Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #4 – Allarmismi e amori infranti

Torna il Trinchero per una nuova puntata della sua rubrica: “Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia” (QUA i post precedenti).

Una sequenza da Spider-Man – One More Day, by Joe Quesada

Ci godiamo spesso delle versioni fumettocentriche dell’aviaria o dell’antrace. Casi giornalistici senza niente a sostegno se non un’impressione personale, e due esempi. “Le graphic novel uccideranno i veri fumetti!” “I Fumetti popolari sono il male” “Oggi disegnano tutti male!” “Oggi disegnano troppo bene e non si preoccupano delle storia!” “Gli sceneggiatori sono tutti petomani!” “I lettori non sanno leggere!” “Gli editori non sanno contare!” e così via, variazioni su pochi temi che periodicamente si ripropongono.

Il fenomeno è trasversale, qualunque sia il ruolo e per quanto possano essere disparati i riferimenti culturali di partenza, chiunque può cadere vittima di millenarismi. Terrorizzati da una percezione, ci si lascia andare alla depressione più cupa, al vaticino apocalittico, al diluvio universale di china, alla condanna di questi tempi presenti malati e folli, portatori di supereroi troppo photoshop e vite quotidiane troppo intellettuali. O viceversa.

Una vignetta da Cino e Franco, classico citazione italiana di un fumetto dei tempi andati

Quello che mi da l’immediata sensazione che la teoria proposta sia pretestuosa o inesistente, è il fatto che spesso è accompagnata dal vagheggiamento di “bei tempi andati”. Lo abbiamo fatto tutti. Lo fanno tutti continuamente, in ogni ambito.
Una volta si che i fumetti erano fumetti, le donne erano belle rotondette, i pomodori sapevano di pomodoro, i froci non avevano il controllo delle reti televisive, i negri se ne stavano nei paesi loro e il ddt profumava l’aere.
Ecco si, il passato mitico è quello che è: un mito. Non nel senso che è “spettacolo”, ma nel senso che non esiste.

Christy Hartburg, da Supervixens di Russ Meyer, tipico esempio di donna rotondetta dei bei tempi andati

Quello che poi mi conferma che la teoria proposta, l’ipotesi promulgata, sia inesistente o ininfluente, è la completa assenza di dati a supporto.
Spesso le teorie possono essere smontate anche da un’osservazione superficiale, o dal semplice uso di un minimo di raziocinio: contravvengono alle leggi della termodinamica. Ma è evidente che questi articoli, spunti, trattati e quant’altro abbiano per lo più un’origine emozionale. La contestazione razionale è del tutto fuori luogo.
Sono sfoghi di chi si trova improvvisamente con una certezza in meno. Con un dubbio che lo attanaglia, un dubbio esistenziale, un cambiamento nel modo di vedere il mondo. Invece di accettare la propria nuova condizione, decide che non è lui che sta crescendo/invecchiando, è il mondo che precipita nell’abisso. La paura di morire leva un bel po’ di lucidità. Ah come ci da fastidio che i super eroi non ci emozionino più¹, che disdetta che le avventure di pistoleri e archeologi che rapirono i nostri cuori adolescenti risultino ora verbose e un po’ ridicole. Leggera confusione e imbarazzo a sedici anni, quando ti rendevi conto che quella ragazzina un po’ dark che ti piaceva tanto era un’idiota.
E quella tipa così assurdamente fascinosa del primi anno di università, quella di cui erano innamorati TUTTI. Dopo qualche anno la incontri per caso ad un aperitivo, bacini/abbraccino, e poi sorridere inorridito ascoltando discorsi su segni zodiacali, feste PAZZESCHE e sbirri infami. Il tempo è un esercito implacabile, non fa prigionieri.

Quando i fumetti ci emozionavano

Essendo le motivazioni prettamente personali, contestare e magari ridimensionare l’amarezza è, almeno in prima battuta, molto difficile. Se si portano esempi in flagrante disaccordo con l’apocalisse, la risposta più comune è: “è l’eccezione che conferma la regola”. Io credo che questa frase sia una delle più pericolose e eclatanti offese al significato delle parole e all’intelligenza dell’interlocutore. Per favore, smettiamo di usarla, è una frase che non è mai vera, è un assioma ammazza riflessione, è solo la conferma che si è schiavi dei propri pregiudizi. Grazie.

