Speciale 50 anni di Spider-Man – Un ragno cinematografico

Il nostro speciale sul Ragno (QUA tutti i post) continua con un articolo sulle esperienze cinematografiche del tessiragnatele.

Può l’uomo ragno considerarsi materia da impasto cinematografico?

Realizzare kolossal d’autore è un’impresa che è riuscita a pochi:  fra questi pochi il pensiero va subito al David Lean di Lawrence D’Arabia, allo Spielberg di Incontri ravvicinati del terzo tipo, al Coppola di Apocalypse Now o, per restare in Europa, ai grandi film in costume di Luchino Visconti, come Il Gattopardo e Ludwig, al cinema elefantiaco di Fellini e, ancora, facendo un salto in oriente, alle grandi ricostruzioni storiche di Akira Kurosawa. Kolossal e visione d’autore non sempre vanno d’accordo e quando questo non succede i danni possono essere ingenti. Il Gattopardo rappresentò una delle concause che portarono la Titanus ad abbandonare il settore della produzione cinematografica mentre l’insuccesso dell’imperfetto e bellissimo I cancelli del cielo determinò la chiusura della United Artist, assurgendo al ruolo di monito per tutti quei produttori che avevano in mente di affidare budget plurimilionari ad autori un po’ troppo…be’, autori.

Budget troppo alti comportano, inevitabilmente, un controllo strettissimo da parte dei produttori sul prodotto, controllo che viene esercitato in tutte le sue fasi. Non è un caso che i film prodotti da Jerry Bruckheimer siano riconoscibili, in primo luogo, per l’impronta che questi impone alle pellicole nate sotto la sua egida  più che per lo stile dei registi che via via si alternano alla conduzione di tale o talaltra opera. Solo i più forti resistono, nuotando controcorrente rispetto al fiume di denaro che li investe, riuscendo a far emergere la propria visione, a volte solo per  brevi sequenze.

Il cinema supereroico, a partire dalla svolta che Richard Donner impresse a questo genere a partire dal 1978 con il primo film su Superman, diventò, un genere di kolossal piuttosto costoso, redifinendo i canoni del genere attraverso un innovativo e frequente ricorso agli effetti speciali. Oltre che per i meriti cinematografici (di cui qui non parleremo) il film di Donner può essere anche ricordato per motivi meno legati all’arte e più al commercio: il budget astronomico generale (55 milioni $) [1], quello, in proporzione, ancor più sorprendente, riservato alla performance, di pochi minuti, di Marlon Brando (3,7 milioni $)[2], la presenza stessa di Brando che sdoganava un genere, ancora praticamente nuovo, con la presenza di un attore di altissima levatura e “socialmente impegnato”, i titoli di coda, rimpolpati dal nutrito cast tecnico e che scorrevano sullo schermo per sette minuti e mezzo, un record assoluto per l’epoca e, ultimo ma non ultimo, l’enorme incasso che il film ottenne, aprendo di fatto la strada al genere supereroico. [3]

Il film di Superman è ancora oggi godibile (più di quanto lo siano i successivi adattamenti del personaggio creato da Siegel & Shuster) ma, rispetto all’universo fumettistico cui fa riferimento, risulta in cronico ritardo, privilegiando un immaginario che strizza l’occhio agli anni ’50, pur con i dovuti “aggiornamenti”, prevalentemente di facciata, per adattarlo agli anni Settanta. Godibile ma non particolarmente originale, per via dei suoi debiti evidenti con la tradizione della commedia sofisticata americana e una narrazione indecisa fra un, a volte fastidioso, tono filosofeggiante (specialmente nelle sequenze d’apertura) e un approccio, specialmente nella caratterizzazione dei cattivi, ancora molto legato alle commedie per famiglie di stampo disneyano.

Nel 1989, invece, il Batman di Tim Burton, dal tono più personale e con un immaginario a metà strada fra l’incarnazione del personaggio portata sullo schermo da Adam West e la riscrittura operata, nello stesso anno, da Frank Miller nel suo Il cavaliere oscuro, con il suo budget di 35 milioni $ e il suo incredibile successo, riuscì a coniugare una mega-produzione hollywoodiana e un film d’autore, senza mediare (almeno non radicalmente) fra l’immaginario fumettistico e quello, molto particolare e innovativo, del regista, che si era rivelato, già ben codificato, con Beetlejuice – Spiritello porcello, dell’anno precedente. Per questi motivi Batman rappresenta sicuramente il primo e riuscito tentativo di creare, produrre e dirigere un film d’autore basato su di un supereroe di origine fumettistica.

