Speciale 50 anni di Spider-Man – “Il volo”

Lo speciale per i 50 anni del Ragno (Qua tutti i post) continua con un racconto di Andrea Tosti sul primo  avversario di Spider-man, Adrian Toomes, alias l’Avvoltoio. Le illustrazioni sono di Tommaso Romagno.                                                    

“Tieni, mangia. Piano, piano. Non sbavare così, apri bene”

Adrian Toomes aprì la bocca. La minestra era troppo calda e gli bruciava il palato, ma non si lamentò. Ancora una volta la aprì, buttando giù quella robaccia insapore. In un qualche modo sapeva di aver goduto di ben altri pasti, in passato, ma non riusciva bene a ricordare. Si trattava solo di una sensazione vaga, confusa, come tutto il resto.

“Lo so, lo so. Vorresti della carne ma me lo hanno espressamente proibito. Con la bocca in quelle condizioni, poi. Sù, mangia. Ahhhh”

Alla parola carne la bocca gli si spalancò involontariamente in un grottesco sorriso, mostrando le gengive rosa, ormai senza denti. Carne, sì, aveva mangiato carne. Carne succolenta, sanguigna, carne fresca, carne cru…

“Ecco, bravo, così. Solo un altro cucchiaio e abbiamo finito”

Chi era quell’uomo che aveva di fronte? Non riusciva a vedere i suoi occhi dietro quelle lenti scure, ma sapeva di conoscerlo. Forse era uno dell’ospedale, uno nuovo. Non lo sapeva, non lo sapeva mai. Era così difficile tenere a mente tutte quelle facce nuove e ogni giorno se ne aggiungevano altre e poi altre e  ancora e ancora. Alcune scomparivano. Quello, però, non sembrava essere uno dell’ospedale. Era vestito in maniera strana, portava il trench nonostante fossero all’interno e in piena estate. Era davvero in estate? Faceva caldo, doveva essere estate. Era in estate che faceva caldo? Non ne era sicuro. Di sicuro sapeva solo che non poteva essere uno dei pazienti, tanto meno qualcuno del personale.  La cosa più strana di tutte, però, è che l’altro sembrava avere più braccia del necessario, più di quante fosse normale averne, almeno credeva. Trattenne, vergognandosene, l’istinto di abbassare lo sguardo per contarsi gli arti. Girò, invece, lentamente la testa incurante del cucchiaio che gli galleggiava ancora in bocca per guardarsi intorno, provando a dissimulare la confusione che lo stava portando quasi alle lacrime, con l’unico risultato che la minestra calda gli scivolò quasi tutta lungo le guance incavate.

“Adrian, guarda che disastro hai combinato. Aspetta che ti pulisco”

Mentre uno dei tentacoli, con un delicatezza che lo sorprese,  gli tamponava il viso con un fazzolettino di carta, Toomes passò in esame gli altri pazienti presenti nella stanza. Uno era riverso di fianco su divano, un braccio che penzolava oltre il bordo, altri fissavano la televisione, inebetiti, una donna piangeva sommesamente in un angolo malamente assistita da un membro del personale che, se con una mano le carezzava la testa, con l’altra rispondeva ad un messaggio sul proprio cellulare: voleva pensare di essere diverso da loro, ma non era ancora così rimbambito da crederlo veramente, non così tanto, almeno, da non capire che se forse non era ancora perduto come loro, restando lì quella sarebbe stata anche la sua fine. Ad ogni modo non c’erano dubbi; per malmessi che fossero avevano tutti due braccia e solo due. Quella che piangeva nell’angolo forse aveva  anche una coda, un’altro sembrava avere una cresta squamata che gli partiva dalla fronte ma, cavolo, a contare fino a due riusciva ancora.

