Speciale 50 anni di Spider-Man – Peter Parker e la sindrome della donna nel congelatore

di Tonio Troiani

Il nostro speciale su Spider-Man (QUA tutti gli articoli) continua con un post di Tonio Troiani incentrato sulla più famosa delle fidanzate del Ragno. 

Le donne del Ragno non hanno mai avuto vita facile. Non che siano state tantissime. Forse a causa di un’atavica timidezza Peter Parker, pur riuscendo a convolare a nozze con una rossa da paginone centrale di Playboy, per poi rinunciarvici arrivando a stringere un patto con Mephisto al fine di salvare la sua amata e incartapecorita Zia May, è stato molto parco in quanto a relazioni. Se dovessimo confrontare il numero delle sue donne in cinquanta anni di vita editoriale, con quelle del nostro Dylan Dog la proporzione sarebbe imbarazzante, ma è pur vero che il regime è differente e che l’indagatore dell’incubo è giustificato da un malcelato complesso di Edipo.

Peter Parker ha diviso il suo amore essenzialmente tra due donne: la povera Gwendoline Stacy e la procace (sempre sia lodato John Romita) Mary Jane Watson. Tra queste due, si sono avvicendate diverse presenze femminili, non ultima la Hardy. Tuttavia, è proprio Gwen, nonostante la sua prematura scomparsa, a segnare non solo la vita del Ragno, ma soprattutto la storia del fumetto supereroistico. 

Infatti, in maniera univoca la fine della Silver Age è fatta coincidere con il breve ciclo ospitato sui numeri 121 e 122 di The Amazing Spider Man, a firma di Conway e Kane, in cui la fidanzata ufficiale del Ragno, la biondissima e archetipica ragazza- della-porta-accanto Gwen Stacy viene uccisa.

Romita Sr. eminenza grigia dietro la tanta vituperata decisione di uccidere Gwen, colpa che poi cadde sul povero Conway, clonò l’idea, pescando nella sua infanzia. Infatti, uno degli eventi più traumatici della sua vita da lettore era stata la morte di Raven Sherman (per i particolari qui).

Milton Caniff – Terry and Pirates (1941)

Nel 1941 Milton Caniff uccideva la donna di uno dei personaggi principali della sua striscia. Il problema, in questo caso, non era la morte in sé, che aveva già fatto capolino colpendo i protagonisti e i comprimari principali di altre strip – un esempio loquace è la doppia morte [1] di Daddy Warbucks in Little Orphan Annie di Gray, una morte che lascia basito anche il cane Sandy – ma la morte della donna di uno dei protagonisti:

Little Orphan Annie (Maggio 1937): allo sguardo basito di Sandy, Gray aggiunge una preziosa nota nascondendo il volto di Annie

Ricordando l’impatto che ebbe sui piccoli lettori quella morte di carta, Romita Sr. immaginò il risultato identico, se non decisamente più ampio, che avrebbe potuto avere la morte della fidanzata del personaggio simbolo della Marvel Comics. Il buon Stan Lee non ci vide nulla di male. Anzi, un evento di tale drammaticità avrebbe risollevato le sorti di una testata ormai in secca. Quello che è indubbio è che la morte di Gwen preparò non solo l’ingresso del mondo reale nella testata del Ragno, ma la fine di un’epoca.

Non a caso, in una delle prime opere di auto-analisi della Marvel – nonché forse inizio di quella strategia del recupero e della rilettura, che tutt’ora attravero deprecabili modalità infesta la Casa delle Idee – Kurt Busiek e Alex Ross decidono di concludere l’opera (stiamo parlando di Marvels se non si fosse capito) con la morte di Gwen Stacy. La rinascita del fumetto superoistico, dopo la fatale condanna a morte popolare all’indomani del varo del Comics Code, trovava la sua maturità in quella esecuzione. Le motivazioni emotive ed economiche sono state ben esplicitate dagli autori, ma c’è qualcosa di sotterraneo nella scelta di Romita, Conway e Lee.

