I vecchi quotidiani valgono quanto Foglie d’Erba

 

Nel 1990 il Moma decise di celebrare con un’imponente mostra, a cura di Kirg Vanerdoe e Adam Gopnik, la relazione bastarda tra l’arte moderna e la cultura popolare. La mostra High and Low: Modern Art and Popolar Culture non poteva non annoverare il fumetto come espressione autentica e autenticamente americana della cultura popolare.  Peccato che le tiepide concessioni fatte alla Nona Arte non riscontrarono la simpatia dei cartoonist americani, che anzi criticarono duramente l’esposizione.

John Romita si scagliò in maniera molto dura contro l’esercizio di “imbarbarimento” fatto da Roy Linchenstein: e quasi 4 anni dopo continuava nervosamente a criticare l’operato dei curatori [1]. Soprattutto perché a trent’anni di distanza il “furto” di Linchenstein non era stato riconosciuto in quanto tale: figurando, invece, come un’intelligente opera di rielaborazione su un materiale basso come il fumetto [2].

Contro il lavoro stereotipato di Linchenstein intervenne anche Art Spiegelman che da anni lavorava sul rapporto tra arte e cultura popolare, ma dal versante opposto, cioè triturando l’arte museale e mischiandola in maniera geniale con il linguaggio dei comics e la cultura popolare e mainstream: lavorando sulla contiguità, più che sulla distanza.

Dell’intervento di Spiegelman ne abbiamo già parlato brevemente qui. Tuttavia, tralasciando gli strali contro Linchenstein, quello che nella tavola/recensione/stroncatura di Spiegelman, apparsa su Artforum, è interessante è: la presenza dell’opera di Herriman e una sottile meta-citazione della rubrica Ching Chow, che distribuiva quotidianamente perle di saggezza, sotto forma di aforismi.

George Herriman godeva da tempo di  una  parziale consacrazione per il monumentale Krazy Kat. Infatti, nel 1924, Gilbert Seldes, curatore della rivista The Dial, nel saggio The Seven Lively Art (qui) ne aveva decretatone il valore:

E’ un’opera che l’America dev’essere orgogliosa d’aver prodotto e che deve sbrigarsi ad apprezzare. E’ ricca di qualcosa che possiediamo ancora troppo poco: la fantasia. E’ piena di tenera ironia; possiede delicatezza, sensibilità e una bellezza ultraterrena. 

L’ingresso di Herrimann all’interno dei saloni del MoMa era, pertanto, già stato preparato da un’autorevole parere. Se lo stesso critico, che dava alle stampe sulla propria rivista una delle opere più importanti del secolo, quella Terra Desolata – tanto amata dal sottoscritto – a firma di T.S.Eliot, aveva prestato tante attenzioni ad una strip come Krazy Kat, non c’era dubbio che il lavoro di Herrimann avesse un intrinseco valore. Un valore che per i curatori si concretizzava nell’assonanza degli spazi della Contea di Coconino con i Notturni di Mirò, o meglio sembrava limitarsi a questo: ai riferimenti più o meno palesi che l’opera di Herriman mostrava.

Ed ecco, allora spiegata la rabbia di Ignatz, che con fare iconoclasta colpisce un quadro di Mirò e, ci mancherebbe, il povero/a Krazy Kat.

Tuttavia, il fumetto ha anche una sua identità, che passa dal basso e non ricorre ad alcuna velleità “artistica” per dichiarare la sua identità estetica.  Mancava, allora, nell’idea compilativa dei curatori tutto un mondo intrinsecamente americano. L’interesse di Spiegelman per i Tijuana Bible [3 ] e i fumetti della Golden Age. Sembrano suggerire che le maggiori suggestioni per i cartoonist della sua generazione provenissero dagli albi da 10 cent – soprattutto se precedenti all’approvazione nel del Comics Code.

E quando, Spiegelman inserisce un riferimento alla rubrica Ching Chow non si può non pensare al lavoro parodistico che il prolifico e immenso Jack Cole gli dedicò durante gli anni alla Quaterly. Sul blog dedicato all’autore se ne traccia la storia (qui).

Apparso come filler tra il 1940 e il 1945 su Smash Comics, con Wu Cloo Jack Cole incominciò a delineare il suo stile, che di lì avrebbe trovato una fortunata espressione nell’esuberante Plastic Man, a cui guarda caso Art Spiegelman ha dedicato un amorevole saggio, nonché delle “significative” illustrazioni, per magnificarne la genialità. L’irruzione di Plastic Man nella sala di un affollato museo, dove sono esposte delle opere di Picasso, sembra essere quasi l’ennesimo monito di Spiegelman, a quanti stentavano ancora  a comprendere la radicale importanza per la sua generazione e per la cultura americana di quella “Ten-Cent Plague” che infestò l’America durante il secondo dopo guerra e di cui Jack Cole fu uno dei tanti protagonisti e una delle tante vittime.

Copertina del numero del New Yorker in cui è ospitato il saggio di Spiegelman su Jack Cole

Proprio Cole, forse un po’ stanco di creare cloni di personaggi già esistenti per parare le spalle agli editori, come con Midnight, sorta di gemello editoriale del più famoso – si fa per dire – The Spirit, o The Claws, ennesima declinazione del personaggio pulp di Fu Manchu, già protagonista di alcune storie a firma di Leo O’Mealia, poi ristampate su Detective Comics dall’allora National/Dc, ideò una commistione di generi che esaltasse la potenzialità “plastica” del suo segno: lo screwball comic di Wu Cloo è il prototipo per Plastic Man.