Tornò a fissare l’uomo che aveva di fronte.  Nel suo solito modo nebbioso sapeva di conoscerlo. Dietro quel vecchio bizzarro sapeva che doveva esserci qualcosa di più, qualcosa che lo riguardava, ma come era difficile pensare.  Anche lui, Adrian (A-d-r-i-a-n, se lo ripeteva di continuo per non dimenticare persino quello) credeva di essere stato diverso da come era ora. Ricordava delle cose che sapeva essere impossibili, come quando “vedeva”, distintamente,  la città dall’alto o “sentiva” la potenza e il terrore mentre si lanciava dai tetti, le prospettive infinite della fuga dei palazzi durante la picchiata e, Dio, la memoria fisica del vento sul viso, che gli sferzava le guance e i capelli radi.

“Un altro, ancora”

Toomes aprì la bocca e buttò giù con rassegnazione l’ultimo cucchiaio di minestra. Naturalmente niente di quello che ricordava era vero. Aveva imparato. Dovevano essere un gioco della sua mente ballerina, come quando doveva sforzarsi anche solo per farsi il nodo alle scarpe. Era così complicato. Quei fili che si intrecciavano, prima un occhiello, poi l’altro e poi la stretta finale, ogni giorno da rifare di nuovo e ancora e ancora, un infinito ed incomprensibile intreccio, come una complicata tessitura, una tela.
La tela. Ricordava anche quella o forse si trattava solo di un sogno, perché quando la vedeva poi, enorme, incombente, era sempre nel suo letto, madido di sudore, incapace di distinguere il sogno e la veglia.

“Sono venuto a prenderti, Adrian. E’ da quando sono uscito da quella fetida prigione che ci penso. Dobbiamo rifarlo, so che dobbiamo rifarlo”.

Quello che una volta era stato l’Avvoltoio aprì di nuovo la bocca, meccanicamente, ma questa volta senza che arrivasse nessun premio. Restò lì, con la bocca spalancata, la barba malfatta, il cranio lucido, senza mai staccare lo sguardo dall’uomo che aveva di fronte, guardandolo con quegli occhi enormi, incredibilmente vivi e minacciosi, folli, perfino, dietro il velo di confusione che li annebbiava.

“Chiudi quella dannata bocca Adrian. Sono venuto a prenderti, riesci a capirmi? Ho già preso accordi con l’ospedale. Loro non vogliono più tenerti qui, perché nessuno copre più le tue spese e perché spaventi gli altri pazienti. Pare che tu avessi un figlio o un nipote, un qualche parente insomma che continuava a mandare soldi per tenerti qui ma da qualche mese non arrivano più assegni.  Se ti portassi via con me anche oggi, anche adesso, sarebbero più che contenti”

“Chi sei tu?”

“Dannazione Adrian, sono io, Octavius. Sei ridotto così male, alla fine? Non che gli altri stiano meglio, devo ammetterlo.  Da due mesi non faccio altro che girare per case di cura e ricoveri per rimettere in piedi in gruppo”

“Il gruppo”

“Il gruppo, sì, ricordi? Io, tu, Quentin e gli altri”

“Sergei”

“Sì, bravo. Ma Sergei è fuori gioco da un pezzo. Anche William è da escludere, da quando ha deciso di ammazzarsi dissolvendosi nell’Hudson. O è morto o è la più grande coscienza diffusa del pianeta. E’ un quesito affascinante. Potrebbe essere parte di queste mura, adesso”

“Sergei cacciava”

“Sì, bravo, Sergei cacciava. Ora caccia in altri pascoli probabilmente, pace all’anima sua. Anche se chi può dire se sia davvero morto, o non morto, no? Eh eh eh. Ne abbiamo viste tante noi,  Adrian, non credi? Forse persino troppe”

“Voglio dormire, sono stanco”

“Non puoi dormire adesso. Devi stare ad ascoltarmi. Per adesso siamo solo io e Quentin. Ho bisogno di te, capisci. Per quanto riguarda Quentin, non sono neanche sicuro che sia davvero lui. Come faccio a dirlo? Avessi ancora la mia strumentazione, almeno, i miei laboratori. Ho bisogno di qualcuno di cui potermi fidare. Non vuoi volare di nuovo?”

