Robert Crumb messo a nudo, l’intervista Parte 11

di Gary Groth
traduzione di Graziano Pedrocchi

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ThatsLife

IL DECENNIO PERSO

GG Alcuni dei tuoi lavori che mi piacciono maggiormente sono le biografie dei musicisti blues.

RC Sul serio?

GG Mi ricordo una strip sensazionale su Arcade…

RC Quale, “That’s Life”?

GG Proprio quella.

RC Sono un po’ a disagio a parlare della roba che ho fatto per Arcade. Non ne vado molto fiero.

GG Come mai?

RC Non lo so. Ci ho lavorato proprio in mezzo a tutto quel casino delle tasse e roba varia. Era davvero difficile per me rimanere concentrato. Molta confusione. Ero arrivato al punto di smettere con la droga, cercando di trovare qualcos’altro come fonte di ispirazione. Mi sembrava tutto incerto. Non mi piaceva lo stile di disegno che stavo adottando. Diciamo che ero un po’ a metà, qualcosa del genere. I disegni che facevo alla fine degli anni ‘60 sono molto più definiti e convinti di quelli che ho realizzato a metà dei ‘70. Gli anni ‘70 sono stati un decennio perso, per me.

GG Probabilmente per tutti. E’ stato un decennio così.

RC Dirò di più: era quasi lo stile di vita degli anni ‘60, tra paroloni mistici e un bel po’ di sesso libero…

GG Ma solo fino al ‘73 circa.

RC Oh, no ben più in là. Quella storia del sesso libero andò avanti tranquilla fino alla fine degli anni ‘70.

GG Ma c’era una forte opposizione da parte dei conservatori.

RC Oh si, di sicuro cominciò in quel periodo. La generazione più giovane stava ancora utilizzando le energie degli anni ‘60. Per me invece fu un periodo confuso. Come ho già detto, mi ci vollero 8 anni per capire come convivere con la celebrità, il denaro e tutte quelle faccende e restare coi piedi per terra. Tutti i fumetti che cavai fuori nei primi anni ’70 –Hytone, Uneeda, XYZ, Black and White- se li guardo ora non mi convincono del tutto. Mi piacciono i primi Zap. Le prime due uscite e un sacco di materiale che ho prodotto per le riviste underground di quel periodo, quelli si che mi piacciono anche oggi. Ma tutta quella roba è stata prodotta dalle allucinazioni causate dalla droga. Senza dubbio. Mi sedevo e quelle visioni si disegnavano da sole, tanto era il potere delle droghe. Non c’erano interferenze personali, scrupoli o dubbi su quanto stessi disegnando. Quelli vennero dopo. Mi sono sentito veramente gettato fuori strada intorno al 1969 e ‘70. Tutta la follia che improvvisamente aveva invaso la mia vita mi aveva messo il cappio al collo. Era vertiginoso. Stavo perdendo la consapevolezza di quello che facevo in campo artistico, quel tipo di sicurezza che hai quando sai di essere sulla strada giusta. Magari non hai sempre la certezza di quello che fai, ma almeno sai di essere sulla buona strada. Adesso mi sento così. Per un certo tempo mi sono sentito annaspare. Fottuti ‘70. (Ride)

GG Come ti sembra il tuo lavoro, adesso?

RC Sono tornato ad essere sicuro di quello che faccio. E’ così da quasi cinque anni, da quando ho cominciato a lavorare per Weirdo. Mi piace tutto quello che ho disegnato per loro. Sono contento. Negli anni ‘70 avrei fatto un lavoro che poi non avrei più guardato in futuro. Ero solito pensare che avrei smesso all’improvviso di disegnare fumetti per dedicarmi a qualcos’altro. Ho avuto questo pensiero parecchie volte negli anni a metà dei ‘70. Era come se il disegnare fumetti mi facesse passare dei guai e magari anche che volesse dirmi qualcosa. Sono andato avanti così fino al 1980 circa, prima di risolvere questo dubbio e convincermi che potevo continuare a fare fumetti. Se guardo adesso i miei schizzi e scritti degli anni ‘70, vedo quanto ero confuso e perso. Ma, come si dice: no dolore, no guadagno. Dico bene, Gary? (Ride)

GG E’ quello che dico sempre io. Hai prodotto un sacco di bella roba fino al 1972 circa, poi sembra che tu abbia lavorato molto meno. C’è un motivo particolare?

