Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #5 – Editori Soli

Nuova imperdibile puntata della rubrica di Giorgio Trichero:  “Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia” (QUA i post precendenti).

Arale tocchigna una bella merda fumante

Nelle case editrici succede spesso di vedere capolavori pubblicati di fianco a merda fumante.¹

Credo che in quelle grandi sia dovuto all’eccessiva parcellizzazione delle fasi di scelta e editing che deresponsabilizzano i vari passaggi, e in quelle piccole a stanchezza.
A volte le due, tre persone che devono prendere decisioni sono stanche e non capiscono più cosa devono fare. Spesso la persona è una sola e semplicemente compie un errore, e non c’è nessuno che può farglielo notare: le persone che fanno notare gli errori di solito vengono licenziate.
E poi cosa succede, hai pubblicato un libro brutto e ti devi impegnare ancora di più per venderlo e cercare di non fartelo rimanere sul groppone. Se hai un minimo di confidenza con qualche editore, o lo prendi nel momento giusto, ammetterà di aver pubblicato libri brutti, o inutili o incomprensibili e di essersi accorto dell’errore esattamente nel momento in cui i libri sono in viaggio dalla tipografia al magazzino.

Parli con editor² internazionali incredibilmente competenti, che massacrano le tue proposte con una precisione chirurgica, roba che quando torni a casa ti ci vuole una settimana per riprenderti, e allo stesso tempo hai imparato più che in un anno di scuola. Eppure, guardi i cataloghi di quelle stesse case editrici e trovi aborti innominabili, fumetti che non avresti scritto/disegnato neanche fatto di benzedrina ed etere. Come può succedere? Nelle case editrici grandi ci sono molti editor, e comunque non sono loro che prendono le decisioni ultime. Ti trovi in una posizione scomoda: sai che è giusto che il tuo progetto non venga pubblicato perché è acerbo, e allo stesso tempo vedi cose innegabilmente peggiori già pubblicate. Bisogna semplicemente accettare la fallibilità degli editori.

Tom Gauld alle prese con un editore

Ma resta una domanda a tormentarci: cosa mette gli editori, grandi o piccoli, nelle condizioni di stampare prodotti di nessun interesse, né culturale né economico?
Farò uno dei miei salti quantici del ragionamento, uno di quelli che alla fine ti fanno dire ”ha ragione!” e dopo due minuti hai dimenticato tutto.
Ogni cosa sulla terra è destinata a morire. Qualsiasi cosa nasce, cresce, se ne sta un po’ così, poi decade e muore. Questa sequenza è applicabile a tutto, e in linea di massima è accettata come fatto triste, ma ineluttabile. È accettata anche dalle religioni, che ti dicono che dopo magari succede della roba spettacolare, ma che comunque non negano il fatto in se. L’unico processo che sembra non rispettare questa semplice verità è l’economia degli ultimi cent’anni. Pare che le aziende debbano essere in continua espansione sempre, e sembra che questa cosa risulti sensata per gli economisti e tutti noi consumatori. I cataloghi degli editori devono riempirsi costantemente di novità, e possibilmente aumentarne esponenzialmente il numero. I distributori chiedono continuamente nuovi libri, il primo anno 10? Il secondo 20 e così via. Se non occupi abbastanza scaffali, non muovi abbastanza camion, e il limbo del remainder è l’unica resurrezione nella quale puoi sperare.

Questo approccio, se può avere una parvenza di sensatezza con la produzione di pane, per fare un esempio, cercare di farne sempre di più… non ha senso neanche con il pane, ma con i fumetti proprio è da pazzi. Come se si potesse contare su un procedimento standard per la produzione di storie. Non funziona così. La qualità di una fumetto non è data da percentuali di ingredienti e un processo di cottura. Se l’editore deve espressamente garantire al distributore 20 titoli in un anno, gli darà i titoli che trova o produce in un anno. Magari c’è quel titolo o quei due, ai quali tiene e che spera vendano, quella manciata che pensa siano accettabili, e il resto è roba che fa numero.

Ogni anno ragazzi.

Gary Groth, un editore a mano armata

Pensate ai libri e ai fumetti che leggete in un anno, si contano su una mano i volumi davvero memorabili. E il lettore ha come possibilità di lettura tutto quello che esiste. L’editore no. L’editore deve trovare cose non ancora pubblicate nel suo paese. Ogni anno. E deve pagare per quelle cose. E poi deve riuscire a venderle. Ogni anno trovare decine di titoli che valga la pena stampare, per motivi culturali, affettivi o economici. Di queste decine di titoli inevitabilmente una buona parte è roba di cui si poteva fare a meno, e poi ci sono alcune cose orribili e alcuni capolavori.

Le grandi case editrici si parcellizzano, vanno avanti a cottimo, e finché si vende va bene così. Non ci interessiamo delle grandi case editrici, sono apparati burocratici come tutti gli altri, funzionano perché sì.

