Robert Crumb messo a nudo, l’intervista Parte 4

di Gary Groth
traduzione di Graziano Pedrocchi

Parti: 1 2 3 4 5

Da Help #25 del 1965

Da Help #25 del 1965

L’EUROPA

GG Mi interessa la tua esperienza di vita in Svizzera e Danimarca. Come mai sei finito laggiù?
RC Ero arrivato al punto di dire “L’America è fottuta davvero. Adesso vado a vivere in Europa.” Ma dopo averci vissuto per un anno, ho capito di essere troppo legato alla cultura Americana. L’Europa mi era già diventata noiosa e pesante. Non lo so, magari erano così solo la Svizzera e la Danimarca.
GG Perché la Svizzera?
RC Mia moglie conosceva qualcuno là, così ci andammo.
GG Hai pensato di andare a vivere anche in Francia e in Italia?
RC In effetti andavamo solo dove c’era qualcuno che conoscevamo. Non so come mai finimmo a Copenhagen.

GG Com’era vivere là?

RC Fisicamente bello. Non è tutto cianfrusaglie come in America. Niente miglia e miglia di tristi fast food. Non ci potevo credere. Tutto era bello, tutti erano radicati nelle loro classi sociali e nelle loro idee. Gli Americani si muovono e cambiano sempre, e anche io mi sentivo di essere -per questo- un prodotto dell’America. In Svizzera ogni cosa ha la propria nicchia e lì rimane. E tu capisci subito questa cosa anche se vieni da fuori.

GG E’ stato questo sistema di vita rigido che ti ha infastidito?

RC Quello e anche le loro tradizioni, molto forti. Tutto è governato dalle tradizioni. Ognuno ha il suo pezzo di terra e non sono capaci di liberarsene o di venderlo o cambiare il modo di fare le cose.

GG Anche la gerarchia sociale era meglio definita, laggiù?

RC Si, tagliata con il coltello, veramente. In un certo senso è interessante, ma non vedevo per me nessun futuro in quel posto. Stavo ancora disegnando cartoline e aspettando gli assegni dall’azienda per continuare la nostra vita. A volte arrivavano un bel po’ in ritardo, e questo non andava bene. E non andava bene nemmeno con mia moglie. Per questo non avevo voglia di rimanere bloccato in Europa con lei.

La prima moglie in un ritratto di Crumb

La prima moglie in un ritratto di Crumb

GG Lei la pensava allo stesso modo?

RC No, lei in realtà mi stava attaccata. Era come una macina attaccata al mio collo. Lo è ancora adesso.

GG Quindi cosa ti mancava di più dell’America?

RC La follia. E’ una nazione fottutamente demenziale. Non riesci mai a capire cosa succede o dove potresti adattarti. Le possibilità sono tante. Anche gli anni ‘60 erano così. Adesso non so. Ma se si continuerà a scivolare verso questo fottuto conservatorismo fascista, penso seriamente che mi toglierò dalle palle.

GG Dovremmo traslocare Fantagraphic Books in un castello svizzero.

David Olbrich Jerry Falwell potrebbe diventare presidente, nel frattempo.

RC Lo penso anch’io. Se ci ritroveremo sul groppone uno di quei pagliacci dopo che Reagan avrà finito, manderò tutto al diavolo! Di certo non me ne starò qui. Stanno già radunando la gente. Ma negli anni ‘60 l’America era un posto molto più interessante della Svizzera.

GG Lo pensi anche adesso?

RC Beh, si… anche se adesso le cose sono diverse. Oggi c’è più paura, specie se non segui la fottuta corrente, i valori prestabiliti. Almeno a quei tempi ti davano un po’ di credito, se cercavi di uscire dal comune. Le cose sono davvero cambiate quell’anno in cui me ne andai di casa, dal ‘64 al ‘65. Perfino a Cleveland la gente che conoscevo pensava che le cose stessero cambiando e molti stavano realmente cominciando a muoversi. Quelli della mia generazione, gli adolescenti e i ventenni, si infervoravano per ogni cosa. Giravano un sacco e volevano essere come Jack Kerouac: vivere On the Road. Non volevano sistemarsi stabilmente per poi avere intorno un sacco di fuffa. Quando lavoravo per l’azienda delle cartoline tutti quelli che conoscevo –tutti- si sentivano obbligati a pensare di vivere in questo modo: uscire dal lavoro, entrare in un bar, ubriacarsi, aspettare che la moglie li chiamasse al bar, andare a casa, buttare all’aria le cose, andare a dormire e ricominciare daccapo il giorno dopo andando al lavoro. Alcuni di loro provarono a diventare artisti, ma dopo le prime frustrazioni smettevano o abbandonavano a metà il loro lavoro per anni lasciandolo a prendere polvere sui cavalletti. Tutti loro si sentivano infelici per se stessi e per la fatica che dovevano fare nella vita e io cominciavo a pensare “Ci deve essere ben più di questo nella vita, qualcos’altro, dietro tutto questo”. Ecco quello che ti si chiede dopo che sei nato e cresciuto: trovarti uno di questi fottuti lavori, prenderti una casetta carina in periferia e metter su famiglia. Tutto qua? No, ci deve essere qualcos’altro. Un sacco di gente la pensava in questo modo, in quel periodo. Per questo me ne andai in fretta a San Francisco. Non avrei più voluto avere un lavoro fisso, te lo dico sinceramente.

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