RC Troppa follia nella mia vita. Mia moglie, le ragazze, i soldi, la follia, io che dovevo tipo darmi una calmata. Ero svuotato. Troppa follia intorno a me. Dovevo farci i conti e invece non ce li avevo mai fatti. Disegnavo, Dio me ne scampi, e lasciavo che le cose intorno a me diventassero sempre più folli. Mi stava uccidendo, ‘sta cosa. Arrivai al punto di non riuscir più a disegnare. La follia mi sovrastava costantemente. Siamo fra il ‘72 e il ‘73. Da lì mi ci vollero quasi otto anni per uscire da quel casino. E subito dopo ebbi un figlio. (Ride) Quindi diventai papà a tempo pieno. Dana mi diede un figlio, ma non ci stavo molto dentro. Non prestavo molta attenzione a questa nuova situazione. In realtà non volevo stare con lei o metter su famiglia con lei.

GG Quando nacque il bimbo che avesti con Dana?

RC Nel ‘68. Ricordo a malapena la sua infanzia perché a quel tempo ero in giro. Non riuscivo a occuparmene. Ero una mezza calzetta e non riuscivo a risolvere la mia fottuta relazione con Dana. Quindi andavo e venivo, e per questo le cose restavano lì, nell’aria. Non ero capace di tranciare di netto e dire “Le cose stanno così,” che era quello che avrei dovuto fare subito all’inizio del nostro rapporto.

GG Alla fine, quando riuscisti a divorziare da lei?

RC Il divorzio si concluse nel ‘77.

GG Quanto poco hai guadagnato durante quel periodo?

RC Dai fumetti arrivava poco denaro. Print Mint e Denis Kitchen ancora mi spedivano assegni. Arrivava ancora qualche soldo, normalmente abbastanza per sopravvivere. Avevamo delle case economiche ad affitto veramente basso. Pagavamo 100 dollari al mese per una casa a Dixon. Eravamo abituati a vivere in economia. Mi andava bene, non mi importava. L’ultima delle mie preoccupazioni era il fatto di non avere una Ferrari o roba del genere. (Risata)

GG Beh, presumo che in effetti possa dar fastidio. (Ride)

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RC I dischi vecchi erano ancora a buon mercato, lo sai. Io suonavo ancora con la mia band. The Cheap Suit Serenaders.

GG Come cominciò? Eri tu il frontman?

RC Beh, io e Robert Armstrong, Al Dodge e Terry Zwigoff abbiamo cominciato quando abbiamo capito di avere lo stesso interesse per la musica e i fumetti d’epoca. Abbiamo cominciato a suonare insieme per caso; continuammo per parecchi anni finché un giorno, miracolosamente, qualcuno ci chiese di suonare in un dancing, e voleva pagarci. Fu un vero fiasco, ma avevamo ancora intenzione di fare soldi suonando. La mossa successiva fu di Nick Perls, che lavorava in una piccola casa discografica di New York, la Yazoo Records. Ci chiamò per chiederci se volessimo incidere un album. Non so come entrò in questo progetto. Credo che avesse sentito delle voci su di noi. Questa proposta ci fece immaginare che saremmo tutti diventati delle grandi rockstar o roba del genere. Per un po’ Al e Robert pensarono seriamente di tirar fuori grandi cose dalla nostra band –avremmo fatto un sacco di soldi e i Cheap Suit Serenaders sarebbero diventati delle celebrità. Questa convinzione portò la band e tutto quello che le girava intorno a un livello più alto di follia, con cui avrei dovuto fare i conti insieme a tutto il resto. Al era molto scaltro e manipolatore, tanto da coinvolgerci tutti per anni in questo progetto di carriera musicale.

GG Quindi la band non andò mai da nessuna parte?