Era un sorta di esorcismo: i personaggi rischiavano sensibilmente di diventare, nonostante la loro caratura umana troppo umana, oleografici. Di perdere tutta quella umanità che era stata infusa loro per toccare il nervo scoperto di una nazione, che dopo il boom degli anni 50, si era immersa in un decennio difficile, culminato nella disastrosa carneficina vietnamita. Il racconto orchestrato da Conway ha come centro, appunto,  l’impotenza del ragno a contrastare le ambigue conseguenze del suo engangement.

Vi era un tentativo di sublimazione di quanto accadeva fuori, nel mondo reale. Joe Kubert – uno dei più grandi autori a lavoro su strip a tema militare – in un’intervista [2] parlava della totale mancanza di appeal commerciale di qualsiasi fumetto di guerra che si concentrasse sugli eventi recenti: la guerra di Corea e quella del Vietnam non suscitavano interesse o forse incutevano timore. Eppure, c’era bisogno di qualcosa che avvicinasse il supereroe all’uomo comune.

Come dicevamo, la ri-lettura di Busiek esplicita questa rottura ricorrendo alla prospettiva eccentrica di Phil Sheldon. La morte di Gwen Stacy non è una morte eccellente – finisce addirittura nella decima pagina del Daily Globe – , mentre la prima è occupata dalla misteriosa morte dell’industriale Osborn – è una morte qualunque: ma nel suo essere anonima e, pertanto, comune, è forse la morte più importante del Marvelverse, poiché erode totalmente il principio di esistenza delle Meraviglie: salvare gli innocenti.

Il fulgido spettacolo dell’invasione degli Atlantidei [3] in cui Gwen Stacy fa esperienza della pura meraviglia lascia spazio per il reporter ad un carosello di immagini insensate che conduce con sé uno strascico di morte. Soprattutto, tra le donne.

Ed infatti, il secondo tratto caratteristico della morte di Gwen Stacy è quello di inaugurare una carneficina di fidanzate, mogli e amiche del supereroe di                   turno ( a cui nel nostro piccolo abbiamo contribuito anche noi – qui – )  Non potendo uccidere il protagonista della testata o essendo la morte dei comprimari, soprattutto uomini, poca cosa (penso ad esempio alla morte di Jason Todd: c’è sempre la possibilità di un nuovo Robin o di un nuovo Bucky) la donna riveste il ruolo fondamentale di vittima sacrificale. L’irruzione della Realtà che chiude l’innocenza della Silver Age apre un periodo di impegno [4] e, nel contempo, una crescita esponenziale della violenza, che culminerà nel cinismo dell’ultimo decennio del secolo scorso.

La sceneggiatrice Gail Simone – attiva soprattutto in zona DC – nel 1999 incominciò a compilare una lista delle morti, offese e violenze perpetuate sulle donne, dopo la pubblicazione di Green Lantern (vol.3) #54, dove Alexandra DeWitt, la ragazza dell’allora Lanterna Verde, Kyle Rayner , viene uccisa dal cattivo di turno – Major Force – che decide di fare una bella sorpresa al nostro eroe, facendogli trovare il cadavere dell’amata in un frigorifero [5]. Di qui, attraverso diverse discussioni e catalogazioni sul sito WiR (acronimo appunto di Women in Refrigerators ) si arrivò a teorizzare il concetto della Sindrome della Donna nel Congelatore.

Green Lantern (vol.3) #54

Si potrebbe stilare una lista minima delle violenze più atroci consumate sui personaggi femminili. Ci finirebbe sicuramente in mezzo, quella a carico della figlia del commissario Gordon nell’imprescindibile The Killing Joke, ma se restiamo nei limiti delle trame del ragno, possiamo rintracciare altri due esempi notevoli: la morte di Jean de Wolff [6] (ad orchestrare la vicenda l’immenso Peter David) e i traumi di Mary Jane in seguito allo stalking di Venom e l’aborto [7] che chiude la saga del clone (un crescendo di sadismo verso il Ragno, che in un momento di rabbia picchia la stessa Mary Jane). Per non parlare poi di Zia May…Ma, in realtà tutti hanno sempre desiderato vedere schiattare la tenera e petulante donnina. Quindi, non l’inseriamo nel novero delle seviziate e martirizzate.

