Speciale 50 anni di Spider-man – “Due grandi torri sono state abbattute”: Spider-Man e l’11 settembre

Il nostro speciale su Spidey (QUA tutti i post) continua con un articolo sul numero del Ragno dedicato alla tragedia del 09/11: la caduta delle Torri Gemelle.

Questo articolo nasce come una postilla a quello che ho precedentemente dedicato alla morte di Gwen Stacy (qui). Le parole di Conway con cui chiudevo l’articolo disegnavano uno scenario allarmante per il fumetto superoistico, ormai sopraffatto da un’iniezione così massiccia di violenza, che in controtendenza alla volontà di umanizzazione dell’eroe classico, lo aveva condotto alla sua totale de-umanizzazione.

Un universo popolato dal sadismo e dal cinismo, eppure sempre attento a non valicare la soglia del “buon gusto” per non offendere la puritana sensibilità che da oltre cinquantanni come una spada di Damocle pendeva sulla testa degli autori, e soprattutto a tenersi stretti i lettori che dopo il boom dei primi anni Novanta sembravano prossimi all’estinzione. Come dire un colpo al cerchio e uno alla botte: accontentiamo gli appetiti di lettori ormai smaliziati, ma senza offendere nessuno.

Ormai, il tentativo di infondere vita nel mondo di carta del fumetto superoico con un eccesso di realtà sembrava essere giunto al capolinea. Senonché la Storia, quella con la S maiuscola, “che procede per immagini discontinue”, riservò una bella sorpresa. L’11 Settembre del 2001 due Boing 767 abbattevano le Torri Gemelle. La minaccia era condotta dritto al cuore dell’Impero, con una spettacolarità che annichiliva ogni tentativo precedente di pensare la catastrofe e con un gusto – è bene ammetterlo –  sadicamente teso all’irrisione di tutto l’immaginario americano.

Lo shock estremo del crollo delle torri e la fantasmagoria di immagini, che difficilmente chi era incollato allo schermo della tv o tra le strade della Grande Mela dimenticherà, fece breccia tra le pagine dei fumetti: era abbastanza evidente che gente impegnata come Art Spiegelman dedicasse un’opera “monumentale” – almeno per formato – all’evento, giocando su più registri e sottoponendoci ad un’ennesima lezione sulla storia del fumetto, ma che il fumetto mainstream permettesse alla realtà di entrare così prepotentemente al suo interno sembrava alquanto strano, se non improbabile.

Da sempre restio a parlare della realtà se non in maniera mediata, il fumetto sublimava la sofferenza della Nazione cercando la facile e momentanea empatia. Ma, il fumetto superoico a causa della serialità non poteva permettersi grandi stravolgimenti: è bene che qualsiasi caduta fosse il preludio ad una restaurazione.

Ma torniamo all’11 settembre e al suo rapporto con il fumetto popolare. Citavamo Art Spiegelman e il suo All’ombra delle torri morte. Bell’opera, nulla da dire, ma che mostra quasi una distanza empatica nei confronti della materia, a differenza del racconto che Stracynski e Romita Jr., dopo una certa riluttanza, decisero di dedicare all’evento.

Lo sceneggiatore affermò che l’attacco al WTC era qualcosa di “troppo grande” per entrare in un contenitore come il fumetto, da molti difficilmente accostabile alla letteratura. Ma forse non era solo la matrice popolare del medium  a intimorirlo, era soprattutto la crisi della struttura su cui si basava quel mondo.

The Amazing Spider-man #36 (vol.2) si apre con un’accusa alle Meraviglie, che svuota dal di dentro la loro ragion d’essere. L’impotenza del Ragno, eroe metropolitano e newyorkese per antonomasia, dinanzi alla tragedia è il simbolo dello svuotamento di senso dell’intero genere.

In una sorta di teodicea, la domanda sul male si riversa sul Ragno:

L’universo Marvel da sempre abituato con le dovute perdite a vedere il cattivo di turno ritornarsene, magari in Latveria, con la coda tra le gambe a fine albo qua viene colto di sorpresa. La violenza dell’attacco terroristico è così estrema che tutte le logiche narrative che hanno animato il genere si arrestano: crollano. In sintesi, è una morte di Gwen Stacy amplificata per mille.

Potremmo vedere come la fine dell’età del bronzo del fumetto, il suo punto di non ritorno: messo all’angolo dalla realtà si mostra impotente ad arginare una minaccia – non in costume e senza chissà quali poteri – e che rida importanza, invece, alla gente comune: a quelle vittime silenziose che per decenni erano state massacrate senza ritegno solo per rendere più “vive” le pagine dei fumetti. Le vittime e la violenza ritratte da Romita jr. in questo caso sono “reali” al cento per cento: non deve inventare nulla, non deve immaginare come Kirby enormi astronavi che sorvolano sulle guglie dei più alti grattacieli della metropoli americana per poi venire cacciati dall’intrepida intelligenza di Reed Richard. Romita si limita alla cronaca; a ritrarre la realtà e a intrappolarvi al suo interno Peter Parker, che quasi schiacciato dal peso delle macerie non si arrampica per tutto l’album, ma rimugina e cede più volte, sopraffatto dalla voce di Stracynski.

Perché durante il racconto – condotto con sobrietà e nel contempo con una spettacolarità che sa del masochismo nell’attenzione quasi maniacale per i dettagli  da Romita Jr. – lo sceneggiatore si impossessa del Ragno, ne guida le parole in un’immedesimazione totale: non c’è più distanza tra autore e personaggio: Stracynski non pensa mentre scrive il monologo a ciò che Peter Parker possa dire, ma a quello che chiunque, lui compreso, direbbe dinanzi all’insensatezza dell’evento, soprattutto se l’esperienza fosse così radicale. L’arrampicamuri è in questo racconto un uomo qualunque, che incarna gli ideali di una Nazione, con tutto il carico di retorica e sentimentalismo, che questo può produrre.

Non a caso, i due autori chiudono il racconto sui volti della gente comune: i volti delle vittime, dei passanti, delle centinaia di etnie che compongono il corpo vivo della Nazione.

Questa parata di volti richiama un’altra – leggermente più spettrale  – quella di Miller in Holy Terror.

Sull’opera di Miller ci siamo dilungati ampiamente qui e qui, ma soprattutto Andrea Tosti ha sottolineato il peso di questa carrellata di volti nell’ultimo lavoro di Frank Miller, che sembra quasi incurante dell’incrinarsi dello stilema a cui ha contribuito in prima persona a delineare. I suoi supereroi corrono, si azzuffano, continuano a sventare i “diabolici” piani di terroristi islamici anch’essi mascherati e che solo da morti riguadagnano la dignità di un volto. Miller sembra ignorare la fine di un’epoca e continua a baloccarsi con copie posticce del suo Batman. Trattando i volti solo come materia per riempire un casellario, un memoriale: i suoi volti hanno un che di lapidario, monumentale, asfittico…Sono quasi l’antitesi di quelli di Romita Jr. che si innalzano, appunto, a coprire una mancanza, un vuoto.

Quando il cielo cadde l’11 settembre del 2001 si ponevano le basi per la fine dell’epoca post-ironica e forse del genere superoistico, che da allora si è ripiegato su se stesso come una specie di dolce oblio. Sogna spaparanzato su una comoda poltrona dietro occhiali 3d che sembrano dono dei Lotofagi invasioni aliene fermate da un risicato gruppo di eroi, sogna il proprio passato rannicchiato in soffitta tra l’odore delle vecchie riviste e le pagine ingiallite, sogna un Ragno eternamente uguale a se stesso che ha dimenticato il suo passato.

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