Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (seconda parte)

RIFLESSIONI SULL’HORROR E SULL’APOCALISSE (NON SOLO A FUMETTI)

Seconda parte

La prima parte QUI

DELL’AMMAZZARE BAMBINI

In Crossed muiono dei bambini. Anzi, vengono ammazzati e non tutti dai cattivi. Per una meglio non chiarita necessità i due protagonisti fanno fuori un gruppetto di ragazzini di otto anni che sono stati istruiti dalla loro maestra a sopravvivere costruendo trappole. Chiaro, i fuggitivi non possono portarli con loro e allora li ammazzano. La giustificazione è che, grazie alle tecniche apprese dai piccoli (che consistono in piazzare trappole e  tagliole – poi mi si venga a dire che la scuola non educa) potrebbero essere pericolosi per altri profughi. Allora li ammazzano. Dei bambini. Così. Non li lasciano al loro destino. No, gli sparano. Naturalmente la cosa ha un senso narrativo, nel grande piano delle inquietantiquesitimorali. Infatti poi i due infanticidi passeranno tutto il resto del volume a giustificarsi vicendevolmente dicendo che era la cosa giusta da fare.

La cosa, di nuovo, non sembra avere alcun senso sul piano della stretta logica e, soprattutto, se inserita nello sfondo di un mondo in cui la sopravvivenza è diventata una questione personale (questione a cui dei bambini abbandonati in un bosco avrebbero contribuito, magari, a dare una loro personale risposta) ma potrebbe averlo per dare lustro alla scrittura dell’autore che, oltre a quello della violenza sembra voler sfatare un’altro tabù, quello dell’infanticidio giustificato. Naturalmente anche qui non si abbatte nessun primato: bambini sono stati uccisi in molte storie.

Qualche esempio random:

1) Ma come si può uccidere un bambino?

2) Dylan Dog n°30 La casa infestata (che, più o meno direttamente, cita il film di cui al punto 1)

3) Il villaggio dei dannati

4) Grano Rosso Sangue [1]

5) La serie televisiva Walking Dead

6) Kick Ass 2

etc. etc. (inoltre l’uccisione di molte persone, fra cui dei bambini – cosa ripetutamente sottolineata all’intero di quest’opera – è all’inizio delle vicende che sono alla base del ciclo Civil War della Marvel)

Si potrebbe obiettare – a proposito dei punti 1, 2, 3 e 5 – che i bambini sono rispettivamente: contagiati, alieni, posseduti e zombie mentre, per quel che riguarda il punto 4, sono semplicemente dei gran figli di buona donna. Ad ogni modo i motivi per sopprimerli sono più validi di quelli che Ennis mette in gioco.

Parliamo di Kick Ass 2 , un lavoro di Mark Millar (autore a proposito del quale ho espresso pareri secondo alcuni controversi)[2]. Nel secondo numero di questa seconda serie dedicata a dei realistici e concreti vigilantes, il cattivo di turno spara a dei bambini. Senza ragione, anzi, meglio, senza necessità. Il motivo è che voleva farlo e che niente poteva impedirglielo. Nessun senso morale (o il suo pervertimento), nessun abbattimento dei tabù vengono tirati in ballo. I bambini in questione sono innocenti, per quanto ne sappiamo. La loro uccisione ha un senso narrativo, fa andare avanti la trama, caratterizza il villain di turno che fino a questo momento poteva sembrare un buffone con un costume appariscente. Ennis fa uccidere dei bambini solo perché i suoi personaggi possano tormentarsi un poco e poi autosantificarsi nel nome del Dio Necessità senza preoccuparsi di giustificare la cosa attraverso uno stratagemma almeno un po’ più credibile.

Questo ci porta all’invidia, anzi, alla mancanza d’invidia. Una delle migliori intuizioni di Ennis è quella di non mettere gli eroi del suo racconto in contrapposizione a dei mostri senza cervello, esclusivamente assetati di sangue, come succede nei film di Romero o dei suoi epigoni [3]

ANCORA SULLE QUESTIONI MORALI E SULLA MANCANZA D’INVIDIA (TRANNE CHE PER I LUPACCHIOTTI)

Quanto è bello il nostro pianeta senza tutta quella gente che lo deturpa.

