Lezioni di anatomia – di Nicolò Pellizzon

Lezioni di Anatomia, primo romanzo a fumetti di Nicolò Pellizzon pone, a chi decida di analizzarlo, molti interessanti interrogativi, riguardanti il migliore approccio critico da adottare allo scopo, in sospeso fra una lettura narrativa ed un’altra, più suggestiva e sensibile.

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Il volume presenta due anime principali, due linee stilistiche e narrative che, pur intersecandosi in più punti e collaborando entrambe alla costruzione della trama, possono essere facilmente isolate in quanto è l’autore, tramite la divisione in capitoli della propria opera, a separarle fisicamente.

Da una parte, infatti, abbiamo il racconto cronologico degli eventi, l’ossatura vera e propria dell’opera. Sullo sfondo, principalmente, di una Torino di fine Ottocento, ci vengono presentate le vicende di Lorenzo, giovane studente in medicina e di sua cugina Lorena, pittrice e, soprattutto, donna che cerca di affermare la propria indipendenza in una società repressiva e maschilista. I due, separati da bambini, si ritrovano dopo molti anni, ormai adulti; la passione reciproca li coglie li porterà a scoprire il mistero che li lega, mistero a dire il vero fin troppo intuibile anche dal lettore meno smaliziato e che l’autore cripta sia attraverso l’assonanza dei nomi dei due protagonisti sia raffigurandoli fisicamente molto simili (in alcuni passaggi i due sono difficilmente distinguibili uno dall’altra), quasi androgini, due corpi al tempo stesso complementari ed intercambiabili. Su questo torneremo in seguito.

La seconda parte del volume, narrativamente intrecciata alla prima (se pur non sempre efficacemente) e che potremmo chiamare “a mazzo di tarocchi”, è costituita, invece da una serie di evocative tavole, singole o doppie, che narrano, invece, la storia sotterranea, misterica, che scorre sotto quella esplicita e che di quest’ultima, spesso, si offre via via come anticipazione, commento o chiave interpretativa; un’altro volto della stessa vicenda, dunque, che si compone, questa volta, non attraverso un percorso cronologico, se non in senso lato, ma per via di associazioni suggestive, esoteriche, mistiche.

Il rapporto fra le due linee narrative ed estetiche è quello che intercorre fra un volume e le sue note, fra la serratura e la chiave, fra l’immagine e il suo riflesso, a volte deformato. Questa linea narrativa “a mazzo di tarocchi” è costituita da una serie di tavole, rappresentanti, a seconda del caso: ritratti ideali di donne (personaggi storici, mitologici o letterari); rivisitazioni di tavole anatomiche, sempre declinate in chiave esoterica, attraverso l’uso profuso di simboli cabalistici, alchemici o zoologici; e una macabra, ma pur sempre declinata in chiave esoterica, raccolta di memento mori che riscrivono, principalmente attraverso l’uso di teschi caprini, l’iconologia propria dei ritratti borghesi.

I tre gruppi di illustrazioni, per quanto il termine sia, in questo caso, ampiamente riduttivo, sono presentati all’interno di appositi capitoli, che li isolano dalla narrazione principale. Eppure Pellizzon offre, in ognuno dei tre casi, una giustificazione diegetica per la loro presenza. Nel primo caso, il capitolo Il libro di Eva presenta infatti le illustrazioni dell’omonimo volume trovato da Lorenzo a casa della zia, di cui è ospite. Nel successivo Le tavole anatomiche di Lorenza Leone, come si può facilmente desumere dal titolo, vengono raffigurati i dipinti e le illustrazioni, a tema anatomico, realizzati dalla cugina di Lorenzo. Nel conclusivo Il libro dei morti, la cui comparsa precede l’epilogo della vicenda raccontata,  la comparsa brutale ed inquietante di immagini macabre sembra essere un improvviso, astratto e macabro avvertimento. Anche in questo caso, però, la presenza delle suddette tavole viene giustificata quando, nella ripresa della linea narrativa principale, scopriamo che appartengono al libro, ancora un volta omonimo, che Lorena sta sfogliando in compagnia di Lorenzo, nell’incipit di quello che si rivelerà essere l’eccessivamente pedante spiegone finale.

E sono proprio i rapporti fra suggestione e pedanteria, fra la  trasparente esilità della trama e il come questa venga codificata attraverso il suo doppio sotterraneo, ad identificare sia il fascino che i molti limiti di quest’opera dove gli equilibri fra semplice e complesso, fra interno ed esterno, pur offrendosi come un groviglio molto affascinante, specialmente a livello visivo, non sempre risultano ben calibrati.

Prendiamo, ad esempio, il corpo umano, che nell’opera in esame, come è evidente fin dal titolo, ha un’importanza primaria.