” Volare, sì, volare. Octavio…”

“Sì, Adrian, bravo. Vedi che puoi farcela? Lo vedi? Devi solo sforzarti. Vieni con me dobbiamo rimettere insieme il gruppo, ho già disegnato dei costumi nuovi. Devi vederli! Saremo di nuovo in pista e faremo vedere a quei ragazzini pieni di steroidi chi comanda di nuovo in città. Noi, non loro. Adrian, ci pensi? Niente più ricoveri di terz’ordine per pazienti speciali, niente più pensione sociale, niente più partite di scacchi al parco. Cristo, quei dementi non sanno neanche cos’è un’apertura Philidor. Come sono noiosi, piccoli, loro, tutti quanti loro. Si pentiranno di avermi interdetto a vita l’accesso a qualunque tipo di laboratorio, a me, il dottor Otto Octavius. Metteremo questa città a ferro e fuoco e poi chissà, forse, il mondo. Non ho più notizie di Victor. Chissà se è ancora al potere, potrebbe aiutarci, potremmo…”

“Octavio..”

“Dimmi Adrian, dimmi”

“Devo andare in bagno”

“Sì, Adrian, anche io. Quando mi emoziono mi si infiamma sempre la vescica. Non ti agitare, ti accompagno”

“Grazie Octavio, voglio volare”

“Volerai Adrian”

“Dopo però”

———–

“Non ho trovato niente di meglio per adesso. Richards riuscì ad individuare tutte le mie basi segrete, quando mi catturarono. Se penso che quello strafottente pivello ora ha in mano tutte le mie scoperte…lui sarà il primo, il primo di molti. Vieni Adrian, appoggiati a me. E’ il tuo vecchio appartamento, ricordi? Da quando ti hanno ricoverato nessuno lo ha voluto”

L’avvoltoio entrò nel piccolo appartamento  guardandosi intorno.

“Cos’è questo posto? E’ così sporco e piccolo e puzza, puzza molto di più dell’altro, quello in cui stavo prima”, pensò, eppure gli sembrava di riconoscerlo. La stanchezza lo fiaccava, erano anni che non camminava tanto, in alcuni tratti l’altro, l’uomo che lo accompagnava, aveva dovuto sollevarlo da terra con le sue braccia metalliche per farlo andare avanti. Ora vorrebbe solo dormire ma quest’uomo gli ha detto che potrà tornare a volare e questo lo tiene in piedi donandogli energie che non avrebbe nemmeno sospettato di poter ancora utilizzare. Volare? L’ha mai davvero fatto? Forse anche quest’uomo è una sua fantasia. Fa paura, gli fa paura, con tutte quelle braccia che gli roteano attorno come serpi.  Però ha detto che potrà volare. Lui vuole volare. Ha mai volato davvero? Volare è impossibile e lui lo sa. Cosa vuole quell’uomo da lui? Forse vuole ucciderlo, con le sue braccia-serpente, vuole strangolarlo, vuole stringergli la gola e il petto fino a quando gli occhi non diventeranno rossi e gonfi e gli schizzeranno fuori dalle orbite, vuole il suo sangue, il sangue, rosso, caldo, confortante, cosa vuole, cosa…

“Siamo sempre di meno Adrian, ma dovevamo aspettarcelo no? Aspetta, preparo un po’ di te. Ti piaceva il te? Non ricordo. Dopo tutti quegli anni di innesti cybernetici, droghe mistiche, pozioni magiche, esposizioni alle radiazioni, nanobots mininvasivi non potevamo non conoscere i rischi. Quelli che sono sopravvissuti sono andati fuori di testa. Di alcuni non saprei neanche dire più se sono umani. Per questo ho bisogno di te. Devi solo restare concentrato, Adrian, ho solo te adesso. Quando tornerai in azione sono sicuro che starai meglio, quando avrai di nuovo il potere la testa ti si snebbierà. Sto ancora cercando Electro. Anche con i pochi mezzi di cui dispongo ora dovrei riuscire a rintracciarne il suo profilo energetico. Secondo alcuni è disperso da anni nella rete elettrica di New York e di tanto in tanto si manifesta involontariamente, una sorta di poltergeist senziente, voci che escono dai tostapane, esplosioni di lampadine in forma umana, cose così. Dovrei riuscire a convogliarlo e a metterlo nel corpo di un robot. Ti ricordi i robot dei nostri anni, Adrian? Delle bellezze, con quei profili antichi. Non eravamo solo degli ingegneri e degli scienziati, la nostra è stata una generazione di artisti Ma mi servono soldi, soldi. Per questo dobbiamo rimetterci in piedi, rapinare qualche banca, riprendere il possesso dei miei strumenti, del tuo esoscheletro. Quanto zucchero nel te, Adrian. Adrian?”