Mi rivolgo invece al Piccolo Editore, tu che sei solo là in cima: cerca un buon amico. Un paio di amici. Persone di cui ti fidi e che possano sostenerti nel momento di stanchezza, che fermino la tua penna dal firmare contratti di distribuzione da strozzinaggio, o la tua lingua dal far promesse a quell’autore che è sì, simpatico, ma è anche un cagnaccio che fa del ciarpame illeggibile. Abbandona, piccolo editore, il mito della produzione. Tanto stampi tirature così ridicole che se va bene vai in pari. Scegli ogni titolo come se scegliessi un compagno di vita. Lavora su ogni titolo come se fosse un figlio adorato. Crescilo nell’amore  e poi accompagnalo nel mondo. Fa che tutti possano vedere quanto è bello, tanto che dopo averlo letto lo regaleranno agli amici, alla mamma, e grideranno al mondo quanto è fondamentale quel fumetto. E magari dovrai pure ristamparlo.

Per poter fare così bisogna abbandonare il modello imperante, stampare 2, 3 libri all’anno  scontrarsi con l’assenza di distribuzione nazionale massiva e costruire una distribuzione locale, personale, e via web. I mezzi secondo me ci sono tutti. Mettiamoci l’amore.

True story

***

1. L’Editore con questa frase mi ha indirettamente commissionato questo pezzo, che andasse a indagare il perché della merda fumante.

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5 risposte a “Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #5 – Editori Soli

  1. Marco Pellitteri

    Caro Tonio,

    poiché sono un editor per prima cosa ti dico: l’imperativo seconda persona singolare di «fare» è «fa’», non «fa»…

    Come sempre avviene con i tuoi articoli, anche questo mi diverte ed esorta a riflettere, sia dall’esterno come lettore (ma è poi, oggi, il lettore così «esterno»)? sia dall’interno come operatore del settore, benché io non sia un editor di fumetti, nello specifico.

    Propongo un ragionamento secondo me semplice, che correla in generale l’aspetto «economico» con quello «qualitativo» e del «rendimento medio» (o standard) di un prodotto. Nella serialità televisiva statunitense a budget medio e medio-alto, gli investimenti, proprio perché sono alti, e soprattutto perché sono interamente privati (quindi escludiamo le schifezze della Rai, dove i criteri selettivi sono tutt’altro che meritocratici), devono rendere in proporzione. Per questo motivo la ricerca della qualità nei serial americani è prioritaria in termini di efficacia sul pubblico: farli rimanere incollati allo schermo per dare soddisfazione agli acquirenti gli spazi pubblicitari. Si può dire quel che si vuole su serie come Lost, The Walking Dead o su sit-com come How I Met Your Mother ecc., ma non che non fidelizzino enormemente milioni di telespettatori. Questo perché la scrittura, le interpretazioni ecc. sono di un livello tale che – benché sempre all’interno di meccanismi dell’artigianato industriale, se mi consenti l’ossimoro, interno a Hollywood e ad altri centri produttivi dislocati anche altrove negli Usa – l’obiettivo viene spesso centrato. Motivo? Il livello delle professionalità coinvolte è mediamente alto, cioè risponde a un determinato standard sul quale non si può sgarrare: i soldi messi in ballo sono tanti, quindi avviene una selezione molto mirata a far sì che le maestranze al lavoro siano fra le migliori. Alla base della qualità c’è evidentemente una macchina della formazione professionale altamente oliata, che funziona e si riproduce con straordinaria puntualità di generazione in generazione fra attori, sceneggiatori, registi, montatori, scenografi.