Dal secondo episodio in poi, dove Burton approfondisce ancora di più il suo stile dark, mitigando (ma non sempre) gli aspetti più infantili del primo episodio, non è successo nulla di nuovo. Saranno stati i tempi che cambiano, sarà stata colpa di una certa stanchezza del genere, ma a volerla dire tutta la colpa fu di Joel Schumacher e della Warner Bros. che, per non si capisce bene quale logica produttiva, quando l’unione di uno sguardo d’autore ad un soggetto commerciale era riuscita a produrre un ottimo successo (e incassi molto più che soddisfacenti) arbitrariamente decise di infantilizzare la serie, perdendo così la trasversalità di pubblico che aveva caratterizzato le pellicole precedenti. Logica, questa, replicata anche dalla Columbia con il reboot seguito alla trilogia di Sam Raimi.

Dopo i coloratissimi, barocchi e incredibilmente noiosi due film di Schumacher incentrati sul personaggio di Batman, l’ultimo dei quali distribuito nel 1997, per quel che riguarda questo sottogenere del cinema fantastico sarà calma piatta [4] per qualche anno, fino a quando non cominceranno a circolare voci intorno alla trasposizione di quello che è forse il personaggio più amato ed atteso sul grande schermo: l’Uomo Ragno.

L’UR non è Batman, non ha la sua manichea visione del mondo e della giustizia, e non è neanche Superman, apparentemente immune da difetti, quasi un ideale disincarnato. L’UR, prima di tutto, è un corpo, è una fisicità, è un insieme di articolazioni e disarticolazioni che si muove in uno spazio e quello spazio e quel corpo, grazie al lavoro di Raimi e dei suoi collaboratori, hanno trovato, nel 2002, un adeguato corrispettivo cinematografico.

Non starò qui a dilungarmi su quanto il cinema abbia un rapporto molto complicato e a volte idiosincratico con la fisicità.  Nello specifico, però, il genere in questione non può non essere incentrato che sul corpo, essendo questo, con le sue mutazioni, le sue debolezze, persino, uno dei cardini del racconto supereroico. Ancora una volta; quello dell’UR non è il corpo palestrato e tecnologicamente incrementato di Batman, né quello quasi astratto nella sua classica bellezza di Superman, non è un corpo mutante (almeno non nel senso di una mutazione visibile, deformante), in parte disumanizzato, non è neanche, strettamente parlando, il corpo di un supereroe. E’ il corpo, invece, di un adolescente, un corpo disarticolato, sospeso a metà dello sviluppo, un corpo, per dirla con Terry Pratchett, che sembra fatto tutto di ginocchia. Eppure quel corpo inelegante, goffo, sgraziato cade, precipita, volteggia. Si eleva, ma grazie alla fatica, allo strazio muscolare, non vince la gravità, la fronteggia, a volte l’asseconda persino.

Danza, e lo fa con una leggerezza carica di peso, una sfida continua a quella gravità che nessun potere kryptoniano gli permette di vincere.  Questa danza ha come sfondo una città reale, New York, nessuna oscura metropoli alla Gotham City, nessuna idealizzata Metropolis ma una città attraverso la quale l’Ur conduce il suo balletto, che non è, a differenza degli altri due personaggi citati precedentemente, una cloaca nelle cui ombre nascondersi  né uno scenario indifferente alle proprie imprese, da sorvegliare per lo più dall’alto, con serafico distacco. Se Superman vola, se Batman appare e scivola fra le ombre, l’UR cade.  A differenza degli altri la sua vicenda è prettamente verticale e se questa verticalità aveva bisogno, per esprimersi appieno, di effetti speciali adeguati, non disponibili al tempo dei film supereorici precedenti, è soprattutto nel rendere la sua particolare danza, un misto fra leggerenza e gravità, nella doppia accezione del termine, fra sforzo muscolare, potenza e leggiadria (non è questo uno dei sensi più intimi della danza?) che la trilogia firmata da Raimi ha vinto la propria sfida.[5] Ma questa danza, oltre che di un corpo, spesso nel film ricostruito digitalmente, ha anche bisogno di un volto, un volto anche questo a metà fra l’adolescenza e l’età adulta, che della prima esprima la sventatezza, della seconda la presa di coscienza, ancora una volta la “gravità”. Sempre un duello fra leggerezza e peso, fra pieni e vuoti. Perché da grandi poteri derivano sì grandi responsabilità, ma senza dimenticare la gioia del volo e dell’atto, la libertà, il desiderio di vertigini e cadute, l’elevazione.  Il volto scelto per il fim, perfetto per il ruolo interpretato, è questo,

quello di Tobey Maguire. Perfetto perché ogni film che parla di supereroi parla, inevitabilmente, di doppi e di maschere, siano esse esteriori, come un costume, o interiori. Maguire è sospeso, fisiognomicamente parlando, fra due età e riesce a rendere perfettamente, attraverso una recitazione minimale, che ricorda, con gli opportuni distinguo,  quella di Cary Grant e della hollywood anni Quaranta e Cinquanta (stile di recitazione che pervade tutto il film, dalla caricaturale interpretazione di J. J. Jamenson a quella istrionica, chaneyana, di un enorme William Defoe nei panni di Harry Osborne/Goblin).