Si potrebbe riassumere così il momento in cui, durante lo svolgimento dei fatti narrati in Crossed, i protagonisti si fermano ad osservare un branco di lupi. Questo siparietto bucolico è presente in molte opere che parlano della fine del mondo e ha una sua giustificazione. Per quanto la natura possa esserci ostile conserva una sua bellezza che, senza la presenza ingombrante dell’uomo, si riappropria di territori che le erano interdetti. Un’altro tipo di bellezza, di fascinazione – o di invidia, come precedentemente detto -, però è esclusa dall’opera di Ennis. La fascinazione verso la mancanza di morale. È difficile, ad essere sinceri, identificarsi con uno zombie, tanto meno è facile invidiarlo: poca vita sociale, lunghe scarpinate, una spiccata tendenza alla decomposizione. È invece possibilissimo identificarsi con i “mostri” che mette in scena Ennis.  Sono come noi ma ridono del nostro dolore (letteralmente) e danno sfogo ad ogni loro più elementare istinto. Sono gioiosi, sono come dei bambini. Perché non invidiarli? Non dico che sia giusto farlo, non dico che sia la cosa migliore da fare, specialmente in un contesto comunitario, ma potrebbe essere sicuramente istintivo e forse tremendamente affascinante, come può essere riflettere su una vita che pur non offrendo molte prospettive, specialmente per quel che riguarda la durata, è ricca di emozioni, apparentemente refrattaria al dolore [4] e, a giudicare dalle espressioni degli scrociati (così vengono chiamati i “cattivi” di Crossed nella traduzione italiana) [5] molto ben goduta. Trovo che una riflessione di questo genere sarebbe stata molto più interessante e feconda che quella comprendente “mettiamo pure in pericolo due maschi adulti (senza contare il tipo con gli occhiali e la cieca che lasciano da soli[6]) in più occasioni scampati ad una morte certa, orribile e dolorosa e facciamoli tornare indietro rispetto al percorso che forse li condurrà alla salvezza solo per seppellire il cadavere di un bambino perché questa è l’unica ma proprio l’unica cosa che possono fare per salvare quel che resta della loro umanità”.

I DISEGNI: SANGUE

Ho amato il lavoro fatto da Jacen Burrows sui testi di Alan Moore per la serie Neonomicon (ne abbiamo parlato QUI, QUI e QUI). Credo però che il rigore dimostrato in quell’occasione, quel pudore necessario a rendere con naturalezza un orrore tanto inquietante quanto fisico come quello presentato nel volume di Moore (un orrore esplicitato, non censurato ma raffreddato e per questo tanto più efficace) nel caso di Crossed sia venuto a mancare. Come illustratore e copertinista i risultati che raggiunge sono spesso straordinari, ma quando l’orrore mostrato con tanta efficacia in quelle conchiuse e dettagliatissime tavole uniche fa i conti con la narrazione appare, invece, frettoloso e incoerente, presentando spesso anche dei notevoli problemi di regia che minano la fluidità e la comprensibilità del racconto (come nella scena dell’attraversamento del ponte) e a volte, nei campi lunghi, rendono persino non immediata la riconoscibilità dei personaggi. Una colpa, quella di Burrows, che va divisa equamente con i suoi coloristi.

Parliamo del rosso. Il rosso è il colore del sangue (di molte altre cose in effetti, ma qui è il sangue che ci interessa). In un fumetto del genere il sangue dovrebbe avere la rara qualità di essere gocciolante e tridimensionale. Qui spesso il colore sembra non appartenere allo stesso livello della realtà a cui appartengono i corpi. Sembra una cosa a sé stante, piatta, profondamente fittizia e non contribuisce al realismo né al necessario disgusto che le scene di violenza dovrebbero trasmettere. Mi riferisco, in particolare, alla doppia splash-page da me citata precedentemente.

INQUIETANTI AMBIGUITÀ RAZZIALI (1): FOTOGRAFIA E LUCI

sottotitolo:  un divertissement

Qui sopra c’è un uomo con gli occhiali e il pizzetto (è lui, il povero Thomas). Quest’uomo, nella tavola in questione, è illuminato dalla luce di un incendio, quindi il colore della sua pelle è tendente al giallo. Due pagine prima, però, il suo volto appare come quello di un maschio caucasico. Il colore della sua pelle si fa più scuro man mano che la storia va avanti (e non si tratta di abbronzatura, a meno che non sia del tipo che intendeva il nostro ex Primo Ministro) e da un dialogo con il protagonista della vicenda (l’altro con gli occhiali, accanto a lui) si potrebbe dedurre che si tratti di un afroamericano. Poi, verso il finale, quando sta per schiattare, torna di nuovo ad essere bianco. Forse i morbi sono due, quello che causa ustioni a forma di croce sul volto dei contagiati e un altro che crea repentine e temporanee variazioni del colore della cute. [segue]

