Speciale 50 anni di Spider-Man – Cani Impazziti

di Luigi Bicco

Il nostro speciale sul ragno (QUA tutti i post) continua con un articolo di Luigi Bicco che ci parla di una storia molto particolare scritta da Ann Nocenti. -AQ

Sarebbe facile per me, come per chiunque, snocciolare date, personaggi e storie memorabili dell’Uomo Ragno. L’Ultima Caccia di Kraven, la saga del Coordinatore, la morte di Gwen Stacy, Il Bambino Dentro, le prime mitiche storie di Stan Lee e Steve Ditko, John Romita Senior, Jean-Marc DeMatteis.

E invece no.

Come spesso mi accade, conservo nella memoria soprattutto quelle storie delle quali non si ricorda nessuno. Sullo sbocciare degli anni ’90, poco prima che la Marvel Italia rilevasse tutto il parco testate della Casa delle Idee su suolo italico, la Star Comics diede alle stampe un numero qualunque del quindicinale dell’Uomo Ragno. Il numero 86, per la precisione. Un albo di passaggio in mezzo a mille altre interessanti storie firmate, in quel preciso periodo storico, da gente come David Michelinie, Peter David, Alex Saviuk e Sal Buscema (quest’ultimo, bersaglio affezionato dei miei coetanei, sembrava piacere solo a me).

Il numero 86 ospitava la miniserie Cani Impazziti, un terzetto di storie, tre pezzi dello stesso puzzle, unico piccolo affresco narrativo molto particolare, dall’inizio alla fine, per svariati motivi.

1 – Pubblicato originariamente in America nel 1987, le sceneggiature erano firmate da Ann Nocenti. La Nocenti scrisse all’epoca una manciata di storie di Spiderman, alcune memorabili come il primo annual di Web of Spiderman (1985, “Give Me a Hand, Future Max”) disegnato nientemeno che da Tony Salmons sotto una copertina realizza da Charles Vess, altre pregevolmente particolari come nel caso di Cani Impazziti.

2 – Era la prima misteriosa comparsa dell’Uomo Ragno in versione dark con il costume nero, di ritorno dalle Guerre Segrete, in storie che in pochi avevano già letto. Anche se nella storia della Nocenti, ebbene si, il vecchio arrampicamuri appare in costume solo per una decina di vignette scarse. E Peter Parker era appena reduce dal suo tanto atteso matrimonio con Mary Jane.

3 – La copertina di Cani Impazziti (e quelle interne degli altri due episodi “Cos’è successo alla Mamma” e “Io sono… il Ragno”) erano di, rullo di tamburi, Bill Sienkiewicz che, per l’occasione, sfoggiò il meglio di sé stesso in un intricato reticolo di tratteggi e in anatomie volutamente deformi tanto ispirate a Egon Schiele e al suo mentore Gustav Klimt nel pieno della “sezessionstil” viennese.

4 – I tre albi erano disegnati dalla misconosciuta, allora come oggi, Cindy (Cynthia) Martin, una delle pochissime donne disegnatrici di supereroi dell’epoca. Nonostante la sua scarsa fama, però, negli anni ’80 la Martin ha prestato le sue matite a gran parte delle case editrici di fumetti americane: Marvel (per cinque o sei episodi al massimo dell’Uomo Ragno e per qualche episodio della serie di Star Wars), DC Comics (su Wonder Woman), Eclips (con l’adattamento a fumetti della saga Dragonflight della scrittrice di fantascienza Ann McCaffrey), AC Comics (dove la sua carriera è cominciata con l’albo Ms. Victory Special #1), Dark Horse, Topps Comics e parecchie altre realtà minori. Probabilmente allora non avrebbe fatto impazzire il vero “maschio” lettore irriducibile di fumetti, ma il segno della Martin aveva il suo perchè, timidamente influenzato dalle prime avvisaglie manga e da una delicatezza del tratto tipicamente femminile. Allora mi ricordò, non chiedo lumi al mio emisfero destro, Rick Leonardi per la pregevole rotondità delle forme. Forse qualcosa negli sguardi dei suoi personaggi mi ricordavano anche Charles Vess. Forse qualcos’altro mi ricordava anche il Barry Windsor Smith di primo pelo.

5 – Le chine dei tre numeri erano state equamente suddivise tra importanti professionisti del pennello. Ovvero Steve Leialoha, Joe Rubinstein e in mezzo ci metto pure un altro semi sconosciuto (sempre per l’epoca della quale stiamo parlando): Kyle Baker. Si, QUEL Kyle Baker era all’opera sulle matite di Cindy Martin in un numero dell’Uomo Ragno (la sua carriera alla Marvel cominciò solo un paio di anni prima con l’adattamento a fumetti del film Howard the Duck. Sempre se non erro, eh, non sia mai).

Altri punti particolari?

Non mi sembra di ricordarne.

Parlando della storia, la Nocenti imbastisce questo affresco narrativo che nel volgere di qualche pagina si prefigge di affrontare e dire la propria su una questione abbastanza scottante: i manicomi e la depressione. Le ombre, il riscatto, i figli. C’è anche questo. Con evidenti richiami al Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo di Milos Forman, la storia vuol rispondere in realtà ad una domanda molto più semplice e succulenta per un lettore dell’arrampicamuri:

Cosa accadrebbe se l’Uomo Ragno fosse rinchiuso in una casa di cura per malattie mentali?