Non a caso un certo piacere per il decoro “a pois”  già sperimentato in Wu Cloo, di lì a breve fece capolino anche in Plastic Man, in quell’apoteosi di inettitudine che è Woozy Winks, apparso nel numero 13 di Police Comics nel 1942.

Due tavole a confronto: Smash #20 e Police Comics #13

I racconti di Ace Hole. The Midget Detective  sanciscono questo amore viscerale per la letteratura pulp e per l’arte tout court (senza dubbio deformata da una prospettiva che fa un po’ evidenzieremo)  una totale continuità tra questi registri, miscelando l’arte museale, i tascabili pulp e i detriti del consumismo in un cocktail esplosivo, che ha come fine quello di mostrare come il medium fumetto abbia una natura onnivora e indifferente alla provenienza del materiale. Le decostruzioni di Picasso e l’inventività grottesca di Cole ricadono per Spiegelman sullo stesso piano.

O forse, sarebbe meglio dire che Picasso faceva ormai parte della cultura popolare che aveva generato il fumetto, era stato ormai ingurgitato e spogliato della sua aurea sacra per divenire materiale per fare altro. Ed infatti più che a Herrimann o  ad un cartoonist come Sterrett, che aveva un’estrema dimestichezza con il linguaggio cubista, il riferito “ironico” e “post-moderno” deriva dall’opera dissacratoria che Kurtzman e Elder negli anni Cinquanta stavano portando avanti su Mad Magazine.

E’ lo stesso Spiegelman a parlarcene nel suo ritratto dell’artista da giovane apparso come prefazione all’ultima edizione di Breakdowns. Infatti, nel raccontare gli anni onnivori dell’infanzia, una nota particolare è dedicata all’incontro con il magazine della EC Comics, prima dell’avvento del Comics Code. Il numero di cui parla Spiegelman è l’undicesimo.

Al riguardo così ricorda il suo incontro con la signorina ritratta in copertina:

Sembrava un po’ come Mona Lisa e un po’ come quelle donne di Picasso che avrei imparato ad amare inseguito. Ma, lei era la versione “meatballs-and-spaghetti”. Era “post-modernismo” avant la lettre. Era Stupenda. 

I fumetti – come per la maggior parte dei ragazzi americani e non cresciuti nei tardi Quaranta e nei primi Cinquanta – rappresentavano quello che Spiegelman definisce “l’unica finestra” sulla cultura americana. Basta scorrere un po’ di copertine di Mad, per capire che il primo approccio all’Arte avveniva attraverso un medium particolare come il fumetto, nutrito poi di un’ironia pungente e dissacrante, che ne minava la distanza e l’autorità.

L’esposizione “ritardataria” alla caotica inventiva degli anni d’oro del fumetto, hanno fatto di un timido figlio di emigranti polacchi – reduci da una delle più terrificanti esperienza del secolo scorso – un divoratore e de-costruttore di mondi, il cui tratto più importante è l’ironia post-moderna.

David Foster Wallace ha scritto:

L’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. È questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. Il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto in basso, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e i doppioni. Il sarcasmo e l’ironia sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c’è sotto. Il problema è che, una volta che le regole dell’arte sono state smantellate, e una volta che le sgradevoli realtà diagnosticate dall’ironia sono state rivelate in pieno, “a quel punto” che facciamo? [4]

A quel punto che facciamo?!? O ristabiliamo l’ordine e ci lanciamo in una grande narrazione come ha fatto Spiegelman con Maus, con il rischio di esaurirci scavando troppo a fondo in quello che siamo, o continuiamo a interpellare le nostre ossessioni; oppure non ci resta che guardare al passato come qualcosa non da smantellare, ma da conversare e preservare.

Oppure, continuando sulla vecchia strada (e scusandosi preventivamente): forse il cinismo salverà il mondo

Sorry E.B. by Michel DeForge

* * *

Note

[1] Per leggere l’intervento di Romita date un’occhiata al blog di Eddie Campbell, qui

[2] David Barsalou aveva pensato tempo fa di de-costruire il pittore ponendo le opere a confronto con i loro originali. http://davidbarsalou.homestead.com/LICHTENSTEINPROJECT.html

[3]  Secondo Spiegelman i Bibles sono stati i primi “comic book” americani a presentare materiale inedito. Si veda Art Spiegelman, «Dirty Little Books», Tijuana Bibles: Art and Wit in America’s Forbidden Funnies, 1930s-1950s (New York, 1997).

[4]  da Larry McCaffery, An Interview with David Foster Wallace, Review of Contemporary Fiction, estate 1993; Laura Miller, The SALON Interview – David Foster Wallace, 8 marzo 1996; traduzione di Martina Testa

Annunci

4 risposte a “I vecchi quotidiani valgono quanto Foglie d’Erba

  1. Pingback: Al Feldstein e gli eredi di Harvey Kurtzman reclamano i diritti sui classici della EC | Conversazioni sul Fumetto

  2. Pingback: Roy Lichtenstein e Image Duplicator: dare a Cesare quel che è di Cesare | Conversazioni sul Fumetto

  3. Your posting is abuelstoly on the point!

  4. and gender. And for those of you familiar with my experimental pornographic philanthropy project “Karma Pervs“, you know that I am playing with ways to creatively meld my interests in art, sex, and

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...