Il celebre signor. K: intervista a Joe Kubert

Parlaci della tua esperienza con le strisce sindacate, Tales of the Green Berets.

È stata una bella  esperienza, Guy. Quello che ho apprezzato maggiormente è stata l’opportunità di applicare le tecniche dei fumetti ai media sindacati; in uno spazio commerciale che diversa gente che lavora nel settore dei comic book ha cercato di penetrare. A testimonianza di ciò, non credo ci sia qualcuno in questo settore che non abbia almeno una striscia, che non è stato in grado di vendere, a prendere polvere in soffitta.

Con Tales of the Green Berets  sono riuscito a sfondare nella più importante agenzia del mondo, la New York News-Tribune Syndicate – la striscia era sul New York News, sul Chicago Tribune, e diversi altri giornali prima che scemasse. Le ragioni della sua morte sono diverse, varie e complicate.

Inizialmente, fui contattato da Jerry Capp, il fratello di Al, che mi disse che c’era la possibilità di vendere una striscia sindacata riguardante un libro che non era ancora stato pubblicato. Tales of the Green Berets di Robin Moore. Non incontrai Moore allora, non conoscevo neanche Jerry Capp o dove avesse trovato il mio nome. Mi sembra che un altro tizio, che all’epoca non conoscevo, di nome Neal Adams, che allora disegnava la strip di Ben Casey, anch’essa scritta da Jerry Capp, quando fu contattato da Jerry per disegnare qualche schizzo delle strisce dei Beretti gli disse che doveva cercare Kubert, se avesse voluto qualcuno che aveva fatto per diverso tempo fumetti di guerra e fosse in grado di fare un buon lavoro.

C’è una foto sul tuo muro dove stringi la mano a John Wayne sul set di Green Berets…

Uh-huh. C’è Robin Moore tra di noi, l’autore del libro.

Perché non ci descrivi il viaggio?

Allora, volammo a Ft.Benning, Georgia, dove parte di The Green Berets era stato girato. Scelsero un terreno che sembrasse molto simile a quello vietnamita. Rimasi affascinato. In effetti, avevo alcuni schizzi della parte delle sequenze notturne in cui sparano, e la costruzione di altre sequenze d’azione. Fu abbastanza elettrizzante incontrare John Wayne per la prima volta, come incontrare una leggenda, faccia a faccia. Ho incontrato anche il tizio che recitò in King Kong il ruolo del protagonista maschile, Bruce Cabot.

Il co-protagonista, Joe

Ouch! Recitò una piccola parte in The Green Berets. Fu un’enorme emozione per me, perché come ti ho detto prima, King Kong è uno dei miei primissimi ricordi d’infanzia. La striscia fu allo stesso tempo un’esperienza felice e agrodolce, perché potenzialmente sentivo che sarebbe potuta andare molto meglio.

Quale fu il problema?

C’erano alcuni conflitti riguardanti il modo e la direzione che la storia doveva prendere. Sentivo che c’erano troppi urrà, troppo sciovinismo, e troppa distanza da ciò che – credo – i lettori di strisce a fumetti cercassero, cioè evasione, avventura e romanzo. È  morta perché  non riuscii a cambiare l’idea di base dello scrittore

Fui cacciato dall’agenzia con un’enorme liquidazione. Più di qualsiasi altra striscia a memoria d’uomo. Hanno speso un’impressionante quantità di quattrini. Ottenendo una risposta incredibile dagli editori – più di trecento quotidiani all’inizio.

L’idea era quella di usare il titolo, The Green Berets, come punto di partenza, per uscire allo scoperto; credevo che non avremmo dovuto mai relegarla in una striscia di guerra per sé, come Terry and the Pirates non era limitato solo a Terry e i pirati. Terry andò via e fu coinvolto in avventure di tutti i tipi che non avevano nulla a che fare con il fatto che faceva parte della forza aerea oppure dell’esercito oppure con i Pirati. Terry divenne una storia eccitante e leggibile – mentre invece, principalmente, temo che Green Berets non funzionasse.

Quello che tu stai ascoltando è abbastanza di parte, è un punto di vista, naturalmente. Sono sicuro che Jerry Capp potrebbe darti una mezza dozzina di buone ragione perché la colpa cada su di me per la chiusura della striscia. Al riguardo io la penso così.

