Robert Crumb messo a nudo, l’intervista Parte 3

di Gary Groth
traduzione di Graziano Pedrocchi

Parti 1 2 3

Cleveland vista da Robert Crumb in uno sketch degli anni '60

Cleveland vista da Robert Crumb in uno sketch degli anni ’60

CLEVELAND

GG Quando hai cominciato a lavorare per la American Greetings Corporation?

RC Nel 1963, quando avevo 19 anni, subito dopo essermene andato di casa. Ci ho lavorato saltuariamente fino al 1967.

GG Come hai cominciato? In quali circostanze?

RC Abbastanza semplici. Marty Pahls, a cui scrivevo regolarmente, abitava a Kent, nell’Ohio. Mi aveva invitato a trasferirmi da lui dopo che aveva conseguito il diploma e si era spostato a Cleveland. Andai all’ufficio di collocamento, dove dichiarai di essere un artista. Mi mandarono all’azienda delle cartoline d’auguri. Lì davano lavoro a un sacco di giovani artisti appena usciti dalla scuola d’arte. Di base era una gigantesca fabbrica di artisti. C’erano centinaia di persone che preparavano mucchi di materiale illustrativo e le pellicole di quadricromia.

Lettera di Crumb a Marty Pahals

Lettera di Crumb a Marty Pahls (fronte)

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Lettera di Crumb a Marty Pahls (retro)

GG A macchina?

RC No… le pellicole erano tutte preparate a mano. Non usavamo retini. Mascheravamo le aree e con l’aerografo facevamo i mezzitoni. Per i primi quattro mesi per me fu solo apprendistato. Ma non avevo idea di cosa stessi apprendendo. Non sapevo cosa fossero le pellicole di quadricromia. Ti ordinavano di fare quelle percentuali di grigio con l’aerografo. Poi testavano il tuo lavoro con un misuratore di luce per controllare se avevi fatto la percentuale esatta del 20 o del 30 percento.

GG Quindi dopo un anno di quel lavoro sei diventato staff artist?

RC Qualcuno dei ragazzi là in azienda si accorse che ero capace di disegnare fumetti. Mi assegnarono al reparto dove disegnavano cartoline umoristiche. Era un lavoro facile.

GG Otto ore al giorno?

RC Si. Timbrare il cartellino e tutto il resto.

GG Ti piaceva quel modo di vivere? Ti è servito per disciplinare il tuo modo di disegnare?

RC Naa, l’unica cosa fu che capii come funziona tutto il processo commerciale. Quando iniziai a disegnare le cartoline umoristiche ho passato sei mesi a non fare altro se non allenarmi e allenarmi a disegnare in modo carino, per cercare di rimuovere ogni grossolanità dai miei disegni. Disegnavo un soggetto convinto di farlo nel modo più aggraziato possibile e loro mi dicevano “No, troppo grezzo”. Dicevano “Guarda quelle mani, sembrano artigli, mani da umanoide. Non ci serve questo. Vogliamo figure piccole, carine, grassottelle.” Avevano un personaggio standard per le loro cartoline: un timidone con la testa enorme, il corpo piccolo e magro, mani e piedi piccoli e grassocci; lo conosci, no? Quello stupido personaggio chiamato Ziggy? Beh, era disegnato da Tom Wilson, che era il capo del dipartimento. E lui era convinto che Ziggy fosse il personaggio ideale.

GG Ti stai lamentando del fatto che non riesci ancora a disegnare in modo aggraziato?

RC No. Ormai è radicato. Non riuscirò mai a cambiare. Ma ci provo sempre. Probabilmente ciò aiuta a vendere i miei lavori.

GG Devi raccontarmi la storia che sta dietro le strisce di Roberta Smith Office Girl. Sei finito nei guai a causa sua, non è così?

