2020 Visions, una recensione

di Alberto Conte

Presentiamo una recensione di 2020 Visions firmata da Alberto Conte, sceneggiatore genovese attualmente al lavoro per il mercato francese, ma già autore assieme a Luca Rossi di due bei volumi per Magic Press. Se volete saperne di più su Alberto, qua trovate delle informazioni e qua un’intervista condotta dal semper noster smoky man. -AQ

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Originariamente pubblicate dal 1997 al 1998 in dodici albi a colori dalla Vertigo, le Visioni di Jamie Delano (se non sapete chi è, usate Google!) sono state poi ripubblicate nel 2004 in volume unico in bianco e nero da Cyberosia Publishing e quindi l’anno successivo dalla Speakeasy Comics, trovando la migliore formula perché il lettore possa apprezzare quest’opera, la cui appartenenza al genere SF è una mera classificazione di comodo: per la varietà di tematiche e modalità espressive presenti travalica il genere citato.

Un plauso alla casa editrice GCS per avere ripescato questo titolo colpevolmente dimenticato dagli editori italiani. Il corposo volume è suddiviso in quattro storie, affidate ad altrettanti disegnatori (Frank Quitely, Warren Pleece, James Romberger, Steve Pugh): scelta non casuale, poiché tramite il loro diverso approccio grafico viene caratterizzata l’atmosfera, quanto il tema portante stesso di ogni racconto.

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Le quattro storie poi hanno protagonisti legati fra loro dalla genetica, fattore che contribuisce ulteriormente alla coesione dell’affresco narrativo rappresentato dall’opera. La storia di apertura, Lust for life, riporta al titolo di una canzone di Iggy Pop, caricando di feroce ironia il racconto dalle prime battute. Siamo a New York, in un futuro distopico, raggelante nella sua prossimità, dove il tema principale è la marcescenza dei rapporti umani e sociali: gli Stati Uniti sono divisi in fazioni religiose; la Florida si è unita a Cuba, Detroit è uno stato musulmano indipendente ed in L.A. si pratica un drastico controllo delle nascite. Delano sceglie di comporre il mosaico narrativo con una densa stratificazione di messaggi: episodi che variano fra il grottesco ed il drammatico, dialoghi straniati ed un io narrativo affidato ad Alex Woycheck, il protagonista. Un vecchio sgradevole, maligno e cinico, che troverà quasi il proprio riscatto esistenziale nell’estremo gesto pietoso verso un vecchio amore, come nella ribellione al proprio destino, seppure logicamente scontato.

Quitely lavora per sottrazione, come un disegnatore della cosiddetta “linea chiara”, riducendo i neri al minimo, ad evidenziare il gigantismo delle architetture metropolitane di N.Y. e degli spazi in cui si muovono gli individui. I personaggi tratteggiati sono figure fragili, al limite del mostruoso, che vagano in spazi urbani deserti ed immensi, a rappresentare ancora meglio la parcellizzazione della società e la riduzione numerica dell’umanità, decimata dall’inquinamento e terrorizzata dal fantasma della Malattia. Gli unici segnali di una autorità “statale” sono le squadre di polizia, veri e propri monatti del futuro, che provvedono alla cattura e quindi alla segregazione dei soggetti infetti, abbandonati alla loro inevitabile estinzione.

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La Tormenta è il titolo del secondo racconto, una detective-story dalle ambientazioni in costante oscillazione fra l’horror ed il noir, pregna di dialoghi sarcastici, che richiamano alla mente le atmosfere tipiche di Hellblazer, da Delano sviluppato appieno durante la sua gestione. La protagonista, Jack Atlanta è una donna che pratica il sesso virtuale, usa abiti maschili ed aggredisce verbalmente con costanza i suoi interlocutori per nascondere il trauma che ne ha segnato l’esistenza. Atlanta deve ritrovare la sorella scomparsa del gestore del locale per sesso virtuale di cui è a sua volta cliente. In una Miami torrida e gravata dagli uragani sempre incombenti, come l’oscuro passato che tormenta l’investigatrice, scoprirà un mercato occulto e contemporaneamente l’identità di un serial killer che ha compiuto spaventosi esprimenti sui corpi delle vittime.

L’autore qui, come nelle altre storie, affronta il tema del sesso, senza ipocrisie o remore di sorta, ma con sensibilità, dando ad esso valenza di ricerca della propria identità da parte degli individui, disperatamente a disagio spesso con se stessi e dove la sterilità progressiva dei maschi ha mercificato le nascite, rare ed ambite dai ceti abbienti.

