Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (prima parte)

RIFLESSIONI SULL’HORROR E SULL’APOCALISSE (NON SOLO A FUMETTI)

Prima parte

Sinossi: un misterioso contagio trasforma gli umani in “scrociati”, dei mostri sanguinari e amorali riconoscibili dalla croce rossa che gli segna il viso e da cui prendono il nome. Un piccolo gruppo di sopravvissuti cerca di restare in vita.

DI LEGITTIME STRATEGIE EDITORIALI

Nell’introduzione al volume Crossed, di Garth Ennis (testi) e Jacen Burrow (disegni), pubblicato da Panini Comics, leggiamo:

Se state leggendo queste righe, non avete mai sentito parlare di Crossed, ma per qualche motivo avete provato l’impulso di prendere in mano questo primo volume per capire di cosa si tratta, oppure ne avete  sentito parlare e credete di sapere cosa vi aspetta. Comunque sia, siete fregati. Nel primo caso state per leggere una delle storie a fumetti più brutali e visivamente scioccanti che siano mai state realizzate. Il bollino “per un pubblico maturo” parla chiaro: non siete pronti per la dose elefantesca di ultraviolenza delle pagine che seguono. […]Finora […] Ennis ha sempre calcato la mano sull’aspetto grottesco della violenza, esasperando le situazioni per ottenere risultati che spaziano dal sarcasmo allo humor nero. Strumenti adatti a demolire i cliché del fumetto stesso (come in The Boys e The Pro) e a portare avanti trame e temi altrimenti troppo oscuri per i canali di massa. In Crossed, invece, non c’è niente da ridere. È tutto terribilmente, spaventosamente serio. Nessuna speranza, nessuna salvezza. Ma c’è di più. Esaltate dallo stile crudo di Burrows e da alcune sapienti scelte di fotografia, le scene illustrate rappresentano solo a un livello più superficiale un omaggio al genere del survival horror dei Romero, dei Kirkman, dei Mikami.

Dalla bandella dello stesso volume:

In un’epoca in cui il torture porn sta diventando rapidamente il paradigma dell’horror, Crossed ne sfrutta i meccanismi per mettere in discussione le aspettative del lettore. Chi si aspetta una dose massiccia di brutalità visive, si troverà spesso davanti a quesiti morali ben più inquietanti.

Bleedingcool.com *

Entrambe le affermazioni precedenti sono ampiamente discutibili e lo sono non solo perché in palese contraddizione l’una con l’altra. Su cosa si basa, o dovrebbe basarsi, dunque, il fascino di quest’opera? Sulla dose massiccia di ultraviolenza o sui dilemmi morali proposti da Ennis e che ruoterebbero intorno alla definizione di cosa significa essere umani [1]? In realtà l’opinabilità di quanto espresso non si ferma alla contrapposizione fra horror estremo e opera morale.

Andiamo più nel dettaglio, tornando all’introduzione del volume, che avverte: “Se state leggendo queste righe, non avete mai sentito parlare di Crossed”. Perché mai? In realtà l’esposizione mediatica di questa serie a fumetti è stata notevole, anche per via del corposo passaparola, spesso veicolato dalle immagini particolarmente cruente, promozionali e non, che copiose circolavano e circolano in rete. “Oppure ne avete  sentito parlare e credete di sapere cosa vi aspetta”, continua l’anonimo introduttore. Qui la questione si fa più spinosa. Quando ho cominciato a leggere Crossed, in effetti, credevo di sapere piuttosto bene cosa avrei dovuto aspettarmi sia, appunto, per quello che avevo dedotto dai rumors sviluppatisi intorno a questa serie, sia per la stima che nutro per l’opera di Garth Ennis, di cui avevo avuto, fra l’altro, già modo di apprezzare il lavoro in coppia con Barrow su 303. Sono rimasto deluso e parecchio, ma non per i motivi sottolineati nell’introduzione al volume. Torniamo lì, per l’appunto.