Non c’è niente, probabilmente, che pensiamo di conoscere meglio del nostro corpo o, meglio, della sua forma esteriore. Un involucro, tutto sommato e ad un primo sguardo, alquanto lineare, rispecchiante le proprie funzioni, con una serie di finestre aperte sull’esterno; fondamentalmente un’elegante interfaccia. Eppure, sotto appena pochi strati di pelle, quell’oggetto così familiare e noto che siamo noi, svela una faccia nascosta, celata all’esterno, incredibilmente complessa, persino ripugnante ma soprattutto misteriosa al profano (e in misura lievemente differente anche al non profano) e, per molti suoi aspetti, incomprensibile. Semplice macchina biologica, quindi, o misteriosa e sovrannaturale, nel senso più proprio del termine, estensione fisica di una coscienza indecifrabile?

Dubbio, questo, espresso nella conversazione fra i due protagonisti in occasione della prima visita di Lorenzo nella casa/studio di Lorena.

Lorenzo (osservando i quadri della cugina):

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Uno dei temi centrali dell’opera viene qui esplicitato, messo a nudo, e nel momento della sua esposizione perde molto dell’interesse che, fino a quel momento, fino a quando era rimasto suggestivo e carsico, aveva  suscitato.

Perché, come il corpo, anche quest’opera ha un dentro e un fuori, una faccia esposta ed una celata, eppure l’equilibrio fra questi due aspetti non sempre funziona, non sempre appare come perfettamente risolto. Non solo perché tutto è già ampiamente annunciato nell’onirico e riassuntivo incipit (“ti ricordi com’era vedere attraverso gli stessi occhi, respirare dagli stessi polmoni?”)

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ma soprattutto perché, come narratore, il Pellizzon risulta molto più vicino al razionalismo del giovane studente in medicina che al carattere dubbioso e aperto al mistero di sua cugina Lorena.

Infatti, il racconto dell’autore veronese non lascia, in nessuna sua parte, spazio al dubbio, nonostante le apparenze, e alla selvaggia irrazionalità (e sensualità) del femminino sostituisce una controllata razionalità che si esprime in quasi tutti gli aspetti della sua opera: nella costruzione della trama, schematica ed esile; nella composizione delle tavole, equilibrata e fin troppo studiata; nel carattere dei personaggi.

Anche quando, nelle sequenze in cui vengono rappresentati i sogni di Lorenzo, l’autore potrebbe lasciarsi di più andare, mettersi maggiormente in gioco, non riesce invece a perdere il controllo e anche questi momenti, invece di offrire uno scorcio di umanità nella vita del tormentato protagonista, si svelano immediatamente per la loro natura puramente pratica, funzionali solo a far procedere la trama e ad offrire, per l’ennesima volta, una rappresentazione allegorica del dramma in atto, senza però riuscire ad evitare una fastidiosa, e ripetuta, sensazione di già visto, la stessa che pervade tutta l’opera.

In realtà la cosa ha una sua giustificazione. Infatti, sia l’approccio razionalistico di Lorenzo, che esclude lo spirito, che quello più dubbioso di Lorena, quasi gnostico nel suo, comunque, voler dare alla coscienza una giustificazione razionale (anche se impossibile da comprendere), hanno lo stesso scopo, cioè quello di offrirsi come mezzo d’indagine su di un mistero antico, quello riguardante la natura della coscienza e dei suoi rapporti con la carne, con il corpo, con un contenitore che potrebbe persino influenzare la natura e gli umori del proprio contenuto.

E non è, del resto, uno dei scopi principali dell’alchimia, alla cui simbologia Pellizzon attinge abbondantemente, se non il suo scopo vero e proprio, quello di conquistare l’onniscenza, la conoscenza completa del mondo e dei suoi fenomeni?

Dove risiede, allora, la ragion d’essere di quest’opera? Nello “spirito”, cioè la trama, il suo studiato complesso di simboli e di rimandi, complicato ma non complesso, o nella “carne”, nella sua struttura fisica, materiale, superficiale forse solo in senso materico? Personalmente, la mia interpretazione preferenziale va alla seconda ipotesi, per quanto è il punto d’incontro fra questi due estremi a costituire il tema esplicito ed implicito dell’opera in questione.

Bisogna dire che, innanzitutto, è la sua natura prettamente fumettistica a costituire gran parte del suo fascino. Lezioni di anatomia, altro non potrebbe essere che un fumetto. L’intreccio fra testo e immagini, per quanto ancora troppo cauto, controllato e tratti freddo, è  la vera ragion d’essere di questo volume che, d’altro canto, presenta una storiella esile e un po’ trita.