Riprendiamo dal ritorno alla Dc dopo aver lascito Green Berets?

Carmine Infantino mi contattò. C’erano diverse altre cose che volevo fare, diversi altri posti dove volevo andare, diverse altre idee che avevo in testa. Ma, fu allora che fui contattato da Carmine. Carmine e Irwin Donenfeld mi chiamarono in ufficio e mi proposero di ritornare alla DC. Mi proposero un contratto che mi sembrò buono.

Saresti entrato come Editor allora?

Si, e allora c’era bisogno di qualcuno che gestisse i fumetti di guerra con capacità editoriale. Avevo fatto strisce di guerra per parecchio tempo. Carmine ed io ci conoscevamo da tanto tempo, sin da quando eravamo ragazzini. E i miei anni di esperienza sarebbero stati valorizzati. Fu alquanto naturale che ritornassi.

Diventare editor ha cambiato la tua prospettiva delle cose?

Non è successo. Mi ha soltanto permesso di esercitare idee e giudizi che possedevo da tempo. Quando lavori per un editor, devi fare un tipo di lavoro che accetterà. Accettando la responsabilità di un editor, allora i meriti o le critiche saranno per i miei errori, non per quelli di qualcun altro. Come  editor posso  mettere alla prova quello che penso molto più di come  avrei o potrei fare lavorando per qualcun altro.

Raccontaci la storia di Enemy Ace…

Un’altra creazione di Bob Kanigher. La premessa in questo caso fu un cosiddetto farabutto che assume il ruolo dell’eroe. Fu una striscia molto divertente da realizzare. Un cambiamento totale tanto quanto lo erano le illustrazioni…e la storia, poi. Provare ad infondere la sensazione del volo in un pezzo di carta di sei pollici per nove non è una cosa molto semplice da fare. Già, fu un lavoro molto divertente.

Dopo aver fatto un gran numero di ricerche, attraverso tanti, tanti libri su questi aeroplani, come erano fatti e come volavano, conclusi che i ragazzi che guidavano questi fragili accrocchi di fil di ferro, sputo e stoffa, questi primi aviatori dovevano esser stati incredibilmente coraggiosi. Alcuni di questi aerei non avevano copertura sul fondo – potevi vedere il suolo proprio giusto sotto i tuoi piedi. Ho provato a restituire quella sensazione di aria, volo e cielo. Inserere tutto questo nel volo e nella battaglia, ad una così grande distanza dalla terra, fu un cambiamento sostanziale per me e qualcosa che mi gratificò parecchio.

Qualcosa su Tarzan?

Conobbi Tarzan  attraverso le strip dei quotidiani, non tramite i libri. Ero molto giovane…Non ho mai saputo che il personaggio esistesse prima che ne fosse pubblicata la striscia. Per me, era eccitante, stimolante e meraviglioso da leggere. Quando prendi un artista come Hal Foster, e combini la sua eccellente artigianalità con l’abilità nello story-telling, il risultato è così comunicativo e stimolante per l’immaginazione che ci sono pochissimi altri modi in cui si potrebbe disegnarlo.

Hai incontrato Hal Foster?

No, sono stato ad alcuni eventi, dove lui era presente e l’ho visto, ma non l’ho mai incontrato. Gli scrissi quando incominciammo Tarzan e gli inviai la nostra striscia in bianco e nero.

Come l’hai disegnata? Cosa c’è di così speciale riguardo il disegnare Tarzan?

Prima di tutto, se si tratta di una storia originale la scrivo, e se si tratta di una riduzione provo ad essere fedele per quanto possibile al lavoro di Burroghs. Prendo un blocco di carta per scrivere e faccio un resoconto analitico finché non credo che ci sia un interessante layout per la pagina, non dimenticando che non voglio sacrificare la leggibilità per la  composizione.

Senza dubbio, credo che il  carattere principale del nostro medium sia la narrazione. Se si è offuscati dalla composizione della pagina tanto che è difficile leggerla, senza badare a quanto è graziosa l’immagine, allora vuol dire che si è smarrito lo scopo principale del fare fumetti.