    Nella maggior parte del mondo del fumetto – e questa è solo una mia ipotesi su cui possiamo discutere, e comunque limiterei il discorso all’Italia, visto che la tua rubrica parla del fumetto italiano – la scarsità dei budget disponibili è un forte handicap: pertanto, non sussiste giocoforza quella tensione all’ottimizzazione dello standard, quindi la gran massa dei prodotti di molti piccoli editori è scadente. Si va a cercare la quantità a discapito della qualità soprattutto a causa di quei meccanismi distributivi che correttamente poni in evidenza. La qualità alta di alcune opere è il risultato dell’estro individuale che emerge ogni tanto. Questo non avviene invece, con la stessa regolarità, laddove i budget stanziati e anche l’istituzione di una metodologia di lavoro più “scientifica”, diciamo così, sono più sostanziosi gli uni e rigorosi gli altri. Si vedano i risultati della Bonelli, superiori per vendite a tutti gli altri fumetti italiani non per mano dello spirito santo ma perché convergono nella sua produzione budget maggiori, un’organizzazione del lavoro altamente specializzata e metodica, e alla base una selezione dei talenti molto più attenta ed esigente; all’interno, beninteso, di una “griglia” narratologica, strutturale e di genere che certamente facilita la creazione di storie in serie, di serie, ma evidentemente non stancanti, nel loro essere evasive, escapiste, avventurose, divertenti nel senso etimologico.
    I piccoli editori si muovono spesso al di fuori – e fanno bene, in principio – di questa metodologia e di questo atteggiamento, perché vogliono esplorare nuove strade anche per non essere travolti dalla maggiore potenza dei fumetti Bonelli. Se però raccatti dal ciglio della strada chiunque proponga qualcosa di vagamente interessante solo perché devi produrre, produrre, come se il fumetto fosse parte di quella dinamica cieca dell’aumento indiscriminato della produzione (altro elemento che giustamente fai notare), è chiaro che ci saranno lavori eccellenti (molto pochi), lavori nella media (pochi) e lavori mediocri (molti), anche sulla base di quel principio puramente economico di cui ho parlato sopra. E rientra in campo il tema della formazione. Non direi la formazione “formale” (scusa il bisticcio) delle scuole di fumetto o delle accademie di belle arti. Direi piuttosto la formazione autonoma dei fumettisti. Ho l’impressione che ci si muova fra tre categorie di autori che non riescono a mediare fra questi tre “estremi”: quelli assai ignoranti in generale, che producono fumetti brutti e ininteressanti tout-court; quelli fissati con le citazioni “pop” e che non riescono ad andare oltre, limitando il loro pubblico ai fan, ai “savant” della cultura pop; e quelli super intellettuali che godono di una cultura classica anche molto raffinata, ma non riescono più a comunicare in modo efficace. Molti fra questi autori, dei tre tipi, credo lavorino anche per editori grandi come Bonelli e, quando “inquadrati” in un metodo e in un orizzonte produttivo fortemente collaudato, vengono tenuti a bada o si tengono a bada da soli, o comuqnue le loro capacità a volte modeste vengono prese per mano ed esaltate dal metodo; il risultato è che viene raggiunto un traguardo accettabile o decisamente buono perché regolamentato all’interno di quella griglia produttiva di cui parlavo.

    Va be’, mi sono dilungato. Dev’essere l’entusiasmo pre-lucchese. Ancora complimenti e a presto.
    Marco Pellitteri

  2. Onoratissimo di questa lunghissima risposta, Marco…Ma, non sono io l’autore del pezzo 😛 Credo che Giorgio Trinchero sarà entusiasta di rispondere alla tua attenta e preziosa analisi…;)

  3. Tonio scherza, ha scritto lui il pezzo, solo non ha voglia di risponderti!

  4. Va bene, dai, lo ammetto, ho scritto io il pezzo… grazie per i complimenti, i refusi invece sono di Troiani… 🙂

    Marco, non lo so, a me di Bonelli’s non piace quasi più niente, non riesco più a leggerli da anni. A volte riprovo a leggere cose vecchie e non riesco, provo a leggere cose nuove e non riesco, se arrivo in fondo è sempre saltando balloon e didascalie, scorrendo le pagine dalla metà in poi giusto per avere un’idea complessiva di come va a finire. Lost non l’ho guardato, The Walking Dead mi ha lasciato indifferente il primo volume del fumetto per cui poi non ho neanche approcciato la serie, How i met your mother è bella. Non tutte le stagioni naturalmente, e in particolare quest’ultima si sta trascinando sempre più stancamente, ma nelle prime stagioni ricordo puntate con sceneggiature davvero di altissimo livello. Una grande scrittura comica, con strutture complesse e raffinate.
    Credo che per il mio livello di selezione, magari anche eccessivo perché mi annoio davvero facilmente, poco importi la provenienza dell’opera, o i procedimenti di produzione.

    Non credo ci sia un sistema produttivo giusto per fare fumetti, o film, o serie. Ho anche l’impressione che le produzioni con alti budget, orientati alla distribuzione internazionale, abbiamo dalla loro un livello minimo alto, ma nessuna possibilità di eccellere. Le regole che si devono seguire per fare una serie come How I Met Your Mother in realtà l’appiattiscono verso la mediocrità. Invece una serie comica, dalla produzione comunque importante, ma sicuramente più di nicchia come “Luoie” (autobiografia del comico Luois C.K:) è un capolavoro. Senza mezzi termini, non un capolavoro per essere una serie, per me è un capolavoro come lo è “I Demoni”. E lo è anche perché non segue quelle “regole fidelizzazione” che, per quanto nascoste da un certo cinismo e ammascate con mestiere, vengono rispettate pedissequamente in “HIMYM”.

    Onestamente la divisione che fai degli autori mi sembra un po’ estrema… ma forse sono io che non ho capito bene.

    Se passi dalla Self Area, chiedi di Trinchero (non Troiani, mi raccomando) allo stand Mammaiuto, che ti regalo una cosa.
    Tutti in Fiera!

  5. Marco Pellitteri

    Ciao, non ho ancora letto la tua risposta, sono in viaggio, ma mi scuso per la confusione Giorgio Trinchero / Tonio Troiani. Sono tutti uguali questi critici del fumetto, pure i nomi allitterano! 🙂

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