INQUIETANTI AMBIGUITà RAZZIALI (2): DISEGNI

Il tizio del paragrafo precedente è quello che si troverà nell’ingrato e tenero ruolo di accompagnare la ragazza cieca (diventata tale in seguito all’esplosione nucleare che apre il volume). La sfortunata ragazza si vede chiaramente (cioè in due accettabili inquadrature frontali, nel resto delle vignette è di spalle o lontana) la prima volta nella stessa sequenza di cui sopra. Poi una centrale atomica esplode e per il resto del racconto la vedremo sempre (o quasi) indossare degli scurissimi occhiali da sole. Poi, quando uno degli scrociati sta per ucciderla, la insulta chiamandola “muso giallo” e io per la prima volta nel corso di tutto il volume ho avuto il sospetto che si trattasse di una donna asiatica, sospetto mai confermato dai disegni né prima né dopo di questa mezza epifania.

POSTILLA

Mi rendo conto che molte delle critiche che ho mosso a Crossed (ma non tutte e non le sostanziali) siano state motivate dalla differenza tra quello che mi aspettavo di trovare e quello che ho trovato. La tematica post-apocalittica è sfruttatissima e di gran moda, ed è davvero difficile fare qualcosa di meglio o di più originale di quanto sia già stato fatto. La mia delusione origina anche dal fatto che da un autore come Ennis era lecito aspettarsi qualcosa di meglio. Quello che rimprovero allo sceneggiatore inglese non è tanto di aver dato alle stampe un brutto lavoro (può capitare) ma di averlo condotto disonestamente, in continuo, ambiguo, bilico fra due scelte: da una parte il tono da gore estremo, per i miei gusti (e le mie giustificate aspettative) insufficiente, dall’altra quello da operetta morale (povera di idee e banalmente ricalcata da modelli precedenti). [7]. L’ambiguità, nella narrativa di genere, raramente funziona e quando funziona è sottile e potente; sicuramente non funziona in questo caso. Va detto, ancora, che resta difficile capire come si possa innovare un filone così profondamente sviscerato [8]. Eppure non è impossibile.

segue: LA NARRAZIONE LABORATORIO

Apocalypse Nerd è una serie autoconclusiva creata da Peter Bagge per la Dark Horse Comics e pubblicata in Italia dalla Magic Press con il titolo Apocalisse ora. Come posso leggere nell’introduzione, dello stesso autore, lo spunto per quest’opera è nato dalla minaccia della Corea del Nord di colpire gli Stati Uniti con una bomba atomica. La cosa, nella realtà alternativa di questa narrazione accade davvero: il protagonista della vicenda si trova catapultato in un mondo impazzito. Con lui c’è un amico bravo a cacciare – ma senza essere il più grande cacciatore dello Stato né un ex marine – ma nessun leader carismatico, il tempo per le grandi riflessioni manca e quello che rimane è impregnato di paura, irrazionalità, problemi intestinali e rapporti umani deviati. Il tutto raccontato attraverso un segno grafico che i fan di Bagge conoscono bene e che, se pur lontanissimo dal fotorealismo di Burrows, riesce a essere infinitamente più crudo e inquietante.

Questa è una narrazione laboratorio. L’autore mette il suo personaggio in una situazione estrema e vede come si comporta, non diversamente da uno scienziato che gioca con la propria cavia. Certo, questo accade quando viene creata una qualsiasi opera di narrativa, ma l’estremizzazione del contesto e delle reazioni, nonché la profonda umanità delle risposte dei protagonisti e dei comprimari ai nuovi stimoli che la situazione esterna fornisce loro, rendono l’opera di Bagge credibile e toccante, “umana”, proprio perché priva di concessioni melodrammatiche ed effetti spettacolari ricercati a tutti i costi, senza che ciò ne diminuisca la piacevolezza narrativa, rafforzandola, anzi, perché gli snodi che via via vengono presentati non sono frutto di una necessità spettacolare o narcisistica ma si sviluppano, invece, grazie reazioni e stimoli plausibili. Stimoli anche, e per fortuna, di natura scatologica. Perry, l’imbranato protagonista di Apocalisse ora, se la fa sotto, letteralmente, per via dello stomaco scombussolato da un’alimentazione a base, quasi esclusivamente di selvaggina. Perry s’abbrutisce, lentamente, fisicamente e moralmente. Quando i grandidilemmimorali arrivano a sfiorarlo, la paura, l’isteria e la voglia quasi animalesca e rabbiosa di sopravvivere hanno sempre la meglio sul dubbio, sul “non avrei dovuto farlo”. Finché, nel finale, narrativamente simile a quello di Crossed, arriva ad uccidere, senza nessun rimpianto quello che era stato il suo migliore amico, per proteggere la propria compagna incinta alla quale, nell’ultima vignetta, accanto al cadavere ancora caldo dell’uomo con cui aveva iniziato questa avventura, offrirà un’oca per cena. La famiglia, quindi, diventa qui non il luogo della salvezza, come Ennis vorrebbe farci intuire nella sua opera (le mani che si sfiorano nelle ultime vignette, la madre che protegge il figlio tutto il tempo -persino dalle parolacce, sic– e torna indietro per seppellirlo) ma della chiusura, della logica del clan, del pervertimento di un sentimento di autoconservazione che è chiuso all’esterno, che si nutre solo di se stesso e che è disposto a passare anche sopra la pietà per un amico malato e bisognoso, senza che questo susciti neanche una riflessione. Ecco, questi sono i grandi quesiti morali che davvero mi interessano.