“Si dovrebbe parlare poi delle sapienti scelte di fotografia, ma su questo aspetto torneremo dopo e del fatto che le scene illustrate rappresentano solo a un livello più superficiale un omaggio al genere del survival horror dei Romero, dei Kirkman, dei Mikami”. Anche qui il concetto espresso è ambiguo. È vero, superficialmente Crossed è un un omaggio al genere del survival horror reso famoso da Romero, ma questo non costituisce certo un punto d’onore. Non necessariamente almeno. Non nella misura in cui superficialità significa capacità metaforica e narrativa, elementi che come cercherò di spiegare, sono quasi del tutto assenti in Crossed.

Cos’è, allora, Crossed? Prima di analizzarlo bisognerà necessariamente capire come è stato presentato, prima e durante la sua pubblicazione, per poter poi discutere del divario fra l’attesa creata e il prodotto finale. Facciamo un primo passo indietro.

Le due immagini precedenti dovrebbero rendere bene l’idea di quello che mi aspettavo al momento di iniziare il volume di Ennis&Burrows: violenze, brutalità gratuite, amoralità, sangue, amputazioni, impalamenti, squartamenti, follia omicida, ornamenti fatti con arti e teste umane  e nuovi e sempre più fantasiosi modi di brutalizzare un corpo umano fino a portarlo alla morte o ad un’estrema condizione di sofferenza e di degrado, più o meno permanente. Qualcosa, insomma, che avrebbe davvero innalzato l’asticella di quello che è considerato sopportabile in un fumetto, per di più in un fumetto mainstream (per tacere di Maruo e soci, naturalmente).

Crossed non è nulla di tutto questo, nemmeno lontanamente. Per spiegare il perché ho bisogno di fare una digressione e in questa digressione parlerò di pornografia.

Se acquisto, scarico, noleggio o mi appresto a guardare un film porno, maturerò (nell’attesa) una certa aspettativa, un’aspettativa alquanto prevedibile, legata al genere, alla conoscenza pregressa del film in questione o a qualche immagine promozionale particolarmente significativa che mi introduca, almeno parzialmente alla storia, all’ambientazione e a uno di quelle migliaia di rivoli che costituiscono i sottogeneri di questo, particolarmente creativo, genere cinematografico. Se poi, iniziando a vederlo, capisco che non mi sarà mostrata nessuna penetrazione, che tutto quello che cerco avverrà fuori campo o che mi sarà raccontato, verbalmente, da uno degli attori, le mie aspettative non potranno fare a meno di essere deluse e per arrivare alla soddisfazione che mi era stata promessa, sì, a quel tipo esatto di soddisfazione, mi resteranno solo due strade: lavorare di fantasia o cambiare prodotto.

Questo è esattamente quello che mi è successo con Crossed. Con una colpa aggiunta: il prodotto non solo non era quello che mi era stato venduto ma si vantava di essere qualcosa d’altro, qualcosa di più. L’aggettivo più adatto, in questo caso, è pretenzioso.

PORNOGRAFIA

Qual è la distinzione fra erotismo e pornografia? L’erotismo è un modo di rappresentare la sessualità umana – e non solo –  senza mostrarla esplicitamente. Il suo scopo, al pari della pornografia, può essere quello di eccitare i sensi, ma può anche essere un mezzo per indagare quello che la sessualità sottintende, i meccanismi psicologici e sociali che la definiscono.

La pornografia è la messa in scena dell’atto dell’accoppiamento in tutte le sue possibili varianti. La differenza è che qui l’atto è mostrato nella sua realtà, almeno nella sua realtà meccanica, per quanto irrealistiche possano essere la qualità delle prestazioni, solitamente esagerate in termini di performance, di ambientazioni e di mascolinità e femminilità dei protagonisti.

L’horror feroce, brutale, corporale, non suggestivo e la pornografia: trovo entrambi i generi validi ed interessanti e, come è stato fatto notare in molte altre sedi, con molti elementi in comune fra loro (delle parentele fra l’atto di leggere e l’atto di consumare pornografia si potrebbe dire molto altro, ma non è questa la sede). Facciamo, ora, un altro passo indietro, tornando ancora al momento in cui mi trovavo nella necessità di sfogare, in solitudine la mia lussuria

Torno a casa, ho voglia di rilassarmi e scarico dalla rete un film con un titolo intrigante, Tre donne immorali?Inizio la visione e mi accorgo che in realtà si tratta di qualcosa molto diverso rispetto a quello che il titolo mi aveva portato a credere, ma continuo comunque a  guardarlo. Non si tratta di pornografia, non in senso stretto almeno, ma di erotismo. Anche in questo caso il prodotto non ero quello che mi aspettavo (e che magari l’immagine di copertina mi aveva portato a credere che fosse) ma posso rimanere lo stesso soddisfatto; anzi, lo spiazzamento fra attesa e risultato, in questo caso, potrebbe addirittura costituire un fattore positivo, predisponendo alla meraviglia e alla sorpresa.