L’estetica è la vera ragion d’essere, spirituale del volume di Pellizzon. Come romanzo, Lezioni di anatomia, sarebbe risultato pretenzioso, artificiale e spocchiosamente ermetico, rischi che l’opera in questione corre comunque, ma mitigati dalla maestria grafica dell’autore. Perché questo volume, al di là dei limiti messi fin’ora in evidenza, è innanzitutto un affascinante libro-oggetto, bello non solo nel senso superficiale del termine, ma di quella bellezza complessa che trasfigura l’estetica e ne fa oggetto d’interesse e di ragionamento. E Lezioni di Anatomia è un bel libro sotto molti aspetti, sotto quello della cura editoriale, innanzitutto, aspetto, in questo caso, assolutamente non secondario, proprio per via di come Pellizzon gioca con il concetto di libro nel libro e per via di un fascino, questa volta sì difficilmente decifrabile, che resiste a quasi tutte le considerazioni fatte fino a questo momento e a quelle che seguiranno.

Proprio il non riuscire a dire esattamente cosa mi piace di quest’opera, il non essere riuscito ad identificare il centro del suo fascino, il non riuscire a penetrarne perfettamente il mistero fa sì che il suo valore conquisti un posto molto alto nella mia considerazione. Allo stesso tempo, il suo mistero non svelato, pone l’accento su di un’altra questione, cioè il come leggere quest’opera o, meglio ancora, su quali sono le strategie da adottare durante la sua lettura. Lezioni di anatomia, infatti, nonostante le sue molte e spesso fastidiose ingenuità, che non rendono la lettura deduttiva ma, piuttosto, confermativa, è un’opera scorrevole e lineare (per quanto faccia di tutto per mascherarsi diversamente) che, una volta finita potrebbe spingere il volenteroso lettore ad un secondo approccio, maggiormente riflessivo. Se, infatti, ad un primo contatto, ci si accontenta di godere delle vicende narrate, si potrebbe poi voler tornare indietro per decifrare la simbologia messa in campo dall’autore e qui interviene la questione della necessità.

Prendiamo, ad esempio, le due tavole che seguono, non fra le più complesse del volume:

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È davvero necessario, e utile, al fine della lettura di quest’opera, capire perché sul tavolo dove Maria Maddalena si poggia, sia presente un tesseratto raffigurante, sulle proprie facce, simboli che riproducono i cinque sensi? O, ancora, dare una spiegazione al di per sé aut-oevidente cuore fiammeggiante di Faust o giustificare la presenza di una citazione dell’opera dell’alchimista Heirich Khunrath nel medaglione alle sue spalle?

Un approccio come questo è, di per sé, certamente legittimo, ma sulla sua utilità nutrirei qualche dubbio. Il voler decifrare una simbologia che, pur coerente, si offre non come stratificazione di senso ma, piuttosto, come accumulo di informazioni e suggestioni, conferirebbe forse un maggior prestigio al testo, ma lo lascerebbe nudo del fascino potente e irrisolto che, nonostante tutto emana. Un fascino che, se si riducesse l’intreccio grafico di Pellizzon, potente e articolato, ad un bignamino di simbologia alchemica[1], rischierebbe di essere svilito dalla certosina opera della catalogazione e dell’incasellamento, senza escludere la possibilità che l’architettura grafica di tavole come quella appena proposta, non riesca a reggere il peso di una lettura consapevole e “dotta”.

Questo sarebbe un peccato perché, come già detto, nonostante tutto, l’opera di Pellizzon riesce ad affascinare e ci riesce, punto questo molto importante, nonostante al tempo stesso faccia di tutto per essere irritantemente, almeno per il sottoscritto, cool. Cool sono le tematiche trattate (l’esoterismo, i gemelli) ma, soprattutto, cool sono i corpi messi in scena. In un’opera che si presenta con un tale, esplicito, titolo e che tratta determinate tematiche, avrei preferito un approccio più onesto sulla tematica del corpo. Qui, di carne vera e propria, viva, ce n’è poca. Anche i protagonisti, al di là delle proprie specifiche, altro non sono che simboli, da un parte dei ruoli, antitetici e complementari che rappresentano (dualismo uomo-donna, razionalità-irrazionalità, conformismo-anticonformismo) e al tempo stesso  incarnano quell’estetica del corpo tisico e androgino che, pur con la speranza che vada scomparendo, ricompare ad intervalli regolari tornando immancabilmente di moda. Ed è proprio la mancanza di vera umanità, di carne e sangue, oltre a quelli, a volte pretestuosamente usati come simbolo, a limitare l’efficacia e la passionalità di un’opera affascinante ma eccessivamente cerebrale, dove la cerebralità non sembra essere un’intenzione.

* * *

[1] Così come le sequenze oniriche presenti del volume sono un misto fra cliché psicanalitici, letterari e cinematografici.

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4 risposte a “Lezioni di anatomia – di Nicolò Pellizzon

  1. Articolo interessantissimo (complimenti!) per un volume che amo particolarmente.
    La mia personale lettura è stata – finora – più semplice, ma altrettanto legittima. Ho trovato equilibrio tra carne e spirito (o mistero), ho considerato la trama (esile, sì) un pretesto per mostrare altro, ma soprattutto sono stato completamente conquistato dai bellissimi disegni 🙂
    Ancora complimenti!
    Orlando Furioso

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