Ritengo sia comunque utile affrontare le paure della comunità, per cui credo che questi sfoghi possano essere un occasione di crescita per tutti. Anche perché di una cosa sono certo, la buona fede. Al contrario degli interessi che possono spingere case farmaceutiche a influenzare più o meno direttamente una certa campagna mediatica terroristica, sono sicuro che nel fumetto non esiste niente di tutto questo. Come faccio a dirlo? Ho i dati: i siti che fanno informazione, critica specialistica, o i blog personali hanno così poche visite da risultare ininfluenti rispetto al mercato.²

Nel caso che lo strale apocalittico manchi di buona fede, manifesti totale ignoranza dell’argomento trattato, pressappochismo e una prosa poco leggibile, io ho deciso di non indignarmi più. D’ora in poi non finirò neanche l’articolo, non lo linkerò per l’amordiddio, chiuderò subito tutto e il tempo che avrei speso a rispondere piccato “i fumetti sono belli” lo passerò a leggere un post vecchio di Conversazioni, che sicuramente qualcosa mi sono perso.

* * *

Note

1. Suppongo, i super eroi non mi hanno mai emozionato

2. Ipotizzando l’esistenza di un mercato.

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21 risposte a “Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #4 – Allarmismi e amori infranti

  1. Lo farai perché anche i post di Conversazioni di una volta erano più belli?
    😀

    Eug

  2. Comunque…

    Da buon vecchio, preoccupato per l’artrite e l’invasione di questi autori che fanno cose esterofile con occhi strani, penso che il fumetto sia in crisi perché
    1) non c’è più il titolo che venda 400.000 copie al mese (eccetto Tex, pare). Bbbbbbrutti cattivi editori che non vogliono vendere abbastanza.
    2) la nuova ristampa di Dragonball “stranamente” non vende quanto hanno venduto le precedenti sei. Eppure io, che ho anche le altre, come potrei perdermi la nuova?
    3) quei bei fumetti italici di una volta che ci rappresentavano (il Tromba, Corna vissute…) sono ormai confinati alle sole ristampe.
    4) si stava meglio quando si stava peggio, quando c’era Lui, quando c’erano le mezze stagioni.
    5) i segni dell’Apocalisse ci sono ormai tutti (così, giusto per informazione): i pass di Lucca sono la materializzazione del “molti saranno i chiamati, pochi gli eletti”.
    (che poi hanno fatto una solenne ****zata a quanto ho capito, ma non è che i vecchi si lamentano sempre e solo per cose sbagliate, veh?)

    E non è vero che quando ho iniziato a leggere fumetti c’erano solo 30 proposte varie mensili e oggi in fumetteria ce ne sono 100.

    Che dominavano i generi (ehi! Sospensione del sarcasmo: io ****adoro*** i fumetti di genere! Si possono fare ottime cose con loro!), e c’erano poche pochissime variazioni in riviste troppo costose, mentre oggi, accidenti!, ci sono titoli diversissimi tra loro, per cui posso leggermi indifferentemente storie intimiste o esplosioni cosmiche se voglio.

    Che se volevo pubblicare a fumetti dovevo essere inserito “nel sistema” (che ha fatto e fa cose egregie, ma non può essere l’unica via di espressione), mentre oggi chiunque può farlo in rete.

    E, a questo proposito, sti giovani (con capelli lunghi e i bonghi, di certo) che fanno blog di fumetti sono proprio una rottura e non rispettano gli anziani.

    Il mondo (il mercato?) è cambiato. In meglio per alcuni, in peggio per altri.
    Non c’è più il bel fumetto di una volta. Sarà che non abbiamo più vent’anni (per lo meno io).
    Eug

  3. Mi sa che questo è un covo di bacucchi!!! (me compreso)

  4. Ultrabacucco (onorario) qual sono, però non ricordo nella vita anni più belli di questi (fumettisticamente parlando)!
    Millemila uscite in fumetteria e – a differenza di quando ero obeso coi brufoli i capelli unti e non mi si filava nessuno – ora ho uno stipendio che, nel suo piccolo, mi permette di acquistare almeno l’indispensabile! E… ehi!, anche un sacco di ristampe per le mie, comunque inevitabili, nostalgie (comunque private, comunque consapevoli del “mito”, comunque – volendo – un po’ tenere. Per me, almeno), e tonnellate di manga, e le “graphic novel”, e la DC con un sacco di uscite, e la Marvel (che tanto non la seguo più, ma spendo un botto di ristampe), e i francesi, e torrent e emule per le robe antichissime e inesistenti a livello cartaceo (dico: TUTTI gli albi criminosi, orrorosi, fanta, weird ecc. della EC… TUTTI!), bei siti sui quali leggere articoli interessanti, blog magnifici sui quali signori persino più vecchi di me postano intere storie a fumetti degli Anni 50 e anche di prima!
    Voglio dire, non è che sono (ancora) completamente scemo, la situazione in giro la vedo e la sento.
    Ma posso dire e dichiarare al mondo che fumettisticamente parlando sono davvero, davvero felice come mai prima? 🙂
    Orlando

