Artifact, una tavola di Kikuo Johnson

Di R. Kikuo Johnson, giovane disegnatore hawaiiano, conosciamo l’ottimo esordio di Night Fisher grazie all’editore Coconino. Nel frattempo Kikuo, che ora vive a Brooklin, ha avuto modo di confermare il suo talento con numerose illustrazioni e fumetti brevi pubblicati su varie riviste. Basta dare un’occhiata alla gallery sul suo sito internet per riconoscere la grande versatilità e disinvoltura con cui si cimenta in generi e stili diversi, con il tipico sguardo postmodernista del migliore fumetto americano di oggi. Mi sono imbattuto per caso in una tavola autoconclusiva di Kikuo, pubblicata sul sito Blown Covers – in cui l’art director del New Yorker, Françoise Mouly, raccoglie tra le altre cose copertine e illustrazioni scartate per i più vari motivi editoriali. La breve storia in questione, Artifact, è una piccola e straordinaria lezione sul linguaggio del fumetto e sulle sue potenzialità espressive. Si nota l’influenza delle ricerche di Mazzucchelli, ma anche, rispetto a queste, un maggior equilibrio tra il piano figurativo e quello teorico, laddove in Mazzucchelli il secondo finisce a volte per prevalere sul primo.

Artifact parte da una formula geometrica fatta di variazioni sul tema del quadrato, con un impianto di simmetrie visive e concettuali sfalsate in diversi punti, che però ritengono a loro volta un loro gioco di corrispondenze (apparentemente) simmetrico.  A prima vista si può distinguere il quadrato dell’intera tavola e il quadrato interno composto dalle quattro vignette centrali, (la simmetria è sfalsata già a monte perché nessun quadrato fra questi è realmente tale). Quattro sono anche le strisce che compongono la tavola. La prima e l’ultima striscia sono composte entrambe da tre vignette, quelle centrali da quattro. La prima striscia e l’ultima hanno altre corrispondenze: le due vignette esterne presentano lo stesso punto di vista o quasi (nell’ultimissima vignetta il piano è ravvicinato) e un’immediata successione temporale delle azioni rappresentate.

La prima vignetta dell’ultima striscia ha invece lo stesso identico punto di vista della prima vignetta della seconda striscia, con una differenza narrativa importante, di tipo oppositivo: prima infatti vediamo l’uomo uscire, con la donna che resta a dormire tra le coperte, poi l’uomo rientrare nel letto vuoto (nel primo caso c’è il primo piano dell’uomo, nel secondo è disegnato in campo lungo proprio come la donna).

Altre correlazioni tra la prima striscia e l’ultima. Entrambe racchiudono una vignetta centrale rivelatrice, che attira l’attenzione più delle altre. Sono vignette legate all’inizio e alla fine storia, e ne presentano inoltre il “motivo conduttore”, quello di un fantasma del femminile. La vignetta del titolo, l’unica senza contorno, ammalia per diversi motivi: la donna nuda di spalle con i colori caldi e accesi della pelle e dei capelli, in contrasto con quelli freddi e spenti del resto della tavola. Il mistero e l’ambiguità di questa figura, ma anche la sua forza accentratrice, sono esaltati dal titolo, avulso dal contesto, quasi duchampiano. E poi c’è il bianco astratto dello sfondo che lascia stagliare la figura e crea al tempo stesso una luce e un vuoto, mentre il resto delle vignette è fatto di disegni pieni, più realistici e prosastici.

In corrispondenza, la vignetta centrale dell’ultima striscia – climax ed episodio risolutivo della storia – riporta una traccia di quella luce calda: il “capello estraneo” che il protagonista si trova tra le labbra, il solo momento della giornata in cui il suo pensiero ritorna a lei. Per far risaltare quel momento, Kikuo allunga, per la prima e unica volta, la vignetta lungo lo spazio di due quadrati, e disegna un’inquadratura in dettaglio, il punto di vista più ravvicinato dell’intera storia.

C’è un altro slittamento delle regolarità. Tutte le vignette della tavola sono a filo l’una con l’altra ma le prime tre no. Perché Kikuo non fa combaciare le due vignette esterne con quelle sottostanti e tradisce ancor più la forma quadrata spingendole un po’ oltre, verso il disegno della donna di spalle? Per creare un  movimento di apertura, un effetto sipario (rafforzato dalla direzione speculare del braccio disegnato nelle due vignette esterne), movimento che si riflette ancora una volta in chiusura, nell’ultima striscia.

Tutto questo, contenuto in una brevissima storia di una tavola, sembra persino troppo. Ma è proprio l’abilità dell’autore a far apparire naturale un meccanismo indubbiamente complesso di comunicazione visiva e concettuale. E’ un segreto che conoscono molti pittori e registi: la simmetria funziona quando è sottilmente, quasi impercettibilmente, tradita o quando le corrispondenze non sono evidentemente tali ma lavorano quasi in modo sotterraneo, inconscio, nell’occhio del lettore. E’ così nel caso dell’inquadratura perfettamente identica dell’uomo che esce e rientra nella sua stanza, poste in luoghi insospettabili e irregolari rispetto alla specularità evidente fra la prima e l’ultima striscia.