Non è una novità dire che Spiderman fu, nei fumetti, il primo supereroe adolescente e che dopo di lui, fin troppo spesso, il tema del superamento dell’infanzia e dell’ingresso dell’età adulta, attraverso le forche caudine dell’adolescenza, è stato rappresentato e  codificato attraverso il genere supereoistico. Come abbiamo detto c’è un corpo che cambia, che non risponde più, un corpo da rieducare, che diventa sgraziato, persino e c’è una presa di coscienza, progressivamente conquistata, delle proprie capacità ma anche delle proprie responsabilità e di un ruolo sociale fino a quel momento ancora troppo vago. Raimi, con il suo sceneggiatore David Koepp, non nuovo ad operazioni di riscrittura di immaginari preesistenti,  molto codificati, transgenerazionali e profondamente legati alla cultura popolare [6], riesce ad interpretare perfettamente l’essenzialità del personaggio, pur cedendo ad alcuni, secondari, adattamenti per rendere il personaggio più attuale [7], ma rimanendo fedele “nello spirito” al fumetto del 1962,

amazing fantasy

direttamente omaggiato nella scena cinematografica della creazione del costume, una delle più divertenti dell’intero film e una delle quali in cui lo stile di Raimi appare maggiormente riconoscibile.

In un adattamento di questo tipo, poco attento alla riabilitazione di un medium (il fumetto) generalmente considerato “basso”, ma che anzi ne esalta gli elementi maggiormente salienti, senza tentare di mascherarli e di un sottogenere del racconto avventuroso (il racconto supereoico), ultimo fra gli ultimi nella considerazione generale, alcuni simbolismi che in opere altre sarebbero sembrati scontati e leziosi riconquistatano qui un valore primitivo particolarmente convincente e significativo. Assume, naturalmente, un ruolo primario la maschera, innanzitutto, maschera che trasforma, che è sia l’espressione che il tramite del cambiamento (tesi espressa senza sottigliezze e con particolare vigore nella sequenza di Harry Osborn nella stanza dello specchio)

,

ma anche l’apparentemente immancabile (almeno da Matrix in poi) metafora cristologica che (parliamo ora di Spiderman 2) che prende qui forma nella scena del treno, espressione, ancora una volta, del rapporto del supereroe con la propria comunità, in cui il corpo vero e proprio si fonde, quasi letteralmente, con quello urbano.

Raimi, autore tipicamente postmoderno, non rinuncia al proprio sguardo, che nasce già come sguardo contaminato, ricombinatorio,  ma qui come altrove [8] fonde il proprio immaginario con quello creato da Lee e Ditko tanti decenni prima e di cui i suoi film sono una coerente e creativa estensione.

Eppure, per gli amanti delle liste e delle classifiche, vorrei aggiungere che lo Spiderman di Raimi non è il miglior film di supereroi mai prodotto. Quando cominciarono a circolare i primi rumors riguardanti il film di Raimi io avevo già in mente qualcosa da cui, secondo me, il regista statunitense avrebbe dovuto prendere spunto. Il migliore film sui supereroi, a parere del sottoscritto, un film che riassume tutti gli argomenti cui si è accennato in questo articolo, lo sconvolgimento provocato dall’approssimarsi dell’età adulta, il desiderio di potenza, il conflitto fra rabbia, volontà annichilente, desiderio di fuga e responsabilità, il tutto perfettamente riassunto in meno di due minuti, è questo

Anche qui un volo, anche qui una resistenza. Piccoli capolavori e l’inizio della morte del cinema.

[1] Per avere un termine di paragone, il film di fantascienza di stampo complottistico, Capricorn One, prodotto nello stesso anno aveva un budgeti di soli 5milioni $

[2] Il realtà la somma complessiva percepita da Brando fu di 19 milioni $, avendo l’attore contrattato anche una percentuale sugli incassi al botteghino. La sequenza dei titoli di testa ridefinisce i rapporti di potere all’interno della produzione, oltre a costituire un capitolo a parte nella storia degli effetti speciali e della titolistica in particolare. Il primo nome a comparire, dopo quello del produttore, è quello di Marlon Brando, seguito da Gene Hackman (reduce dal successo de Il braccio violento della legge), poi il titolo vero e proprio, Superman, seguito da il nome del vero e proprio protagonista, Christopher Reeve e da quello del regista, Richard Donner. Superman, purtroppo, fu anche l’ultimo film di Glenn Ford, che interpretava il padre di Clark, Jonathan Kent.