  5. Bravo!
    Scusate, ma l’altro giorno questo sito ha linkato l’articolo di un giornale che aveva provocato una miriade di commenti: il giornale era di sinistra nazionale! Non mi sembra che ci volesse molto per capire che credito si debba dare a una testata del genere: se sinistra nazionale dice poco, si provi a sostituire “sinistra” con “sociale”, se poi ancora social-nazionale non vi significasse niente, posso consigliare di invertire l’ordine di questi termini.
    Quando fum. d’aut. pubblicava le balordaggini di quel fascistello che cercava la polemica, ho visto più di un sito che invitava ad ignorarli: ma quando esattamente è successo questo? Quando il figuro faceva un lavoro giornalistico, pur discutibilissimo e indigeribile (del resto il giornalismo quella porcheria è), ma appunto perciò contestabile e quindi, in un certo senso, da contestarsi.
    Mi accorgo ora che tutto ciò c’entra fino a un certo punto col pezzo che commento…
    Vabbé, saluti, vi leggo sempre con piacere.
    Kenji

  6. c’entra molto con il finale… La questione fum. d’aut. arrivava dopo un’enorme quantità di casi anche peggiori di quello (onestamente non ricordo più dopo quale articolo si invitò ad ignorarli) In effetti i dati andrebbero contestati, ma a volte sono esposti con tale disonestà intellettuale che diventa difficile capire se ne vale effettivamente la pena.

  7. Nonostante la passione, oramai compro poco più di un volume all’anno. Vivo in provincia, l’edicola offre qualche manga e molta marvel, ma la distribuzione non è gran chè. La fumetteria più vicina è a 40km e quando compero oramai lo faccio su internet.
    Non so il perchè, ma già dai favolosi anni 80 ricordo che il fumetto è in crisi, ed intanto al nuovo millennio ci siamo arrivati. Comunque sia, trovo le sale cinematografiche zeppe di fumetto, le console di videogame zeppe di fumetto…stavolta credo che per il fumetto, non solo italiano, possa cominciare la crisi vera.
    Ma non per la qualità del prodotto, ma per il cambiamento dei media. Ho trovato nei videogame storie incredibili in ambienti fantastici che puoi vivere in prima persona. Al cinema ti fanno vedere qualsiasi cosa vogliano sorprendendoti ad ogni scena. A questo punto la letteratura disegnata potrebbe diventare obsoleta, sia per un fattore di mercato, sia per un cambio generazionale e tecnologico.

    Ma magari mi sbaglio, magari va a finire come la Radio, di cui negli anni ’80 si decretava la fine, mentre oggi, grazie anche ad internet, è più viva e vivace della stessa televisione.

  8. Mi sembra che questi miei articoli in qualche modo spingano alla confidenza, mi fa molto piacere. E qui abbiamo due punti di vista estremi, le percezioni di Orlando e Rex. Io personalmente mi trovo più vicino a Orlando, anche perchè non videogioco e non vado al cinema. E mi sembra che il mezzo fumetto sia molto vivo sul web, sia in lavori professionali, sia usato in maniera anche selvaggia e naif nei meme, per esempio. Che sono un po’ il punk del fumetto. Il fumetto a me sembra molto vivo, magari non ti pagano per farlo, ma si fa comunque, quindi più vivo di tante altre cose.

  9. Se di crisi o di morte si vuole parlare – a mio modesto avviso – ci si dovrebbe concentrare sull’obsolescenza dei formati e dei “generi” (virgoletto perché ci sono generi duri a morire e che rinascono dopo palingenesi e pogrom). Credo sia più che lecito che determinati formati scompaiono, che determinati generi abbiano una vita altalenante, comportando a volte anche una riscoperta di forme e declinazioni diverse del fare fumetto…Il medium in sé non credo sia destinato a scomparire, anzi…Fatto sta che io non entro in un edicola per comprare un fumetto che saranno 15 anni…E non scherzo…

  10. Visto come lo vedi tu Mr Trinchero, il ragionamento non fa una piega. E’ il bello di internet e delle tecnologie digitali in genere. Democratizzano tutto e, potenzialmente, chiunque può produrre le sue idee e, nello specifico, pubblicare il suo fumetto ( io ne sono un esempio vivente ). La cosa che non va persa di vista però è qualla certa qualità dell’opera che comunque è frutto di un lavoro editoriale e della professionalità degli autori.