Con Crossed non è successo neanche questo. Comprando Crossed, con la sua confezione incellophanata, la sua controcopertina discreta, il suo bollino rosso, tutti elementi che indicavano, nelle intenzioni dell’editore, che si trattava                       di un’opera “pericolosa”, io pensavo di acquistare l’equivalente horror-fumettistico di una gang bang sull’Himalaya, con attori capaci di stupirmi per le loro performance in carenza di ossigeno mentre il fronte di una vecchia valanga minaccia di cadergli addosso da un momento all’altro. Mi sono ritrovato tra le mani, almeno, l’equivalente di uno dei migliori film di Walerian Borowczyk? No, neanche questo. Perché Crossed è davvero poca cosa.

Andiamo con ordine.

LA STORIA: troppi cliché e troppa poca merda

La trama è quanto di più banale si possa immaginare. Si tratta, appunto, e me ne rendo conto quasi subito, di un survival horror classico, nonostante si tenti di sconfessare la cosa a livello editoriale ma Ennis, sempre per il sacro principio della spocchia (caro a tanti gloriosi autori del passato, quando superano la soglia dei quaranta) cerca non tanto di creare un onesto e interessante prodotto, muovendosi all’interno di un sottogenere dell’horror, ormai altamente codificato ma, piuttosto, si pone come un revisore dello stesso, con il chiaro intento di rivitalizzarlo e rivestirlo di una presupposta mancante (fino al momento del suo intervento) dignità morale. Lo fa, va detto, nel modo peggiore. Non solo non evitando di utilizzare tutti i più scontati e triti cliché del genere (il gruppo eterogeneo con a capo una donna forte, laconica e solitaria, il fascistello un po’ sadico, il viaggio salvifico, il nero un po’ anonimo e silenzioso che si sacrifica per il gruppo etc.) ma, addirittura, affidando la narrazione ad uno dei protagonisti, mutuando la formula narrativa che negli ultimi anni, in prodotti similari o assimilabili (vedi saghe zombesche o vampiresche), va per la maggiore, quella del racconto diaristico [2].

Il vero problema è però un altro.  Potendo scegliere, fareste scrivere un horror a Guillermo Arriaga? Quello che prende una scialba sceneggiatura classica da melodramma come quella di 21 grammi (e per capire quanto mi sia piaciuto questo film posso consigliarvi di leggere una recensione che scrissi al momento della sua uscita), la spezzetta e la riorganizza in senso antinaturalistico, infarcendola di inutili ripetizioni e che compie la  stessa identica operazione, ormai marchio di fabbrica, senza misura e senza criterio, anche quando si trova a lavorare su un solido e crepuscolare film di genere come Le tre sepolture [3]? Ennis ha fatto esattamente questo: ha studiato l’Arriaga’s touch e lo ha applicato indiscriminatamente alla trama di genEre più classica che si possa immaginare, senza che la cosa sembri avere alcun senso e soprattutto nessuna necessità, nessuna giustificazione narrativa, specialmente considerata l’impostazione semi-diaristica del racconto, di per sé portata alla linearità.

Mi sono chiesto quali possano essere stati gli scopi di questa operazione:

1) Frammentare la vicenda per creare tensione, spezzando la trama in momenti topici e mostrare la conclusione di quegli eventi successivamente così da tenere alta l’attenzione del lettore nonché la tensione del racconto. No, questo non accade.

2) Creare nel lettore una confusione simile a quella dei protagonisti, mimetizzando la struttura narrativa fino a farla diventare soggettiva. Non sembra essere neanche così. I protagonisti sono spaventati, raramente confusi. La vicenda, poi, è narrata, nella sua quasi totalità, dal punto di vista del protagonista.