RC Siamo stati nel circuito degli appassionati di musica folk per un po’, ma nessuno è mai diventato ricco con quella roba. Non è come nella musica rock. Non puoi avere un grande seguito se suoni l’ukulele o l’accordion. (Risata) Sviluppammo i nostri personaggi e imparammo a intrattenere il pubblico dei night club con un nostro piccolo spettacolo teatrale. Non mi sentivo molto a mio agio sul palco. Non mi sono mai abituato agli sguardi perplessi o stupiti di quelli che sedevano di fronte a noi. Ma mi piaceva la musica, mi divertivo a suonare. E anche andare in giro con i ragazzi. Ci divertivamo un sacco. Era anche un bel modo per incontrare ragazze, una volta ogni tanto. Di sicuro non come nell’ambiente della musica rock, dove ci sono sempre delle tipe che muoiono dalla voglia di succhiarti il cazzo o roba del genere. Comunque ogni tanto si può anche trovare una ragazza, in un bar, che ha voglia di farsi accompagnare a casa. (Risata) Mettiti alla prova. La maggior parte delle volte si incontrano dei fan assillanti capaci di rendere la tua vita uno strazio per ore intere. Gli appassionati di fumetti sentivano in giro che avrei suonato io e si riversavano a frotte. Mi mostravano i loro lavori. Ho lasciato la band nel 1978. Gli altri hanno pensato che fosse stata colpa di Aline e l’hanno odiata per un paio d’anni. Ma lei mi fu molto d’aiuto. Volevo andarmene già da un pezzo e lei mi ha sempre dato il suo appoggio morale. Suonare con la band mi aveva esaurito. Non mi divertivo più. Inoltre, avevano iniziato a mettere il mio nome in grande sui manifesti per attirare più gente. Questa cosa mi dava fastidio…

GG Stai dicendo che la gente non veniva tanto per sentire la vostra musica, ma per vedere te?

RC Alcuni no. Molti di loro si. E non erano nemmeno facilissimi da sopportare. I Cheap Suit Serenaders continuarono senza di me, e anche bene. Vennero scritturati, cominciarono a suonare in giro e la gente andava a sentire la loro musica, non a vedere Robert Crumb. Ed erano bravi. A dire il vero, suonavano meglio senza di me. Diventarono più seri, più professionali.

GG Ti senti a disagio nei panni di personaggio pubblico?

RC E’ una lama a doppio taglio. Ci sono un sacco di vantaggi. Si aprono molte porte. Se non sei nessuno, quelle porte per te saranno sempre chiuse. Se invece hai un nome che ti precede, la gente è pronta a riceverti, anche in modi impensabili… specialmente le ragazze. (Ride) Essere famoso è una figata, con le ragazze.

GG E il lato brutto della medaglia?

RC Ti rompono le balle fino alla morte. Il telefono squilla costantemente. C’è sempre qualcuno che vuole qualcosa. Ieri, mentre tu, Parlette e la sua fidanzata eravate qui, è squillato il telefono. Un tizio di Philadelphia voleva che disegnassi una striscia per il suo quotidiano, e andava avanti a dire quanto vantaggioso sarebbe stato per la mia carriera, che lui sapeva che sto cercando nuove cose da fare. Non so chi gli abbia dato questa convinzione. (Risata) Mi ha detto che il suo giornale raggiunge un sacco di posti diversi e io gli avrei voluto dirgli, “Non ho voglia di farlo. Non ho voglia. Addio!” Slam! Ma io sono un dannato rammollito, quindi mi sono seduto ad ascoltare tutta la sua merda per 10 minuti. Cose come questa mi succedono molto spesso. Mi dico sempre che sto diventando un bastardo egoista e che mi comporto come Picasso. Quando non voglio fare una cosa, devo rispondere vaffanculo e sbattere giù il telefono.

GG Mi ricordo la prima volta che ti ho chiamato: eri molto diffidente e scettico.

RC Oh, si.

GG Sei stato un osso duro.

RC (Ride) Con gli anni, un pochino ho imparato a fare i conti con questo atteggiamento. Sai, quando ero giovane, se qualcuno mi chiamava per un’intervista o veniva a vedere i miei lavori, io addirittura lo ringraziavo per avermi apprezzato (Ride)

GG Si, hai ragione.

RC Cavolo, gli piaccio, pensano che io sia figo, vogliono i miei lavori, sono desiderato. Mi piaceva… un sacco di clienti, lo sai. E’ incredibile il tempo che ho perso con quegli stronzi. Facile… artisti della truffa, imbroglioni da due soldi, uomini d’affari… da non credere. Non si riesce a far capire alla gente che razza di esperienze siano quelle. Credo che ciascuno abbia la propria croce da portare. Ma quando arrivi in cima sei da solo. E se descrivi alla gente gli aspetti negativi della popolarità, quasi stentano a crederti, perché il 90 percento di essi vorrebbe essere al tuo posto. Pensano che essere famosi sia come stare in paradiso. (Ride) Per carità, ammetto che ci siano parecchi vantaggi. Niente noia. Ne ho quasi desiderata un po’, a volte. Il problema principale quando si è famosi è che un sacco di diciannovenni brufolosi ti scassano le balle fino alla morte. Altra cosa: è raro che una donna si interessi a me solo perché sono un fumettista. Si eccitano quando scoprono che sono famoso, ma la mia fama esiste proprio grazie a ciò che loro non gradiscono, i miei fumetti. Non c’è romanticismo, in tutto questo. Il cartoonist viene visto solo come un ragazzo con la visiera verde seduto da qualche parte in una stanza. Ma nessun altro – poeta, pittore, o scrittore che sia, nemmeno il giornalista- le fa bagnare come un cartoonist. (Risata) Non so dirti perché.