Il risultato, in ogni caso, si rivela efficacissimo. Da una parte la storia genera un senso di serenità, dettato dall’apparente regolarità dell’intera tavola, e dalla sua circolarità temporale, chiusa in sé: inizia e finisce a letto, da mattina a sera, nell’arco di una giornata piuttosto ordinaria. Dall’altra, al tempo stesso, è percorsa da un senso del perturbante, dovuto proprio ai numerosi slittamenti interni o alle rotture, come quella semantica del titolo. C’è un forte portato emozionale, ma anche una sostanziale ambiguità. Non sappiamo, ad esempio, se la donna nel letto è quella a cui si riferisce il protagonista oppure è un’altra, se il capello è estraneo rispetto al proprio o rispetto a quello della sua amata, chissà da quanto assente.

Insomma, Kikuo Johnson si rivela un autore estremamente interessante: all’età di appena trent’anni, padroneggia tecniche del disegno e soprattutto abilità retoriche non comuni. Nel primo graphic novel aveva convinto, nel prossimo forse ci stupirà.

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9 risposte a “Artifact, una tavola di Kikuo Johnson

  1. Per chi fosse interessato, qui il collegamento alla pagina del fumetto (dalla homepage di Blown Covers non è facile da trovare ed il motore di ricerca interno del sito non dà risultati):
    http://blowncovers.com/post/19256793788/artifact-by-r-kikuo-johnson

  2. Ma sai che non ho capito proprio nulla, Daniele? Parli di “un impianto di simmetrie visive e concettuali sfalsate in diversi punti” (e quindi non sono più simmetrie), “che però ritengono a loro volta un loro gioco di corrispondenze (apparentemente) simmetrico” (e quindi, di nuovo, non lo è). Per non parlare della spiegazione del perché, secondo te, la vignetta con il titolo sia più stretta delle altre.

    Io non ci vedo simmetrie di nessun tipo, né nella forma né nel contenuto e nemmeno nella scansione temporale (interni ed esterni).
    Personalmente ci vedo il ciclo di una giornata, un loop che ha per soggetto sempre la stessa idea/desiderio, realizzata dall’autore un po’ in modo casuale. Punto. Poi magari sono un caprone io, eh.

    Ma volevo capire proprio questo. Questa è una tua liberissima interpretazione della tavola in questione o Kikuo Johnson si è espresso in merito alla questione? O meglio, lui lo sa di aver disegnato questo capolavoro della simmetria asimmetrica? Ne ha parlato da qualche parte?

  3. Daniele Vecchio

    Dunque, una simmetria sfalsata non è una simmetria vera propria: mi sembra un concetto semplice, ma a quanto pare a te risulta ostico.
    Per simmetria qui non si intende quella in senso stretto, come può essere la sezione di una figura geometrica regolare, ma un sistema di corrispondenza-opposizione, e anche questo mi sembra abbastanza evidente, ma a quanto pare per te non lo è.
    Presentare due vignette distanti tra loro con lo stesso identico punto di vista, oppure allungare i margini di due vignette mentre tutte le altre sono disposte regolarmente a filo le une con le altre, sembrerebbe un modo particolare di comporre la tavola, con una logica propria, ma per te invece è solo una casualità.
    Poi, che una scansione temporale sia composta di interni ed esterni, come tu dici, non ha molto senso in italiano. Forse volevi dire una scansione spaziale.
    Detto questo, ma ti pare che un fumettista dopo aver disegnato una tavola per una rivista si metta a discettare della sua forma in modo così analitico? E se così fosse, ti pare che io mi prendo la briga di riportare il tutto e per di più senza citarlo?

  4. Magari l’autore ne aveva parlato da qualche parte o forse qualcun altro aveva preso in esame la cosa. Te lo chiedevo perché mi interessava davvero saperlo. E il concetto non è semplice come dici, no. La simmetria sfalsata non esiste. E’ un ossimoro.
    E non esiste nemmeno la scansione spaziale. Intendevo dire che all’interno della struttura temporale, dove il soggetto si muove, si alternano interni ed esterni.

    Non è che volessi essere polemico, Daniele. E’ che cercare a forza di tirare fuori qualcosa di complesso dalle cose semplici, è un gioco valido come un altro per riempire le fosse. E quando si applica questo concetto al fumetto, la cosa mi fa storcere il naso. Ma niente di più.

    In ogni caso, va bene così.
    Grazie per aver soddisfatto la mia vorace curiosità.

  5. E in definitiva anche solo questa tavola dimostra quanto il fumetto italiano sia fermo all’età della pietra, alla sterile contrapposizione di segno tra popolare/d’autore aggiornata con quella ancor più stucchevole tra seriale/graphic novel. No dico, qua a forza di contrapposizioni contenutistiche (fumetto impegnato/fumetto d’avventura che contrappone a sua volta il ricatto del contenuto contro l’evasione) ci stiamo perdendo lo specifico e peculiare del linguaggio del fumetto, ovvero il piacere estetico per la lettura di una storia di immagini e parole. Sbaglio? Secondo me no. Ciao.