  11. Ma c’è una cosa che non ho capito. Qui si discute di una crisi o di quelli che parlano (a torto o a ragione) di crisi? L’articolo poneva delle domande interessanti ma la discussione sta scadendo su opinioni personali che, pur rispettabili, non arricchiscono la riflessione.

  12. si, quando il fulcro dell’articolo è relativo a come si parla/scrive di fumetti sul web di solito nei commenti succede quello che ho descritto nell’articolo… é buffo, ma mi conferma che ci ho preso.

  13. Allora fatemi capire, il fumetto è in crisi perchè mancano idee, mancano autori, mancano stili nuovi, nuovi linguaggi…oppure sono gli editori in crisi perché i fumetti non vendono?

  14. Semplicemente il fumetto non è in crisi. Alcuni editori possono vendere poco e chiudere, ma è una cosa che succede in questo momento anche alle pizzerie, e non credo che la pizza sia in crisi per questo. Per il resto immagino che le cose vadano più o meno come sempre. È difficile farsi pagare per fare i fumetti, così come è difficile facendo musica, romanzi, giornalismo di inchiesta, e così via. Non manca niente Rex, te lo giuro. Ci sono un sacco di esperimenti sul web, molti autori nazionali e internazionali che spaccano, siti di approfondimento così specialistici da ospitare riflessioni sulla comunicazione tra addetti ai lavori, insomma un livello di interesse e attenzione molto alto. E una base potenziale di lettori ampissima.

  15. Ah ecco…mi sembrava…la cosa che più mi incuriosisce è sapere come va il fumetto italiano all’estero. Com’è la bilancia import-export e chi sono i protagonisti…qualcuno sa illuminarmi?

  16. Sarebbe bello, ma che io sappia non esistono dati così. Si possono fare al massimo supposizioni o esempi, non ci sono studi organici del mercato del fumetto, ne interno ne estero. Questo è uno dei problemi del fumetto che andrebbero risolti. Mi raccomando se qualcuno ha notizie di studi di mercato, tesi di laureandi in economia, dati rubati, lo esorto a diffonderli.

    Questo è anche uno dei motivi per cui è difficilissimo dire se il mercato è in crisi, o se è in crisi più o meno rispetto ad altri settori (perché gente che lavora da mesi senza essere pagata io ne conosco in diversi ambiti, che nulla centrano con il fumetto).

  17. esplicito il mio primo (secondo :-D) intervento.
    Credo che si debbano fare diversi livelli di lettura del fenomeno (come, credo, di qualsiasi fenomeno)

    Io condivido quanto detto da Giorgio Trincherz. Il fumetto mi pare tutt’altro che in crisi da un lato: autori in aumento, produzioni in aumento, “filtri” abbassati per cui escono cose diversissime. Roba che in decenni di “gloria” del fumetto ci sognavamo.
    Dall’altro è indubbio che il volume complessivo di vendite (da quanto leggo a ogni intervista di editori e “addetti al settore”) è in calo. Quindi il fumetto, secondo me, è in “crisi” per editori e numero di fruitori.

    Però mi piace tornare al bright side of comic book: io posso usufruire senza dissanguarmi e senza tradurre di una mole di opere che era utopia immaginarmi.
    L’editoria a fumetti è in crisi, ma aumentano gli editori.
    Forse dobbiamo entrare nella mentalità che il fumetto non sarà più un fenomeno di massa, come è stato, perché è\sarà sempre più soppiantato da altri elementi.
    Ma come fenomeno di nicchie (felici e rigogliose), e come bacino da cui trarre idee, è più vivo e sano che mai (spero)

    Il livello relativo alla domanda: “E la qualità?”
    Beh, quando si massifica la produzione, la qualità ne risente mediamente, è ovvio. Il web consente a chiunque (e sottolineo chiunque) di lanciarsi. Con i meme citati in precedenza, se proprio la mano ci è nemica (vedi il mio caso, se decidessi di lasciar perdere disegnatori che non disegnano i miei capolavori immortali… empi, Zeus vi punirà ;-p).
    Ciò porta a un abbassamento ***medio*** di livello, forse. Semplicemente perché il filtro dell’editore è ridotto.
    Ciò non toglie che, credo a naso, posso sbagliare, solo un’opinione etc etc etc, ci siano ***numericamente*** più opere valide. Per il semplice fatto che, a puro titolo di esempio, opere ad esempio intimiste che prima avevano difficoltà ad emergere (quanti fumetti come “Gli ultimi giorni di Pompeo” sono usciti negli anni ’80?) ora hanno la loro possibilità.