GG Immagino che fare il cartoonist sia una professione un po’ malfamata…

RC Per quello che ne sanno le donne, potresti essere anche un feticista di oggetti in gomma, o peggio.

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GG Vorrei farti un paio di domande sul tuo lavoro.

RC Fammi parlare ancora dell’essere famoso. (Risata) La popolarità può indurti al suicidio. E’ difficile da spiegare se non ci sei passato. Devi essere forte abbastanza da sopravvivere alla tua stessa fama. E’ per questo motivo che parecchie celebrità si disfano con alcool e droga. Devi imparare a trattare con gente aggressiva che vuole sfruttare la tua influenza e che, se non glielo permetti, diventa DAVVERO capace di ucciderti. Ti portano alla tomba prematuramente. L’anno scorso volevo suicidarmi. O almeno, ci ho pensato seriamente. Ci sono arrivato dopo un anno in cui ho permesso che mi trascinassero in un sacco di stronzate fatte da gente che voleva usarmi. Questa cosa ti dissangua. Ti chiedi, “Perché devo vivere? Perché devo fare questa cosa?” Non è divertente. Non ne ricavi niente se non l’essere spremuto… Ti succhiano tutto il sangue.

GG E questo è successo quando è uscito quell’articolo su People?

RC Ne sono successe un sacco: la faccenda della BBC, l’articolo su People, quell’altro affare con The Monkey Wrench Gang, la stronzata del firmare autografi. Sono stato risucchiato dentro tutta ‘sta roba e per qualche strana ragione ho permesso che accadesse. Oggi sono più serio di quanto ero abituato ad essere, non mi drogo più, e quindi, dopo aver passato quella crisi e aver pensato al suicidio, ho deciso di prendere il toro per le corna e mi sono detto: “Bene, esattamente per quale motivo sono arrivato a quel livello di depressione? Come posso gestire questa faccenda?” Finora ho risolto semplicemente non lasciandomi risucchiare dagli eventi. Per ogni rogna che arriva, ogni rottura di balle, devo capire cosa posso ricavarne. Devo chiedermi: cosa mi porterà? Mi farà stare bene? Sarà vantaggiosa per me? Se le risposta è negativa, devo dire di no a chi me la propone. Devo essere, come hai detto anche tu, molto diffidente e scettico verso chiunque venga a chiedermi cose, senza pensare a quanto potrebbe essere divertente -a loro dire- o a quanto potrebbe essere di vantaggio alla mia carriera.

GG Quanto seriamente hai pensato al tuo suicidio?

RC Abbastanza seriamente, cazzo! Stavo lì su quel fottuto terrazzino a pensare se avevo o no il coraggio di buttarmi di sotto.

GG Un terrazzino?

RC Si, a Parigi abitavo in un palazzo di sei piani.

GG Oh Gesù. E’ stato quando eri là con Aline?

RC Si. Sono stato male per mesi. Ho sofferto parecchio, sai? Non sapevo che fare e non riuscivo a uscirne. Mi chiedevo, perché andare avanti? Cosa mi riserva il futuro? Altri anni di tutta ‘sta roba. Quando ho capito di non essere abbastanza coraggioso per farla finita, ho deciso che dovevo fare qualcosa per prevenire questo male. Lo scorso dicembre -per farti un esempio- dopo che mi era arrivato un altro attacco di panico del cazzo a ottobre e novembre, Aline e io decidemmo di andare a Miami. Avevo quasi accettato il fatto di andare a passare due settimane là con lei e i suoi parenti. La zona di Miami è interessante, ma la loro compagnia è per me ancora fattore di stress e isolamento. Eravamo all’aeroporto di Dallas, fra un aereo e l’altro, e a un certo punto ho detto ad Aline che non avrei proseguito. Tornai a casa e passai le due settimane da solo. E’ stata la scelta migliore che potessi fare.