“Niente zucchero. Nero”

“Come piace a me. Adrian, ascoltami bene. Io adesso devo uscire. Credi di riuscire a stare un’ora da solo? Devo fare delle commissioni ed è meglio che non ci vedano troppo insieme. Guardami Adrian. Ci riuscirai”

Cosa vuole? Adrian guarda nel fondo nero della tazza di te che tiene fra le mani incerte. Non alza lo sguardo e i pensieri si mescolano nei riflessi scuri del liquido fino a quando deve separarsene a fatica, per non rischiare di perdersi, di rimanere invischiato in quelle profondità fino al punto di non riuscire a risalire. L’altro gli ha rivolto una domanda. Come ha detto di chiamarsi? Qualcosa che aveva a fare con un numero. Uno? Quattro? No, era un numero più grande. Otto, Octavio. Sa che aspetta una risposta. Deve rispondergli o potrebbe arrabbiarsi e lui è così stanco e fragile. Con estremo sforzo alza lo sguardo dalla tazza e fissa con lucida decisione il Dottor Octopus.

“Sì, Octavio, ci riuscirò”

“Bene, bene”. Sul viso del dottore si aprì un sorriso grande come la speranza.
“Tornerò presto, vedrai e passeremo la notte a ricordare i vecchi tempi e a fare nuovi piani per il futuro. Non siamo finiti, Adrian, non lo siamo mai stati”

“Sì, Octavio”

La porta si chiuse dietro quell’intrico di braccia. Adrian, che fu l’avvoltoio, restò finalmente solo. Già il ricordo di quell’uomo impossibile da immaginare cominciava a svanire. Restarono solo poche sensazione e l’eco di una vaga promessa. Quella del volo. Mentre ci pensava Adrian era inquieto. Solo, in un luogo che non conosce, non gli riesce di star fermo né di riposare come tanto vorrebbe. Nella sua mente da tanti anni addormentata si agitano migliaia di pensieri germinali che a fatica e raramente raggiungono la maturazione nella sua coscienza. Eppure quel posto non gli è nuovo, in qualche modo sa di averlo abitato, forse in un’altra vita. E’ meglio dell’altro, del posto dalle pareti bianche dove era stato fino a poco prima? Quanto tempo era passato? Ore, anni? Un’altra cosa che non sapeva. Era felice lì? No, non lo era. Lì era solo vecchio, anche se non riusciva ad immaginarsi diverso da quel relitto che ora sedeva su un divano stinto e minaccioso.  C’era una cosa bella, però, in quel posto, i lavori di ricamo che gli facevano fare per calmarlo. Pasticche e punto croce. Gli piaceva ricamare anche se certe volte era così dannatamente difficile, ricominciare ogni volta, ricordarsi come fare. La tela emergeva anche lì, in quei disegni incerti sulla stoffa e quando veniva fuori loro non erano contenti. Dicevano che la tela non era una cosa buona, gliela strappavano di mano. Maledetti. Aveva bisogno di bere, faceva così caldo e lui era così fragile, implume, come un uccellino. Prima di alzarsi si guardò le gambe secche, le braccia magre. L’acqua fredda gli scivolò sul volto rasato di fresco, un regalo dell’uomo serpente, un bentornato, aveva detto. Come si chiamava quell’uomo? Esisteva davvero? Non lo sapeva. L’acqua gli rinfrescò la gola secca ma non le idee. Lentamente cominciò ad esplorare il piccolo appartamento, il cucinino, il salotto usato anche come sala da pranzo, il bagno, la stanza da letto. Sulla parete di fondo, nella penombra della finestra socchiusa la vide, vide la parete e ricordò la tela, ancora una volta.