Solo per darti un’idea riguardo al concetto e alla pianificazione con cui dovrebbe essere fatta una storia a fumetti, lascia che ti faccia un esempio del mio approccio a Tarzan. Quello che voglio è che il tipo di illustrazione crei la medesima reazione nei miei lettori, come faceva quando ero un ragazzino. Ho provato ad analizzare gli elementi nelle vecchie strisce di Tarzan per scoprire, per l’appunto, ciò che del vecchio materiale di Foster sortiva quell’effetto su di me, tanti anni fa. Ho deciso che era una questione di semplificazione e immediatezza.

Con la soppressione di tutto il materiale grafico estraneo e fissando l’attenzione sulla parte più drammatica di quella particolare tavola arrivo a ciò che sento potrebbe incollare davvero il lettore alla lettura. In aggiunta ho provato a rendere la costruzione del disegno sostanzialmente solida per quanto possibile da far apparire i personaggi assolutamente reali.

La composizione della tavola è di minore importanza per me rispetto alla pianificazione dell’azione e della continuità narrativa.

La colorazione riveste lo stesso grado di importanza della composizione grafica?

Assolutamente. Ogni parte della pagina finita è importante per il successo o il fallimento della pagina stessa. Questo include il lettering, le nuvolette, le didascalie e le bordature, e specialmente i colori! Ogni pagina deve essere pensata per i colori. Molti artisti lo fanno. Se un pagina è stata fatta per il bianco e nero allora potrai sostituire toni di bianco e di nero al posto dei colori. Lascio aree libere appositamente per i colori. E non dimentico che il bianco stesso è un colore estremamente importante. Avere qualcuno come Tatjana Wood ai colori non è affatto male, credimi. È meravigliosa. La sua dedizione e la sua abilità migliorano ogni opera d’arte su cui lavora.

Qualcosa riguardo lo stesso Tarzan?

Dopo aver letto il romanzo originale, ho avuto l’impressione che la descrizione che Burroghs da del carattere dell’uomo scimmia sia molto più selvaggia, più animalesca, che, diciamo, Johnny Weissmuller nel film originale. Ho provato a muovermi in quella direzione. Tarzan è serio, di solito parla in molti di quei romanzi, e il suo umorismo è piuttosto cupo. Non è stoico, comunque. Ciò che la gente civilizzata potrebbe considerare un senso dell’umorismo spartano è per Tarzan, un misto di ironia e fatalismo. Burroughs è un eccellente scrittore d’avventura. La sua roba è straordinariamente immaginosa, il ritmo e il racconto sono senza pari. Tutte queste sono il tipo di qualità che provo a inserire costantemente nella mia caratterizzazione di Tarzan.

C’è qualcosa che non abbiamo toccato di cui vorresti parlarci?

Allora, mi sovviene una aneddoto. Rimani seduto qui e cerca di tornare indietro con me. Quando il mio amico Norman Maurer ed io avevamo appena incominciato l’High School, e volevamo diventare fumettisti, ci venne in mente di andare ad incontrare il nostro idolo, Alex Raymond. Ci chiedevamo “come ci potremmo andare?” Decidemmo a casa mia (vivevo a Brooklyn allora) di telefonare a Mr. Raymond, che viveva a Stamford, nel Connecticut, che sembrava essere lontano tanto quanto l’Asia, e dicemmo a Mr.Raymond che Norman ed io eravamo nella redazione del giornale della scuola, e volevamo intervistarlo. Eravamo matricole e non credo che la scuola avesse addirittura un giornale. Fu veramente molto, molto gentile e disse, “Naturalmente! In qualsiasi momento potete farla qui”.

Così in una luminosa domenica mattina io e Norman prendemmo il treno per andare a Stamford. Ricordo ancora l’indirizzo: Mayapple Road, Stamford, Connecticut. Viaggiammo sul treno per una ora e mezza circa, finché arrivammo a Stamford. Dopo, stendemmo il nostro piano: “Allora, cosa gli chiederemo? Che sorta di domande? Gli diremo che siamo del giornale, ma…Come? Cosa faremo? Va bene, in un modo o nell’altro ce la faremo!”. Prendemmo un bus che ci portò a Mayapple Road. Scendemmo dal bus e camminammo per, credo, un quarto di miglio. Arrivammo ad un stupenda casa bianca che doveva essere il sogno di ogni fumettista che fosse mai vissuto. Se tu avessi successo, come fumettista, questo sarebbe il posto in cui andresti a vivere, è il luogo dove vorresti arrivare. Era una lunga, bassa, casa ad un piano, completamente bianca, con un portico colonnato sul davanti.