GG Mi stai dicendo che eri a metà del viaggio per Miami?

RC Si.

GG E hai deciso che non avresti proseguito?

RC Mi son detto all’improvviso, “Perché lo sto facendo? Non ho voglia di passare due settimane con tutta quella gente. Credo di aver più bisogno di stare due settimane da solo.” Così tornai a casa: ho passato due settimane facendo nient’altro che star seduto da solo nel mio fottuto studio. Quando poi anche Aline tornò a casa con Sophie, mi sentii meglio, al 1000 percento.

GG Credo che molta gente farebbe fatica a comprendere i motivi che ti hanno spinto a pensare al suicidio. Uno come te, con il tuo talento… Dovrebbe essere parecchio appagante, il saper disegnare.

RC Certo, anche tu lo pensi, vero? (Ride) Se solo tu avessi tempo per farlo. Ma durante tutto il 1985 fu molto difficile per me. Avevo una perenne frustrazione, dovuta al fatto che non riuscivo a concentrarmi a lungo. Non riuscivo a focalizzarmi sul lavoro se non per un paio d’ore ogni tanto. Cercavo di rubare un po’ di tempo qua e là nella giornata. Spesso mi sedevo e non facevo nient’altro che aspettare che il telefono squillasse.

GG Mi sembra strano, anche perché non dai l’impressione di essere debole di volontà.

RC Si, che lo sono. (Ride) Non ho un carattere granché forte. E penso sempre, “Quanto vorrei che qualcuno si occupasse di tutto in vece mia, perché sono debole di volontà.” Nessuno vuole aiutarti in questo. E la gente poi pensa al suicidio. E’ per questo motivo che molta gente che conoscevo è morta.

GG Però si può dire che tu abbia un carattere forte se si pensa al fatto che hai sempre seguito la tua visione artistica e hai impedito alle influenze esterne di corromperla.

RC Si, ci hai abbastanza preso. Ma non so dirti se sia stata una questione di volontà o piuttosto il fatto che quella fosse la mia strada. Adesso ho preso il vizio, e non ho nessuna voglia di precipitare di nuovo nell’ambiente commerciale. Quindi ho una certa libertà di seguire le mie visioni, se ho il tempo di farlo. Se riesco a capire come gestire il lavoro, metterlo in testa alle priorità e realizzarlo. Quando mi capita di non lavorare per qualche giorno, comincio a sentirmi depresso. Se questo continua per settimane, penso al suicidio. Comincio a impazzire. Io sono un tipo immediato. Vorrei che le cose andassero sempre come in queste due ultime settimane, mi è difficile pensare a lungo termine. Questo è parte del mio problema: non riesco a pianificare la mia vita. Aline invece è bravissima in questo. Viene da me e mi dice, “OK Robert, martedì prossimo alle tre abbiamo appuntamento con il tal tizio, c’è questo evento, sabato prossimo dobbiamo fare questo…” Io dimentico tutto. Non sono capace di assorbire le informazioni. Non riesco a pensare in quel modo. Non lo so. Sono immediato. Voglio fare solo ciò che mi piace in questo momento, in questo secondo, e non credo di essere capace di modificare molto questo mio atteggiamento. Gli affaristi e gente del genere hanno una mentalità schematica e sono quindi lontanissimi da me. E’ forse per questo che gli artisti spesso sono vittimizzati dagli affaristi. Hanno due modi di pensare diversissimi. Se ho troppa roba da fare, non riesco a trovare abbastanza tempo per lavorarci sul lungo periodo, proprio come è successo per tutto il 1985. E vado in depressione. Difficile che la gente riesca a capire. Loro ti ammirano perché sei un artista, ma non sanno come funziona in realtà. Perfino quelli che ti sono più vicini non riescono sempre a lasciarti fare quello che senti, benché ti ammirino per i tuoi lavori. Se già non riesci a stare in piedi da solo, ti uccidono con il loro amore.

GG Hai mai pensato di assumere un agente o un avvocato che gestisca queste cose per te?

RC (Ride) Avvocato, avvocato, mi son girato piano… un passo alla volta… un centimetro alla volta… Agente, agente, mi son girato piano…*

GG Per caso non ti fidi di agenti e avvocati?