La storia prende piede seguendo le vicissitudini di una famiglia di New York, moglie, marito e figli (un bambino e una bambina). La moglie soffre di depressione e la situazione sembra peggiorare quando scopre che suo marito ha cominciato a lavorare, non si capisce in quale veste, alle dipendenze del boss del crimine Wilson Fisk, meglio conosciuto (anche dalle capre) come Kingpin. E visto che non si rende più conto di quello che fa, in accordo proprio con Kingpin, la moglie viene rinchiusa momentaneamente in una casa di cura.
Venuto fortuitamente a contatto con i due bambini, che cercavano di liberare la propria madre dalle grinfie degli infermieri, Peter Parker decide di interessarsi alla questione recandosi alla casa di cura e ritrovandosi di fronte un pugno di guardiani fin troppo armati e finendo, in poche parole, abbandonato in un vicolo con il costume addosso, sanguinante e con una pallottola ficcata appena sotto il costato.

Inutile dire che proprio per essere messo nelle condizioni di non nuocere, il dottore (e direttore) della casa di cura, unico a sapere che quel ragazzo che afferma di essere l’Uomo Ragno lo è per davvero, decide di internare l’arrampicamuri tenendolo costantemente sedato e sotto osservazione.
Si scoprirà poi che il manicomio stesso è di Kingpin e il direttore alle sue dirette dipendenze è stato messo lì per “costruire” spietati assassini privi di scrupoli, condizionati mentalmente.

Non vi sto a raccontare tutta la storia, eh, che facciamo notte. Basti sapere che se da un lato Peter deve riprendere le redini della propria identità, dall’altra ci sono tutti gli altri residenti della casa di cura, tutti scomodi testimoni che cercano il riscatto per le numerose angherie subite. C’è un’infermiera gentile come ogni buona storia che si rispetti che abbia a che fare con ospedali e affini, un gigante con una X nera disegnata sulla faccia pronto ad uccidere a comando. C’è il marito della famiglia newyorkese di cui sopra che si ravvede e rivuole indietro la sua famiglia.

C’è Peter Parker che sbava confuso su una sedia a rotelle e con una flebo infilata nel braccio che dovrà liberare sé stesso, gli amici della casa di cura e la moglie del pentito. C’erano un sacco di cose in quel numero 86, tenendo conto che si tratta di un solo albo.

Non un numero memorabile, sapete? Non come La Caccia di Kraven o le storie di Lee & Ditko di cui dicevamo più sopra. Il tutto è narrato con una certa leggerezza, a parte alcuni passi melodrammaticamente e volutamente macabri, nella loro imperscrutabile ossessività. Forse con qualche buchetto nella sceneggiatura, non ricordo bene. Ma di quelli che metti comodamente in un angolo e cerchi di spiegarti da solo.

In ogni caso una storia che continua a tornarmi alla memoria quando qualcuno mi chiede informazioni sulle storie più belle dell’Uomo Ragno.

Punto.

 

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2 risposte a “Speciale 50 anni di Spider-Man – Cani Impazziti

  1. Come tutti coloro che hanno un passato di wetworks per Agenzie di cui i governi negheranno sempre l’esistenza, non credo nelle coincidenze, ma non so che senso attribuire al fatto che qualche giorno fa mi sono imbattuto nel citato albo Starcomico, mentre cercavo il Conan di Lansdale/Truman ed una terna di Bats con il Man-Bat di Chuck Dixon /Flint Henry.
    La copertina di Bill Sienkiewicz , oggi come ieri, mi ha fatto sognare ( questo dovrebbe fare una copertina oltre che proteggere l’albo, come direbbe Linus Van Pelt ) . Chris Lloyd pettinato come Billy Idol , con una Ics che inchioda i suoi pensieri al pop italico anni sessanta, balla forsennato I Watussi di Ed Vianello mentre Michael Stipe sta meditando di sedarlo ( E-Bow the Letter e Gli altisssimi Negri che ogni sei passi eccetera non sono parte nemmeno dello stesso universo, a meno che Dio sia Grant Morrison ndr ).
    A testa in giù appeso al cavo in adamantio e calato nel caveau in cui archivio la carta, sono rimasto a meditare sulla secessione viennese e poi sulla insalata viennese di cui ero ghiotto negli anni in cui per me il Ragno era quella cosa di Stan & Steve che combatteva il cattivo e poi tornava a casa, a Forest Hills, e rientrava piano senza far rumore, come direbbe il signor Rossi, per non svegliare zia May. Sarei ancora lì, parecchie decine di metri sotto la capitale morale del Paese, se non avessi fatto scattare un sensore di movimento – Crepascola ne ha disseminato la ns risposta alla Batcave per evitare che disturbi il ns cucciolo con le mie incursioni speleo-illogiche – e non fossi stato quindi costretto a tornare a riveder le stelle. Qualcosa mi è rimasto di quell’albo e ieri sono atterrato a Langley con una camicia hawaiana stile Steve Leialoha. Una roba da vecchio hippy che nemmeno il primo Starlin. Nessuno riusciva a stare serio durante il briefing che è stato reinviato alla settimana prossima. Un dittatore in un Bananas ha sette giorni prima che qualcuno passi a riscuotere. Sky retro inizia a trasmettere il Batman con West & Ward dal primo di ottobre. So che il leader Ics ci teneva. Pazienza.

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