattamente quanto fa Stano riprendendo in mano il destino di Dylan Dog e riportandolo alle sue origini formali, quasi a volerne rivendicare la co-paternità.

Angelo Stano con una copia di Dylan Dog 315

1« Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad facies (Ora vediamo come in uno specchio, in maniera enigmatica; allora vedremo faccia a faccia)  Paolo di Tarso, 1a Lettera ai Corinzi, 13,12.

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5 risposte a “Dylan Dog 315 – La legione degli scheletri (Angelo Stano)

  1. Che io sappia però il suggerimento di andare a vedersi Rubert Everett in “Another Country” Sclavi lo diede a Claudio Villa, non a Stano. Soprattutto perché nei suoi primi studi Villa si era ispirato alle fattezze del ballerino Antonio Gades senza riscuotere troppi consensi in redazione.
    Poi dal Dylan Rupereverettiano di Villa han preso le mosse tutti gli altri con Stano che ha preferito, con grande intelligenza secondo me, reinterpretare il modello in chiave schieleiana.

    Poi qualcuno può smentirmi magari, ma io questa versione dei fatti l’ho letta più di una volta qua e là.

    Ciao

  2. *Rupert, non Rubert. Pardon.

  3. Grazie Luc, c’è stato uno svarione coi nomi, abbiam corretto!

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