    Bilancia commerciale interno\estero.
    A mio parere la valutazione è simile a quella del nostro cinema. “Quanto esportiamo?”, ci si chiede
    Ma la vera domanda è un’altra: quanto ****possiamo\potremmo**** esportare?
    Le storie che sono “autoreferenziali” (nel senso che descrivono una realtà a noi vicina, e spesso estranea a paesi stranieri) non si esportano, poco da fare.
    Uno direbbe. ed Eisner? Complotto plutogiudaico o esterofilo (così “accontentiamo” anche il “simpaticissimo” dell’articolo citato da Kenji) che ci impone di leggere storie o capacità di partire da un dato singolol, spesso individuale, per passare a una dimensione universale?
    Rafforzo. Maus è importante perché è “solo” la storia di un uomo finito nei campi di concentramento (degna di essere raccontata come la vicenda di ogni uomo), o perché quell’uomo nel campo di concentramento è l’occasione per parlare dell’Uomo?
    Forse tanti autori nostrani si accontentano di raccontare sé stessi, e ciò non è un male in una prospettiva assoluta. E’ un’esigenza artistica personale. ma non tutte le esigenze artistiche maturano contenuti validi per tutti.
    Per cui esporteremo più autori (come sporgiamo registi, vedi Sorrentino o Muccino) che storie. E non sarà il global manga a invertire la tendenza. esportiamo in Francia, ma quanti sono riusciti a diventare nel tempo recente “maestri” oltralpe come lo sono stati Pratt, Toppi etc. (e qui mi espongo agli strali di Roberto Recchioni sulla scia di un vecchio post su “Conversazioni” che trovate QUI: https://conversazionisulfumetto.wordpress.com/2012/03/08/lultimo-dei-grandi/#more-4160)

    Insomma: il fumetto è in crisi? Dipende da quale aspetto si mette in evidenza (e questa è una non-risposta, ovviamente ;-p, ma credo sia l’unica risposta possibile)
    Eug

    Ps: “ma si parla della crisi o di chi dice che il fumetto sia in crisi”? Perdonami, ma è come dire a un imprenditore turco o brasiliano di parlare della crisi. Loro non la hanno. La crisi è in chi dice che c’è la crisi, ma chi dice che c’è la crisi, solitamente ha buone ragioni per dirlo.
    A meno di non essere un vecchio barbogio (io lo sono!)

  18. (e scusatemi per la prolissità)

  19. PS. Io nell’articolo parlo di chi dice che il fumetto è in crisi, o che non si esporta più autori all’estero come una volta, o che il volume di vendite complessive è in calo, e lo fa senza avere dati a supporto.

    Ne parlo perché credo che sia inutile continuare ad affannarsi a cercare soluzioni dialettiche a domande che richiedono numeri nelle risposte.
    Qual è il numero di titoli e il volume di vendite di fumetti italiani all’estero negli ultimi trent’anni?
    Non si sa. Io almeno non lo so, non li ho contati, non ho letto studi a riguardo.

    Poi ci sono alcune cose un po’ più vaghe, su cui si può parlare, per esempio “esportiamo in Francia, ma quanti sono riusciti a diventare nel tempo recente “maestri” oltralpe come lo sono stati Pratt, Toppi etc.”

    Allora, intanto quel etc a me sembra fuori luogo. Maestri in francia come Pratt c’è solo Pratt, unico Italiano che ha vinto un Grand Prix, a meno che non vogliamo appropiarci di Munoz. Non è l’unico parametro, ma se vogliamo rifarci allo storico dei premi vari di Angouleme, possiamo aggiungere Toppi, Giardino, Micheluzzi, Manara (con Pratt), Corona, Igort, Gipi, Fior.
    Distribuiti piuttosto omogeneamente nei 36 anni di vita di Angouleme. Direi che continuiamo a esportare maestri esattamente con la stessa frequenza degli ultimi 30 anni.

