Il fumetto che suona. Chagall secondo Joann Sfar

Chi ha visto Dessins, il breve ma inteso documentario di Mathieu Amalric su Joann Sfar, sa che per il fumettista francese disegnare e raccontare storie è un fatto compulsivo, una necessità da assecondare sempre e in ogni luogo. Sono pochi però gli autori prolifici che riescono a conservare in ogni opera lo stesso profilo qualitativo, senza segni di cedimento, e Sfar è certamente uno di questi. L’ultima traduzione di un suo graphic novel arriva da Bao Publishing ed è, dopo Pascin,  una nuova incursione nel mondo (immaginario) di pittori realmente esistiti. Chagall in Russia è infatti presentato da una brevissima nota paradossale: “Marc Chagall, pittore russo naturalizzato francese, è considerato una delle figure più importanti dell’arte del Ventesimo secolo. Questo libro non parla di lui”. Le avventure dell’immaginario Chagall prendono il via da un vagabondaggio nei boschi e proseguono tra matti che si credono profeti, donne volubili che incarnano il desiderio, cosacchi sanguinari e macellai-golem, sogni estatici e tormentati, strampalate compagnie teatrali destinate a sciogliersi.

Non inganni la rigida griglia di sei vignette per tavola, che poco limita il tipico stile selvaggio con cui Sfar muove in avanti l’azione del racconto, tra accumuli e digressioni. E’ vero che il metodo compositivo, che procede sostanzialmente per improvvisazione – per sua ammissione, quasi sempre Sfar comincia a disegnare senza sapere cosa accadrà nella tavola, o perfino nella vignetta, successiva -, lascia continuamente sfaldare e ricomporre il racconto. D’altra parte ciò esalta una freschezza di linguaggio e una leggerezza che inchiodano al puro piacere della lettura. Tra la griglia fissa e il colore senza sfumature dell’impaginazione, e questa grande libertà espressiva che vi è all’interno, Chagall raggiunge un perfetto equilibrio tra forma e vita, laddove Pascin era una continua variazione di generi, stili e formati, che esaltava la confusione.

I disegni sghembi e un certo piglio da cartoon, una densità di oggetti e figure simboliche che affollano la scena conferiscono al racconto il sapore della fiaba.

Ma si può azzardare anche un paragone con la musica. Sfar disegna come se stesse strimpellando un motivo, a cui man mano si aggiungono diverse parti orchestrali. Racconta una storia come fosse un brano klezmer [1], un pezzo tradizionale su cui innesta personali variazioni dettate dal proprio spirito creativo. Ogni personaggio – ma anche il colore ha una funzione simile – è un’unità timbrica o uno strumento, e si porta dietro un tema: l’abilità di Sfar è quella di intrecciarli tra loro, secondo schemi variabili. Chagall è proprio come una composizione musicale in cui il ritmo e la melodia sono più importanti del testo, in cui non c’è e non è importante che ci sia, una storia vera e propria.

L’identità ebraica è ancora una volta fondante, ma poi non è che un contenitore, continuità concettuale dell’opera di Sfar. Chagall va altrove, si muove tra i villaggi russi come un moderno Candide – e con Voltaire questo libro condivide quella velocità e densità del racconto di cui parlava Calvino [2] -, uno spirito puro che antepone l’arte alla vita, in un mondo feroce e insensato, per scoprire che l’arte è destinata a soccombere di fronte alla vita, al tempo, alla storia. Come pure nel Gatto del Rabbino, Sfar affronta argomenti delicati, come la tolleranza e la difficile convivenza tra i popoli, ma sempre senza essere didascalico. In effetti qui la violenza, spesso estrema, improvvisa, è stilizzata al punto da apparire al tempo stesso terribile e comica. Non c’è alcuna ragione nella furia distruttiva dei cosacchi, come pure in quella creativa di Chagall, se non quella di avere un posto nel mondo. Così vanno le cose.

Il sogno di Chagall è quello di mettere su una compagnia teatrale, perché il disegno non gli basta: è un semplice calco del reale e lui vuole rendere animato un sogno. Per questo riunisce un improbabile capannello di persone: un matto, un violinista, un macellaio forzuto, un gruppo di prostitute e uno di cosacchi rimasti senza “lavoro”. Nel mezzo c’è l’unità tematico-rappresentativa del corpus pittorico di Chagall: il volo. Nella prima parte il pittore sogna di volare, e tenta di interpretare il sogno alla luce delle parole del rabbino. Le sensazioni sono contrastanti, tra il tormento e l’estasi, ma lui lo legge come un buon segno. Poi si dice che in fondo sono oracoli, che il mistero è sempre tale, e che forse tentare di svelarlo è solo un’espressione della tracotanza umana, soggetta in quanto tale alla punizione divina.

Quando, alla fine, intorno al personaggio le cose prendono una brutta piega, Sfar ritorna sull’episodio con una trovata geniale, rovesciando la tavola del sogno (cfr. pag. 52 e pag. 103). Chagall sale su una lunga scala per dipingere la volta di un granaio, in cui si dovrà allestire lo spettacolo teatrale, e una volta in cima scorge la sua amata – è per far colpo su lei che ha imbastito tutto – mentre bacia un altro, il macellaio-golem. Chagall perde l’equilibrio:

Quindi, esattamente come nel sogno che gli aveva mandato il rabbino Lubavitch, Chagall si spacca la faccia. Ahiahiahi! Era più giusto osservare l’immagine di quel sogno alla rovescia, non si trattava di un volo. Il rabbino gli aveva mostrato in sogno un ebreo che inciampa. Mentre cade si domanda come diamine ha fatto a interpretare così male il sogno. E si rammenta un professore d’acquerello che gli aveva spiegato che sul fondo della nostra cornea le immagini si formano al contrario, che è il cervello poi a raddrizzarle. Lasciar far al cervello… Che sciocchezza!

 Il volo era in realtà una caduta. Ecco sfumare i sogni. Chagall, ingessato, disegna ormai con grande difficoltà. Entra in crisi. Le prostitute si annoiano e i cosacchi si lamentano: “Così non va proprio. Quando eravamo soldati, il nostro capo si complimentava con noi per come massacravamo le persone… E’ bello essere apprezzati per il proprio lavoro, è fondamentale”. Lentamente la follia travolge ogni cosa, fino a che il villaggio non è di nuovo travolto da stupri, massacri e pogrom. Ci si può commuovere perfino con una trovata surreale, come quella del pittore che prega tutti gli abitanti e gli animali del villaggio di mettersi in salvo nell’unico modo possibile, cioè saltando tutti nel suo quaderno dei disegni. E’ il lirismo stralunato di Sfar, feroce, ironico ma anche profondamente umano. Quella di Chagall in Russia è una lettura così ricca e intensa che non può esaurirsi in una volta sola.

* * *

Note

[1] Musica che tra l’altro Sfarr suona e a cui ha dedicato anche un bel libro, intitolato per l’appunto Klezmer, edito in Italia da Rizzoli Lizard.

[2] Un altro parallelo letterario può essere tracciato, per diversi motivi, anche con Ritratti di Fidelman (1969) di Bernard Malamud, storia di uno sfortunato pittore ebreo in viaggio in Italia, anch’egli preda dei suoi sogni e ossessioni, calato in un mondo ostile.

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Una risposta a “Il fumetto che suona. Chagall secondo Joann Sfar

  1. apprezzo molto Sfarr ed effettivamente, anche questo volume, mantiene alta la freschezza e l’immediatezza dell’autore nel raccontare. il suo fumetto è calligrafico.

    sp

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