***

[1] Per quanto riguarda i punti 3 e 4 non ricordo esattamente se i bambini vengano effettivamente uccisi, ma posso presumibilmente supporre di sì.

[2] In realtà amo spesso, se non sempre, il lavoro di Millar. Nel caso di Kick-Ass l’ho amato e lo sto amando profondamente.

[3] Questo, però, può considerarsi una ulteriore evoluzione del discorso narrativo portato avanti dal solito Romero all’interno del suo ciclo iniziato con La notte dei morti viventi. Nel quarto capitolo di questa saga, infatti, gli zombie si scoprono capaci di ricordare qualcosa del loro passato, di coalizzarsi e di usare semplici attrezzi. Si sono evoluti, insomma.

[4] Altro buco logico:  alcuni scrociati urlano di gioia e ridono quando vengono letteralmente e lentamente fatti a pezzi dai loro compagni, altri mugolano di sofferenza.

[5] Traduzione variamente contestata in rete ma per me molto efficace, forse perché nel dialetto della mia città di origine “scrociarsi” significa avere un incidente. “La bici non ha frenato e mi sono scrociato”.

[6] Mi rendo conto solo ora che i due tizi in questione non vengono lasciati da soli ma in compagnia del nero che si sacrifica il quale, in effetti, si sacrifica proprio in questa occasione. Purtroppo però io il nero che si sacrifica tendo sistematicamente a dimenticarmelo.

[7] Per tornare al solito Romero, le implicazioni sociali nei suoi film horror raramente sono esplicitate attraverso i dialoghi ma arrivano allo spettatore attraverso una struttura metaforica che non sospende mai la narrazione e l’azione ma si fonde con essa, anche quando la metafora si fa fin troppo esplicita e retorica. Per intenderci, in film come La notte dei morti viventi e, in maniera molto più evidente Zombie e La terra dei morti viventi il film è la tesi, la morale si concretizza nella narrazione. Nell’opera di Ennis, invece, narrazione e tesi restano spesso fin troppo distinte, essendo quest’ultima affidata alle riflessioni verbali dei protagonisti del racconto e non emergente dalle azioni da loro compiute e dalle loro dirette conseguenze.

[8] Possono essere citati diversi esempi anomali all’interno di quello che, con tutti i distinguo del caso, può essere identificato con il genere del survival horror: penso solo alla Trilogia del Drive In (per tacere dell’ultimo capitolo) di John Lansdale o all’ormai classico e ripetutamente violentato nelle sue trasposizioni cinematografiche Io sono leggenda di Richard Matheson. Bisogna poi dire che Crossed presenta molte somiglianze con il romanzo Il virus dell’odio di David Moody.

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5 risposte a “Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (seconda parte)

  1. francesco salerno

    Bella recensione. Non concordo sulla traduzione di “crossed”, scrociati. Il traduttore non ha usato crociati perchè evocava i soldati della fede, ma scrociati è peggio. Primo perchè tu uno con la croce in faccia non lo chiami scrociato, che ti fa venire in mente uno che casca di malo modo. La S forse voleva sovvertire il concetto di retto, onesto (crociato), ma allora era meglio accentuare il paradosso chiamandoli “crociati” con le virgolette (magari solo all’inizio). O meglio, i chiamarli “i croce” o “i marchiati”

  2. Marco Pellitteri

    Stai parlando di cose che non ci sarebbe bisogno di leggere e infatti non lo farò. Grazie! 🙂

  3. Secondo me capire perché leggere alcune cose non vale la pena leggerle è più interessante che capire perché invece sia il caso di leggerne altre. Prego 🙂

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