RC Avevo cominciato a disegnarla per il giornale aziendale della American Greetings Company. A qualcuno venne in mente di dire che, per dargli una rinfrescata, potevo fare una striscia per l’house organ. Fu un brutto affare. Roberta Smith era una ragazza per cui avevo una cotta. Ho proposto una striscia in cui si vedeva uno dei colleghi che correva troppo in macchina, e il redattore che doveva impaginare il giornale mi disse “Non possiamo mostrare un nostro impiegato che si comporta a quel modo. Avrebbe cattive ripercussioni sull’azienda.” Allora ne disegnai un’altra, che sbeffeggiava l’atteggiamento serioso di quel redattore. Lui disse che non si poteva pubblicare nemmeno quella strip. Smisi del tutto di disegnarne.

GG Non avevano capito che potevi essere fonte di guai per loro quando ti chiesero di disegnare una striscia?

RC Non me l’hanno chiesto loro. Ne avevo presentate un po’ e le prime erano carine e amorevoli. (Ride). Rappresentavo piccoli, graziosi, innocui giochi da ufficio, in cui Roberta porta la sua piantina al lavoro, la appoggia sulla scrivania, parla con lei. La amavano tutti, ma io mi stancai presto. Ecco quando capii che non ero proprio fatto per disegnare una strip carina e amorevole.

GG Ti piaceva vivere a Cleveland?

RC Oddio, no. E’ talmente sinistra. Provatela per un anno. Provate Cleveland.

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Crumb illustra la copertina di American Splendor #21, il fumetto di Harvey Pekar

GG Come pensi che riesca a viverci Harvey Pekar?

RC Beh, lui ha quel suo fatalismo ebreo… Ha imparato a farlo fruttare, a ricavarci qualcosa. Lui è l’artista che parla per Cleveland. Ha reso famosa Cleveland fino a che la storia culturale ha sostenuto quel periodo.

GG Una volta hai detto “Di tutte le grandi città che ho visto, Cleveland è probabilmente la più mortale” e poi hai detto “E’ una città silenziosa”. E per questo motivo che la ritieni non-vitale?

RC Beh, ci sono molti gruppi etnici, di classe operaia, che hanno messo radici e si odiano gli uni con gli altri. C’è un forte clima di sospetto e isolamento. Ognuno sta nel suo brodo e non vuole avere a che fare con gli altri gruppi. Inoltre qui, in passato, c’era una ricchezza culturale unica, che è stata spazzata via dai mass media e tutto il resto. C’è rimasto qualcosa di quel “colore” etnico, ma tutto il resto sta scomparendo velocemente. La chiusura dei mass media crea a sua volta paranoia e sospetto, e da qui si trasforma in chiusura a carattere xenofobo.

GG In che modo i mass media hanno spazzato via l’identità etnica?

RC Le nuove generazioni non hanno nessuna voglia di essere identificate con tutte quelle vecchie cazzate. Vogliono essere moderne, apparire fighe. Non vogliono più ballare la polka alla Baby-Doll Lounge. Vogliono ascoltare il Rock ed essere fighe. Purtroppo conservano questo atteggiamento fino all’età adulta, facendo così morire le antiche tradizioni. La sola cosa rimasta è il sospetto verso gli altri gruppi. I neri stavano in un ghetto davvero malmesso, sul serio. Dio, era come stare all’inferno. Faceva schifo quando stavo lì, negli anni ’60. Ma almeno c’era ancora quel bel viale colorato pieno di bar e club. Un sacco di musica, piccoli saloni di lustrascarpe neri all’angolo delle vie, negozi, saloni di bellezza. C’erano un paio di vie con tutta questa bella roba. Ora non c’è più nulla. Completamente spazzato via. Devastato. Adesso puoi andare solo al K-Mart, c’è rimasto solo quello. Oppure te ne stai a casa, a guardare la televisione o ad ascoltare la tua musica. Fine.

GG Nel 1964 hai incontrato la donna che sarebbe presto diventata la tua prima moglie. Tu non eri mica quello che avrebbe sposato la prima ragazza che gli avrebbe girato intorno? Ho sbagliato qualcosa?

RC No, hai ragione. Eravamo due disperati. Ci aggrappammo disperatamente l’uno all’altra.

Crumb e la prima moglie, Dana Morgan

Crumb e la prima moglie, Dana Morgan

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