RC Quella gentaglia può essere il peggior guaio che possa capitarti. L’agente può essere una vera sciagura. Bill Griffith ha un agente a Hollywood che gli dà una mano. Ce l’ha da un sacco di tempo e ha imparato come funziona. Intanto, nessun agente di alto livello vuole lavorare per te se non quando è sicuro che sei uno che tira su un sacco di soldi. Inoltre, devi anche essere interessato a restare nel mondo commerciale, e io non lo sono molto. Potrei prendere un inetto che si spaccia per agente, perché quelli di buon livello che sanno muoversi bene in questo ambiente vogliono solo arricchirsi.

GG Si, giusto. Quindi stai cercando più uno che interceda per te, non tanto uno che si sforzi…

RC Diciamo non tanto un agente quanto più un segretario o qualcosa del genere, visto che qua ognuno deve intercedere per se stesso. Altrimenti troverai tutta gente che vuol solo vivere la tua stessa vita, comandarti a bacchetta e tenerti incatenato al tavolo da disegno a produrre pubblicità per la Coca Cola. Lottare per te stesso in questa vita è quello che ti spetta. Se sei un uomo. Se vuoi essere un uomo e non un pappamolle. (Risata)

GG Suona come un vero paradosso del comma 22, visto che se lotti per te stesso poi hai tendenze suicide.**

RC No, ti vengono tendenze suicide se non lotti per te stesso. Io lo faccio in ogni caso. Se lotto per me stesso, poi non me ne pento. (Ride) Mi pento invece se accetto di occuparmi di una cosa che potrebbe essere pochissimo interessante o se me ne occupo al solo scopo di rendere qualcuno felice se io la facessi. Il paradosso del comma 22 sta nel fatto che è difficile essere un sognatore e un artista e allo stesso tempo avere abbastanza nerbo per avere a che fare con affaristi aggressivi e compagnia bella. Qualcuno riesce ad incarnare le due cose insieme. Ad esempio Picasso. Lo invidio, per essere stato così. O Salvador Dalì. Loro scrivevano la lista di quello che serviva e tutti facevano a gara per servirli e averne paura. Potevano fare tutto quello che volevano, ottenere tutto ciò che desideravano: erano persone di successo e realizzavano sempre dei capolavori. Un sacco di grandi capolavori. Sono stati incredibilmente prolifici. Picasso fu sempre creativamente attivo. Ogni giorno andava nel suo studio, sbatteva la porta lasciando fuori i suoi guai e il resto del mondo, se ne fregava di tutto e sfornava i suoi magnifici dipinti. Uno dei suoi figli si suicidò, un altro divenne psicopatico, ma a lui, ha mai fregato qualcosa? (Risata) Lo invidio davvero.

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*”Slowly I turned” nel testo. Questo modo di dire identifica un popolare sketch del teatro Vaudeville, che si può trovare anche in alcuni film o telefilm. Di solito la scena mostra due personaggi che si vedono per la prima volta. Uno di loro dà segni di turbamento dopo aver sentito una serie di parole. Queste parole innescano in lui il ricordo di un trauma del passato. Quando l’altro reagisce sconcertato, il personaggio rivive il trauma dicendo “Mi son girato piano… un passo alla volta… un centimetro alla volta…” avvicinandosi allo sbigottito interlocutore. Reagendo come se questo fosse l’oggetto della sua rabbia, il personaggio inizia a picchiarlo o strangolarlo, fino a che le urla della vittima lo riportano alla realtà. Nel film “Niagara Falls” nomi e città sono state usate come “innesco”.

**Il paradosso del Comma 22 è un paradosso contenuto nel libro Catch 22 (letteralmente “Tranello 22” ma normalmente tradotto come “Comma 22”) di Joseph Heller.
Il paradosso riguarda un’apparente possibilità di scelta in una regola o in una procedura, dove in realtà, per motivi logici nascosti o poco evidenti, non è possibile alcuna scelta ma vi è solo un’unica possibilità. Nella lingua inglese viene infatti comunemente citato con il significato di circolo vizioso.
Il libro, edito nel 1961, rappresentò una feroce critica alla struttura militare e alla guerra narrando le avventure di un gruppo di aviatori statunitensi dediti ai bombardamenti in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Riportava i regolamenti cui i piloti erano soggetti, e fra questi due articoli contraddittori:
Articolo 12, Comma 21 «L’unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia.»
Articolo 12, Comma 22 «Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo.»
In realtà la norma sopra riportata non è mai esistita e, se lo fosse, sarebbe stata evidentemente contraddittoria.

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4 risposte a “Robert Crumb messo a nudo, l’intervista Parte 11

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