3) Creare una struttura da film giallo all’interno di un film horror? No, i tagli che Ennis fa nel corso della narrazione non hanno lo scopo di svelare, progressivamente o meno, punti oscuri della trama, così che il lettore possa utilizzare un approccio deduttivo alla ricostruzione della storia non (ancora) narrata.

4) Cercare di nobilitare una storia senza molte idee, attraverso un procedimento presupposto autoriale, buttando il tutto in vacca? Sì, questa sembra essere l’ipotesi più plausibile.

Poi che succede? Muoiono tutti? Sì, o quasi. Il timido protagonista e la scontrosa condottiera rimangono in vita e alla fine se ne vanno via camminando verso il tramonto (in realtà sono dei boschi, ma rende meglio l’idea), l’ignoto e forse verso una nuova vita nel corso della quale riscoprire se stessi. Nella sequenza di campi lunghi che chiude il volume li vediamo camminare di spalle. Poi lei allunga la mano e stringe timidamente quella di lui. Non sto scherzando. E c’è un cane.  Ricordo solo un finale altrettanto brutto di un’opera a tematica apocalittica, quello di The Road. Anche lì c’era un cane. E una famigliola felice. Se in un mondo sull’orlo del baratro apocalittico c’è un cane ben pasciuto che cammina accanto al proprio padrone c’è qualcosa che non va. A meno che il cane non mangi qualcuno, naturalmente.

Questi sono i cliché. Resta la merda. Di quella, purtroppo, ce n’è troppo poca. Letteralmente.

Un altro passo indietro. Come è gestita la violenza in questo fumetto?

UN BUON INZIO

Crossed si apre quasi subito così:

La scena è, figurativamente, al livello delle splendide copertine di Burrows. Poi ci sono altri omicidi, un aereo passeggeri che cade su un centro abitato e un’esplosione nucleare. Poi qualche altro omicidio per far avanzare l’azione e così via. La densità delle efferatezze, almeno all’inizio, sembra soddisfacente                ma comincia piano piano a scemare, fra l’altro non inserendosi, queste, organicamente nel racconto ma costituendo dei momenti a sé stanti che servono più a lasciare soddisfatto il lettore affamato di sadismo che a far proseguire l’azione. Considerando quello che succede (o che non succede) quando qualcuno non uccide, squarta, sevizia, stupra, mutila o impala qualcun altro, di questi momenti prettamente alimentari ce ne sono davvero troppo pochi.

Quello che succede, solo per fare un esempio, è che il protagonista e la dura condottiera del gruppo, decidono di tornare sui propri passi, in un territorio pieno di mostri sanguinari, per seppellire il corpo del figlio di lei, precedentemente abbandonato. Quando comunicano la decisione ad uno degli altri unici due superstiti del gruppo lui risponde tranquillamente: “Sai, credo che tu stia facendo la cosa giusta. […] Non ha senso farcela se alla fine  non resta nulla di quello che sei”. [4]

Questo senza riflettere minimanente sul fatto che la buona azione dello scanzonato compagno d’avventure comporti l’essere lasciato solo, in territorio ostile, in più in compagnia di una ragazza cieca. Come cospargersi di lardo e correre nudo in mezzo ai lupi, praticamente. Inutile dire che farà una brutta fine.

Una brutta fine anticipata dalle (fra l’altro inesatte) parole del protagonista:

Dirò solo questo. Non fu l’ultima volta che vidi Thomas. Ma è così che preferisco ricordarmelo.

Anticipazione piena di suspance. Cosa succederà al povero Thomas, sperduto in un mondo impazzito, pieno di sadici sanguinari e in compagnia di una cieca? Troverà la felicità? Verrà sfiorato dalla dolce brezza dell’amore? Ah, Thomas è gay. Dopo il nero anonimo indovinate chi farà una brutta fine?

Il fatto è che tanta roba succede fuori campo in Crossed, e senza alcun motivo.

Altra digressione cinematografica. Dalla pornografia alla fantascienza.