Warren Pleece, al contrario di Quitely, fa uso abbondante di neri, densi e pastosi, che riportano alla mente autori di passata scuola sudamericana. Delinea una Miami latina e contemporanea nelle architetture, supportando la narrazione di Delano con un’efficace recitazione dei personaggi, al punto da rendere Jack credibile nel suo essere androgino. I volti sono tagliati sinteticamente o appesantiti da neri che rendono appieno l’oscurità interiore, il dolore e la ferocia che si portano addosso.

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Renegade, il terzo racconto, ricorda per ambientazione un cupo western contemporaneo di Mc Carthy, per poi toccare a tratti toni psichedelici alla Jodorowski. Il protagonista è Ethan, ragazzo di strada, dedito alla mera sopravvivenza, avendo rinunciato a qualsiasi speranza per il futuro. Unico elemento a rappresentare un positivo attaccamento alla vita è la convinzione di riuscire a trovare in California il proprio gemello, Adam, da cui è stato separato durante l’infanzia. Ethan, riconosciuto colpevole di vari reati dal tribunale islamico di Detroit, è condannato alla deportazione in Texas. Qui viene forzatamente reclutato nella milizia privata dello Sceriffo Johnson per la caccia e lo sterminio di un gruppo di squatter, rei semplicemente di vivere nella natura, al di fuori delle leggi locali. Il suo compito è di andare in avanscoperta, come esca sacrificabile. Le prede, però, divengono ben presto cacciatori, ma Ethan viene misteriosamente risparmiato e, verso la fine della storia, accudito e trattato con rispetto dal loro leader. Ethan riscoprirà così l’affettività perduta e si unirà a quest’ultimo nella lotta per la salvezza della tribù.

James Romberger lavora con un approccio cinematografico, scegliendo con attenzione le vignette e bilanciando la struttura della pagina: dando dinamismo nelle tavole dei combattimenti e le appropriate atmosfere in quelle di dialogo. La scarna ambientazione costringe il disegnatore a focalizzare l’attenzione sui gesti, sui caratteri dei personaggi e le loro espressioni.

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Repro-Man chiude il volume, con il compito di mitigare l’incubica visione del futuro, sinora offerta da Delano, con pagine che si aprono ad un’esile speranza per l’umanità. La storia ci presenta una società dominata da un governo al femminile, in odore di tirannia oligarchica su base economica, che gestisce le tecnologie della riproduzione umana. Adam è il protagonista di questa vicenda, un’atletica star della cinematografia erotica, sex symbol per ogni donna, campione delle arene gladiatorie e soprattutto maschio deputato alla produzione di seme fertile, conteso all’asta fra le donne più ricche della società. Viene così rapito da un gruppo di donne che vorrebbero rompere questo vincolo elitario di riproduzione, in fuga quindi alla ricerca di un rifugio sicuro. Ben presto, però la fuga diventerà per Adam e Zonia, una delle rapitrici, un viaggio dentro sé stessi, alla ricerca delle proprie emozioni e della propria umanità, con un finale che riecheggia ironicamente il classico happy ending di tanta cinematografia statunitense.

Steve Pugh mostra di avere grande attenzione per il corpo femminile, privilegiando le rotondità e la morbidezza del segno, mentre le espressioni dei volti tendono spesso al caricaturale, dando vita a gag e dialoghi ironici e divertenti, che stemperano la cupa atmosfera della vicenda, fino alle pagine conclusive.

Un appunto si deve fare per la non perfetta definizione della stampa, soprattutto nella prima storia: difetto probabilmente dovuto alla lavorazione su scansioni non di qualità ottimale.

Menzione di merito ad Antonio Solinas & smoky man, per la traduzione di un testo non certo semplice da rendere in tutte le sue sfumature, intelligentemente “tradito” quando necessario.

Peccato inoltre per la scelta, causa forse questioni di diritti, di non utilizzare nessuna delle cover originali della serie Vertigo: la copertina realizzata (per l’edizione regolare) da De Cubellis, nonostante l’apprezzabile sforzo di sintesi delle tematiche contenute, non mi sembra attiri lo sguardo sugli scaffali.

Ma… potrebbe non essere necessario. La casa editrice GCS, infatti, ha optato per la vendita on line (QUA) e l’edizione limitata: una scelta fuori dalla norma italiana, per cui mi limito a consigliare agli interessati di affrettarsi all’acquisto. Non credo proprio se ne pentiranno.

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