Decine e decine di ritagli sull’uomo in calzamaglia rossa e blu, a volte nera, coprivano quasi completamente il muro dalla vernice scrostata e gonfia. Alcuni erano ingialliti per via dell’umidità, i bordi incollati che penzolavano tristemente muovendosi all’aria. Non ebbe bisogno di sforzarsi per ricordare chi era quell’uomo, quell’eroe: era lui, il ragno. La sua immagine ripetuta lo colpì come un pugno al mento. Le pose plastiche, l’eleganza dei volteggi: Dio, era bellissimo, pensò. Una lacrima, solitaria e lenta, gli scese lungo il volto senza trovare il coraggio di cadere. Poi quegli occhi secchi da troppo tempo si sciolsero in un pianto senza vergogna. Adrian forse neanche se ne accorse. Cosa aveva detto quell’uomo? Quello una volta era stato il suo appartamento, suo, di Adrian. Allora quei ritagli dovevano essere suoi, suoi quei ricordi, quei momenti. D’improvviso ricordò tutto, ogni cosa tornò al suo posto. La sensazione splendida e terrificante del vuoto, il vento sul viso. Lui era il ragno, sua era la tela. Come aveva potuto dimenticarlo, come? Per tanti anni aveva sofferto in silenzio senza saper dare un nome a quel vuoto che gli cresceva dentro e che ora aveva una forma precisa. Ricordava i combattimenti, i volteggi, il sangue, ricordava la libertà, la potenza dei salti e degli atterraggi. Non avrebbe più dimenticato. Un soffio di vento lo fece rabbrividire.

La finestra si era d’improvviso spalancata. Sapeva cosa doveva fare.  Con le gambe artritiche si issò sul bordo e guardò sotto. In fondo, incredibilmente lontana, la strada trafficata, il traffico intenso e inesorabile. Aveva paura, ma la paura non riusciva a sconfiggere il vento sulla pelle. Guardò solo un attimo il palazzo di fronte, che distava solo pochi metri e prima che l’incertezza possa convincerlo a desistere saltò.

E’ bellissimo, pensò, mentre il suo corpo si proiettava nello spazio vuoto. Ancora una volta era vivo, di nuovo forte e libero e in volo. Per troppo tempo gli era mancato essere se stesso, essere di nuovo forte. Il salto lo portava sempre più in alto, sempre più vicino al palazzo di fronte. Alcuni passanti alzarono lo sguardo e lo videro. Il camice bianco della casa di riposo volteggiava come un mantello. Poi la debole spinta smise di sorreggerlo. Al termine della parabola ascendente sfiorò con le dita il muro, delicatamente, quasi volesse accarezzarlo. I polpastrelli scivolarono lungo i mattoni, cercando la presa, l’appiglio. Adrian Toomes, che fu l’Avvoltoio, mancò la presa. La caduta fu repentina ed inevitabile.

Mentre precipitava il piacere del volo si trasformò nel terrore della caduta, l’aria che prima lo accarezzava ora lo trafiggeva come un concerto di lame affilate, togliendogli il respiro. D’improvviso una nuova consapevolezza lo investì e Adrian Toomes capì di avere sbagliato, di aver sbagliato tragicamente. Quale inganno, quale enorme inganno. Solo ora capì davvero. Eppure quella inspiegabile passione per il ricamo avrebbe dovuto essere un segnale, un segno, così come quei ritagli. Quale mano ossessiva avrebbe potuto conservarli se non la sua. No, non era lui il ragno.

“Se non sono l’uomo ragno, devo essere zia May. Maledizi…”

Poi l’impatto.

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