Una delle scene cinematografiche che più mi hanno inquietato [5] è quella dell’esecuzione di Tim Robbins da parte di Tom Cruise in La guerra dei mondi. Una scena che si svolge totalmente in fuori campo. La cosa ha senso, una sua profonda necessità: l’esclusione dello spettatore da questo particolare momento e la sua temporanea identificazione con la piccola figlia di Cruise (minacciata dalla sempre più instabile sanità mentale del personaggio interpretato da Robbins) servono a caricare quello che sarebbe un semplice omicidio di un valore tensivo e morale diverso.

Sempre in conclusione di uno dei capitoli – come nel caso dell’addio al povero Thomas – torna la simpatica voce del simpatico protagonista ad informarci di quello che non possiamo vedere. Uno dei membri del gruppo di fuggitivi deve morire per mano di uno dei suoi compagni. È diventato improvvisamente un pericolo per tutti e quindi, per il bene della comunità va eliminato e così, tacitamente, viene decisa un’esecuzione in piena regola. Però il Pudore vince la sua eterna lotta con L’Efficacia e quindi la scena ci viene solo raccontata mentre la narrazione procede attraverso una piccola ellissi.

Così la pedante voce del protagonista, attraverso il suo corsivo diaristico, ci racconta cosa è successo mentre ci impedisce di vederlo:

Il mattino dopo, Kitrick e Geoff andarono a fare una passeggiata, e Kitrick tornò indietro da solo [6].

Punto. Quando gli infetti sodomizzano e squartano due poveri genitori mentre la loro figlioletta viene fatta a pezzi, il tutto ci viene raccontato attraverso una bella e dettagliata splash page doppia; quando un gesto necessario ma doloroso, che per una volta solleva davvero degli inquietanti-dilemmi-morali, viene compiuto, tutto accade fuori campo ed Ennis se la cava con due righe di voce over. Che ci dice questo? Che i dilemmi morali qui non contano davvero nulla.

Che c’entra tutto questo con la merda? C’entra, perché un prodotto del genere, con i suoi presunti ma decantati dilemmi morali da supermarket, dovrebbe avere anche a che fare con la merda, con la defecazione, con la dissenteria, con la malnutrizione, con le piaghe da mancanza di vitamine. Invece i corpi dei protagonisti, degli eroi, tranne quando vengono fatti a pezzi, non si presentano mai segnati. Quando scappi da dei saidici assassini e ti resta comunque un sacco di tempo libero e il tuo corpo, contro ogni previsione e speranza (e anche contro ogni logica aspettativa) si mantiene in forma, credo bene che ti metti a divagare sul senso della tua umanità. Vallo a dire ai profughi sui barconi.

Anche perché, qualunque cosa si dica sul sangue, sull’iper-esposizione alla violenza, sulla caduta dei tabù, cervella spappolate ed interiora sono molto più sdoganate della merda. Metaforica e non.

Non abbiamo ancora parlato dei bambini, però. Per quello bisognerà aspettare il seguito dell’articolo.

Vai alla seconda parte QUI

* (fra l’altro decidere di citare un’opinione del sito Bleedingcool.com a proposito di un fumetto originariamente edito dall’Avatar Press che pubblica anche una rivista intitolata Bleeding Cool Magazine non trasmette immediatamente l’idea di un’imparzialità assoluta)

* * *

Note

[1] Anche l’introduzione al volume sottolinea questo fattore, ma in maniera decisamente meno preponderante rispetto a quanto fa rispetto al lato violento della serie di Ennis.

[2] Non contento, Ennis, quando deve risolvere uno dei molti buchi narrativi che il suo lavoro presenta (e ce n’erano di più importanti da chiarire) cosa s’inventa? Fa trovare un diario al protagonista di Crossed. Non solo. Il diario di un soldato morto che, prima di rendere l’anima, si svuota la coscienza lasciando le sue parole a futura memoria. Roba che neanche in Jag – Avvocati in divisa.

Anche Romero sfrutta la formula diaristica in uno dei film del suo ciclo sugli zombie, Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi. La scelta, che è espressione della volontà dell’autore di inserire, all’interno del suo celebre e longevo ciclo, una riflessione sui nuovi mezzi di comunicazione di massa e sul ruolo dell’immagine (oltre che una commerciale strizzata d’occhio al tanto in voga stile The Blair Witch Project), non impedisce però che influenzi anche il suo stile narrativo, costringendolo spesso ad una fastidiosa ridondanza.