Molto timidamente suonammo il campanello e un maggiordomo rispose alla porta, un uomo di colore in livrea bianca – proprio come nei film. Io ero qui, arrivato da una zona dell’Est di New York in questo posto. Tutto in un giorno. Uno spostamento simile ad un viaggio da un mondo ad un altro. Ci facevano strada nello studio di Alex Raymond.

Sia io che Norman eravamo molto nevosi, eravamo praticamente senza lingua. Le pareti dello studio erano costellate di libri e piccoli dipinti incorniciati di cose fatte da Raymond. Un’intera parete era una finestra che si affacciava sul retro: boschi, alberi. Così meraviglioso, così eccezionale. Lo stesso studio era quanto un mezzo acro, o forse mi sembrava così in prospettiva. Era la più grande casa del mondo, e, nella mia memoria, lo è ancora. E come se non bastasse, in un angolo dello studio, fermo su un tappeto fatto all’uncinetto, c’era un tremendo mastino marrone.

Mr. Raymond si alzò dal tavolo e ci accolse. Norman ed io eravamo così nervosi, che non riuscimmo a sederci. Rimanemmo impalati là. Siamo rimasti per tre o quattro intere ore così come eravamo. Tutto quello che avevamo visto in quei minuti dal nostro arrivo era troppo per essere digerito tutto in una volta. Erano quel tipo di cose che avevamo sempre sognato.

Incominciammo a parlare con Mr. Raymond, chiedendogli cosa stesse facendo, e cosa avrebbe voluto fare. Allora, ricorderai, stava ancora facendo Flash Gordon, e la cosa più vivida nella mia testa è la sequenza sul Pianeta Mongo. In effetti è la cosa più grande che sia stata fatta in una striscia sindacata.

Ci parlò come se noi fossimo dei suoi colleghi adulti, che era il più grande complimento del mondo. Ci chiese dei nostri progetti, quello che volevamo fare, e noi gli parlammo brevemente di noi stessi. Ci chiese cosa pensassimo del suo lavoro e avemmo il coraggio di dire: “Cavolo, ci piace la roba che facevi prima, ma crediamo che quello che stai facendo adesso è tutto sommato buona”. Erano due ragazzini che amavano la vecchia roba come Flash Gordon e the Underwater Kingdom, gli uomini leoni, gli uomini uccelli etc. Era giunto ad un punto in cui era diventato molto più elegante e sofisticato, più di un illustratore. Stava facendo anche dei libri di illustrazione per una serie di volumi di Mark Twain che erano davvero favolosi. Credo che non apprezzassimo altra roba che le vecchie cose, dove Flash combatte i malvagi sul pavimento con coltelli. Forse non ci riesco ancora.

Comunque, Norman ed io eravamo là da tre o quattro ore. Eravamo rilassati e nervosi nello stesso tempo. Ci offrì da mangiare. Non prendemmo nulla. Un bicchiere d’acqua? No, non volevamo nulla – non ci eravamo ancora seduti, eravamo tanto nervosi. Aveva una scadenza incombente, ma pazientemente ci permise di restare, parlando con noi per tutto il tempo.

Mentre ritornavamo, sul treno, non riuscivamo a smettere di parlare della nostra “intervista”. “Caspita, l’abbiamo fatto”. Raymond deve avere sospettato qualcosa, perché non prendevamo appunti. Avevamo detto che lo stavamo facendo per il giornale della scuola, ma non prendemmo un appunto per tutto il tempo che restammo lì. Norman più tardi mi chiese: “Credi che ce la faremo mai, Joe?” “Cavolo – un giorno, forse un giorno ci riusciremo, Norm”. Parlammo di quello lungo la strada per il ritorno a Brooklyn.

4 risposte a “Il celebre signor. K: intervista a Joe Kubert

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