[3] Erano stati realizzati altri film a tema superoistico prima del Superman di Donner ma, oltre al fatto di essere spesso risibili e a bassissimo budget (quando non accorpamenti di puntate di serie televisive dedicate agli stessi personaggi) non rappresentarono mai una reale trampolini di lancio per il genere.

[4] No, non ho dimenticato il film sugli X-Men di Bryan Singer.

[5] Non a caso, nel terzo episodio della trilogia, l’unico momento davvero toccante e personale (e l’unico che riesca a ricordare, di un film tutto sommato molto noioso) è quello della nascita dell’Uomo Sabbia, ancora una volta una volontà che vince su un corpo che non vuole rispondere, ancora inconsapevole, quasi handicappato, come un’adolescenza replicata.

[6] Con alterni successi. Suoi sono le sceneggiature de: L’Uomo Ombra (dal celebre personaggio, originalmente radiofonico,  The Shadow; Mission Impossible (dall’omonima serie televisiva degli anni Sessanta); Echi Mortali (dal romanzo Io sono Helen Driscoll di Richard Matheson);  Secret Window, (anche regista) da un racconto di Stephen King; La guerra dei mondi, dall’omonimo romanzo di H.G. Wells e remake del film di culto del 1953; Indiana Jones e il teschio di cristallo, ultimo e mal riuscito episodio della serie cinematografica inaugurata nel 1981)

[7] Il ragno che morde Peter Parker non è più radioattivo ma geneticamente modificato, la tela esce direttamente dai polsi del protagonista e non è prodotta dai famosi lanciaragnatele, il Goblin non indossa più un costume da folletto ma una tecnologica armatura da battaglia, la donna di cui si innamora Peter Parker è una crasi fra i personaggi di Mary Jane Watson e Gwendoline Stacy etc.

[8] La progressiva contaminazione del cinema horror con la commedia slapstick nella trilogia de La Casa, la riscrittura contemporanea dell’horror classico con Darkman e quella del Western con Pronti a morire

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6 risposte a “Speciale 50 anni di Spider-Man – Un ragno cinematografico

  1. Onta su chi non conosce questo capolavoro…

    Eug

    (sì, va bene, era una serie TV a ridicolo budget e non un film da cinema, quindi in realtà è OT… ma volevo condividerlo con voi!)

  2. Se non erro lo spot Levis è successivo al film di Raimi. E comunque, in un modo o nell’altro, qualcuno deve aver tenuto conto della tua opinione. Brett Ratner, nella fattispecie, in una scena con il Fenomeno che ha davvero poco a che spartire con il fascino dello spot citato 🙂

  3. @Luigi. No, lo spot è precedente al film di Raimi, credo addirittura di un paio d’anni. Me lo ricordo bene perché in un articolo che scrissi su una fanzine all’epoca, una sorta di “aspettando il film di Raimi” già lo citavo. Continuo a preferire la leggerezza feroce dello spot a quella un po’ cafonazza del fenomeno (che, per carità, ci sta tutta).
    @Eugenio. Sì sì, lo conosco :D. Ho deciso di non includere i film televisivi né i prodotti ispirati al personaggio, anche se credo che il film in questione sia uscito anche al cinema.a

  4. Marco Pellitteri

    Bell’articolo, complimenti. Alcune cosine:
    – si scrive “Spider-Man”, non “Spiderman”;
    – mi stupisce non trovare riferimenti a “Unbreakable”;
    – mi stupisce ancora di più non trovare riferimenti a “Push” e “Chronicle”.
    Ho molto, molto apprezzato la parte dell’articolo sulla disamina del corpo come punto focale della rappresentazione del supereroe (per lo meno di quella dell’Uomo Ragno raimiano).

  5. Grazie Marco. Hai ragione su Spider-Man. Per i riferimenti che citi sono giustissimi ma sono solo una parte di quelli possibili e non ho voluto allargare troppo il discorso evitando di scrivere un articolo fiume. Avrei dovuto includere anche le mille serie di impianto supereroistico prodotte nel corso degli ultimi anni. Chronicle, per esempio, è figlio, esteticamente parlando, dello spot Levis che cito alla fine. Mi piacerebbe approfondire maggiormente il discorso sul corpo supereroistico, avevo scritto qualcosa tempo fa.

  6. Pingback: Speciale 50 anni di Spider-Man – La conclusione | Conversazioni sul Fumetto

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