[3] Anche se, devo ammettere, un porno scritto da Arriaga potrebbe essere divertente.

[4] Gli inquietanti quesiti morali ricordate? Bergman, praticamente.

[5] Ok, forse non una delle dieci e neanche delle cento scene più inquietanti che ricordi, ma una scena comunque notevole perché fatta praticamente di niente.

[6] Non vi svelo le motivazioni di questo gesto che originano da una delle poche belle sorprese che questo volume presenta.

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16 risposte a “Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (prima parte)

  1. Reblogged this on misentopop.

  2. per me Crossed spacca; Andrea lo sa che io e lui abbiamo pretese molto differenti davanti a un fumetto. E quello di Lapham mi è piaciuto altrettanto.

  3. una domanda riflessiva. Esiste differenza tra “A serbian film” e un autentico Snuff Movie? Sono indirizzati allo stesso target? Per me la risposta è no.

  4. Crossed è una vera merda. Con tutto il bene che voglio a Ennis mi ha scassato con ‘ste mutilazioni, violenza irreale senza senso, trame ridicole. E basta. Il conformismo del politicamente scorretto ha sostituito quello del politicamente corretto.

  5. Anche secondo me è una bella merda…Condivido sostanzialmente l’analisi di Andrea…

  6. Come ho detto il problema sta fra quello che mi vendi e quello che invece effettivamente compro

  7. Sono Andrea Tosti, non Queirolo, maledetta app di wordpress

  8. Risolto

  9. Articolo stupendo! Complimenti ad Andrea Tosti, ci fossero più approfondimenti fumettistici di questo tipo!
    (In più mi sono convinto maggiormente di star lontano da Crossed, già la mossa del sacchetto nero mi puzzava di marketing “paraculo” per far parlare di un prodotto che altrimenti sarebbe passato semi inosservato)

  10. Troppa grazia. La seconda parte dell’articolo arriverà lunedì. Vedremo. Grazie, comunque

  11. ciao
    sembra sia stata una lettura molto stimolante , considerata la recensione così articolata !?
    che Ennis consigli ?
    grazie
    marco

  12. Crossed è un opera che parla della violenza nei media e del potere che questa ha, scritta da un autore che della violenza ha fatto il suo marchio di fabbrica, sopratutto quando si è presentato per le prime volte al grande pubblico, non riuscire a concentrarsi su questo, in un opera che è un “ora vi spiego cosa ne penso della violenza che uso, e anche se lo faccio in maniera un po paracula, vi sto parlando dei MIEI lavori migliori” vuol dire aver letto in maniera estremamente prevenuta, per via di aspettative assolutamente sbagliate, maturate non so se per via della pubblicità che ha ricevuto l’opera o per via dell’introduzione, o per non so quale altro motivo. Fatto sta, ti consiglio una rilettura meno prevenuta e più ad ampio respiro, anche perchè, mio modestissimo parere, siamo di fronte ad una delle opere più personali di Ennis, e sicuramente ha messo tutto se stesso in questo lavoro.

  13. Pingback: Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (seconda parte) | Conversazioni sul Fumetto

  14. pur essendo un fan di Ennis sono totalmente d’accordo con la recensione, ‘ste cose mi hanno stufato.
    Una volta c’erano gli zombie di Romero, poi sono venuti gli zombi che corrono del remake dell’alba dei morti viventi e gli “zombi” che corrono e vivi di 28 giorni dopo, poi gli zombi morti che però non gli puoi sparare sennò ne vengono 12 mila in un secondo di the walking dead, e ora gli “zombi” vivi organizzati e intelligenti di Crossed… che noia! Non è che aumentando i “poteri” agli “zombi” che la storia diventa più interessante! Aspetto gli zombi volanti e coi i missili sparati dal sedere del prossimo “grande” autore

  15. Pingback: Estemporanea #6: Sulla violenza a fumetti |

  16. Pingback: Una riflessioni sui lettori. Orfani e della violenza a fumetti | Riassumendo

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