  20. Concordo sulla necessità di far parlare i numeri. Se qualcuno ce li dicesse, come giustamente sottolinei tu.
    OT: ho partecipato a un workshop con l’editore di Minimum Fax, su come far partire una casa editrice. Ho pagato il workshop, e quindi, più che racconti su “come eravamo quando abbiamo iniziato” avrei gradito numeri e cifre (volevo anche io valutare con dati la possibilità dell’autoproduzione).
    Risposta “le cifre non ve le diciamo neanche sotto tortura. Ma l’investimento alla fine non è così grosso”.
    E cioè? Non così grosso per un miliardario o non così grosso per un Co.Co.Pro? C’è questa strana malattia che spinge a non parlare “dei fatti nostri” (= dati di vendita) che mi sembra di vedere anche nel mondo del fumetto (ma non sono del settore, quindi magari sbaglio), e che genera questa nebbia in cui ognuno può dire la sua.

    Sulle cose vaghe che ho scritto.
    Per prima cosa tolgo l'”etc.” 🙂
    I nomi li hai fatti tu, quindi la risposta alla mia domanda provocatoria c’è (era una domanda anche se mi è sfuggito il punto interrogativo!). Esportiamo autori “con la stessa frequenza degli ultimi 30’anni” (e anche qualche autore che in Francia pubblica anche se non sono segnalati ad Angouleme, Igort ha pubblicato in Giappone, disegnatori lavorano per l’America. E non aggiungo etc. :-D).
    Di Pratt c’è solo Pratt come influenza e modo di condizionare il mondo non solo del fumetto, e concordo. Autore che, non dimentichiamolo, a un certo punto della sua carriera andò “fuori” (in Sudamerica) e ne tornò in grado di influenzare il mercato mondiale (è irrilevante che a me non piaccia: credo di dire ovvietà, indicando la sua importanza).
    Esattamente come abbiamo esportato Visconti o De Sica o Fellini o Leone.

    Attenzione. non voglio fare il nostalgico (come per Pratt: sono eretico, e a me Fellini dice poco), dico solo che oggi l’impatto degli autori italiani sembra diverso, meno forte. Igort e Gipi sono grandi, grandissimi, interpreti ottimali di un sentire artistico che è quello dei nostri tempi ma quanto influiscono, quanto “fanno scuola” all’estero (o in Italia)?

    Butto troppa carne sul fuoco, lo so. E continuo ad essere vago e generico.
    Ma il titolo della serie di articoli è “come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia” : di per sé stesso è un ironico invito a valutare le banalità e le genericità dell’argomento, no?

    Quindi per esprimere chiaramente almeno il mio pensiero, senza tentativi di ironia (che magari non mi riescono bene), e senza assolutamente ambizione di “passare per esperto” in un paese che ha 60 milioni di CT della Nazionale…
    Secondo me il fumetto italiano non è in crisi per proposte, che sono in aumento. Non ho cifre, ma entro in fumetteria da 15 anni a questa parte :-p (dai, scherzo!) e le proposte sono più di quelle che c’erano nel 1990.
    Intuisco dai lamenti degli editori che il fumetto è in crisi, come lo è dagli anni ’70 per la diminuzione di appeal del medium. Prima la colpa si dava alla tv, poi ci sono stati i videogiochi. Ma anche il cinema è entrato in crisi prima per la TV, poi per l’home video, poi per i videogiochi, per il download… E campa.
    Più che altro il cinema ha bisogno di idee, tant’è che sta saccheggiando le idee date dal fumetto, così come ha saccheggiato\sta saccheggiando le serie TV anni 60\70\80 e fa remake\prequel\sequel a tutto spiano.
    Come ho scritto, il mio modesto parere è che, come nel cinema, nel fumetto italiano mancano titoli “trendy” che possano aprire nuovi mercati e quindi “mascherare” la crisi o semplicemente togliere la “scusa della crisi”. Come hanno fatto Dylan Dog dei primi tempi e Dragonball con le sue ristampe.
    Ma questo ritorna nel vago, perché, come giustamente fai notare, torniamo sempre lì: quali sono i numeri dei titoli che escono?
    Ancora una volta: spero li dicano, così parleremo di cose concrete.

    “È difficile farsi pagare per fare i fumetti, così come è difficile facendo musica, romanzi, giornalismo di inchiesta, e così via. ”
    Pura verità. ma di autori sottopagati, mi pare che ce ne siano sempre stati, no?
    Ma anche questo non lo posso basare su dati certi…

  21. A proposito di esportazioni di autori
    http://cittatesoro.blogspot.it/2012/10/blog-post.html

    (ma ne riparliamo martedì)

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