  6. Daniele Vecchio

    “A vent’ anni Umberto Eco lesse per la prima volta Sylvie di Gerard de Nerval, e subito scrisse un saggio, che oggi giudica “bruttissimo”. Poi, a partire dal ’74, tenne, su Sylvie, una serie di seminari all’Università di Bologna e nell’84 un Graduate Course alla Columbia University. Il racconto di Nerval fu anche l’argomento di un numero monografico di VS, la rivista di semiotica. Infine, a oltre quarant’ anni dalla prima lettura, Eco dedicò a Sylvie gran parte delle sue Norton Lectures, oggi raccolte nel volume Sei passeggiate nei boschi narrativi”.

    Sylvie è un semplice raccontino, eppure l’idea di smontarlo, di capire la magia che riesce a produrre, a partire dalle ambiguità temporali e dai sottili e quasi invisibili artifici stilistici (mi torna in mente ora il titolo di questa tavola, Artifact!), può diventare, come nel caso di Eco, una vera e propria ossessione. L’arte che più lascia il segno è quella che riesce a far apparire naturali opere sorrette da una grande complessità compositiva. Anche un giardino zen appare di una semplicità estrema, ma dietro la sua realizzazione c’è un’elaborazione estetica e perfino filosofica quasi incommensurabile. Perfino il più accanito strutturalista, nel tentativo di individuarne la chiave, potrebbe finire per arrendersi.

    Per questo sono d’accordo con Giovanni: il fumetto, al di là delle collocazioni e delle etichette con cui possiamo manipolarlo, è un linguaggio di origine popolare, ma ricchissimo; e un’arte narrativa straordinaria. Lo stesso Eco fu uno dei primi a rivendicarlo e, tra quelli che più sono andati in là nella ricerca, anche Scott Mc Cloud, per citarne uno. Conversazioni sul Fumetto sta dentro quest’ottica e questa breve analisi andrebbe collocata in quel solco, tutto qui.

    Ps: Luigi, immagina un quadro: un palazzo perfettamente simmetrico, con un largo viale al centro. Lungo questo viale c’è una figura umana, che come sappiamo è simmetrica. Questa figura però non è disposta esattamente al centro del quadro, ma lungo il bordo del viale. Ecco una simmetria sfalsata. Ci sei?

  7. @ Daniele:
    Anche se non sono d’accordo sullo smontare e analizzare un’opera (qualsiasi essa sia) in assenza del suo autore, ti ringrazio per la precisazione, Daniele. Per tanti versi non ha nulla da eccepire. Bisogna solo condividerla o meno.

    un palazzo perfettamente simmetrico, con un largo viale al centro. Lungo questo viale c’è una figura umana, che come sappiamo è simmetrica. Questa figura però non è disposta esattamente al centro del quadro, ma lungo il bordo del viale. Ecco una simmetria sfalsata. Ci sei?

    No. Quella si chiama “sezione aurea”.

  8. Daniele Vecchio

    Ma che cavolo c’entra? La sezione aurea consiste di determinati rapporti tra le porzioni di spazio e riguarda l’efficacia visiva che si ottiene posizionando le figure nei punti di intersezione, che possono essere anche ben lontani dal centro, come nel caso del modello a spirale. Ma prescinde dalla simmetria di ciò che viene rappresentato. Anche se ci stiamo allontanando parecchio da quello che intendevo, ossia una simmetria concettuale e non matematica, possibile che ti risulta così difficile capire l’esistenza di una simmetria apparente, di una regolarità non perfettamente tale?

    Ho capito, non sei d’accordo con l'”analizzare un’opera in assenza del suo autore”, quindi per te conta solo quello che eventualmente un autore dice della sua opera, per cui tutta la critica, l’analisi testuale etc. è roba senza valore. Ma poi secondo questo principio un critico per analizzare la Gioconda dovrebbe prima invitare Leonardo, altrimenti ne parla in sua assenza. In effetti è da maleducati, non si parla delle persone assenti.

  9. Il fatto che la sezione aurea prescinda da una simmetria, non esclude il fatto che non possa essercene una di fondo. La scena che hai ritratto rientra perfettamente nel concetto.

    E poi NON hai fatto critica sulla tavola di Johnson, hai messo su una struttura basata solo ed esclusivamente su tue riflessioni. E’ come fare dietrologia con i “se” e con i “ma”.

    Però io il discorso lo chiudo qui, Daniele. Scusa, eh, l’avrei chiuso anche prima, ma non volevo essere scortese. Voglio chiuderlo perché siamo arrivati al classico punto dove abbiamo capito che ognuno la pensa diversamente sulla questione. Continuare vuol dire voler per forza convincere l’altro di qualcosa.

    E poi mi sono accorto di essemi posto male io, all’inizio.
    Quindi pardòn.
    Al prossimo articolo 😉

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