Tirando le somme, pertanto, la povera Gwen con la sua inconsapevole morte ha segnato a) la fine della Silver Age e b) l’incipit di un’apertura alla violenza che ha sommerso i comics, producendo sulla lunga distanza un effetto contrario a quello che aveva ispirato la prima indimenticabile morte di una fidanzata nel fumetto popolare superoistico: renderli vivi e più vicini ai lettori. Così la morte è scaduta ad un semplice artificio narrativo, o tuttalpiù un bel colpo di gomma (in ambito ragnesco si pensi al povero Ben Reilly) che ha come diretta conseguenza una specie di an-estetizzazione alla morte o alla sofferenza in genere.

Gerry Conway nella sua risposta scritta inviata a WiR diceva:

[…] l’intensità della violenza contro le supereroine dei fumetti (in realtà, contro chiunque – uomini, donne, super o altrimenti – sembra essere incrementata esponenzialmente sin quando ho smesso di scrivere fumetti nel tardi anni 80. Sono inorridito dalle pagine riprodotte sul tuo sito, ma suppongo siano rappresentative di ciò che succede nel medium. Ciò confermava una supposizione che aveva elaborato negli anni 80: che sempre più, i fumetti mainstream vengono disegnati per piacere principalmente ai ragazzi di River’s Edge (se non conosci il film, cercalo, noleggialo, e dimmi se sbaglio). In questo contesto, la violenza contro le supereroine è parte di un continuum: una cinica forma d’arte di svilita disumanizzazione del supereroe. Come mi faceva notare un mio amico in un altro contesto “Benvenuto nel mondo post-ironico”. 

Possiamo consolarci, pensando che Gwen – almeno quella originale e non il suo clone – non è più tornata, guadagnandosi così un posto nel cuore di tutti gli aficionados del Ragno.

* * *

Note

[1] Daddy Warbucks fu ucciso due volte: la prima nel 1937, ma le proteste costrinsero Gray a riportarlo in vita e a lasciargli trascorrere in pace gli ultimi anni della sua esistenza prima che sopraggiungere la fine del New Deal nel 1944.

[2] Amazing World of DC Comics #1 (July/August 1974).

[3] Se ne parla in Sub Mariner #60, apparso da noi per la prima volta nel numero 122 dei Fantastici Quattro della Corno.

[4] Penso alla storia sulla droga apparsa senza l’approvazione del Comics Code proprio su The Amazing Spiderman. O al ciclo di Green Arrow di Dennis O’Neal, lo stesso che lasciò a fine anni 80 decretare la morte di Jason Todd – il secondo Robin – ai lettori. Una differenza abissale, questa con la morte di Gwen Stacy.

[5] La storia della morte di Alex de Witt fu scritta da Ron Marz, che poi rispose direttamente alla Simone (qui).

[6] In Spectacular Spiderman #107-110

[7] Sull’aborto in casa Marvel poi ci sarebbe da scrivere un post a parte, qualcuno ci ha già pensato (qui)

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8 risposte a “Speciale 50 anni di Spider-Man – Peter Parker e la sindrome della donna nel congelatore

  1. Articolo davvero interessante, Tonio. Davvero bravo. Ci sarebbe da esaminare dallo stesso punto di vista anche la storia di Daredevil, il personaggio più perseguitato di sempre dai propri autori. Donne che muoiono, donne che finiscono in manicomio, droga, malattie, pestilenze e cavallette.

    E’ evidente che Conway un po’ ha ragione nella risposta a Wir.

  2. ma il complesso di elettra, in psicoanalisi, non riguarda le sole donne?

  3. Luigi, le donne di Daredevil sono state sottoposte a fiori fiori di sevizie…in effetti…Conway ha ragione e sarebbe interessante vedere anche quanto dice Waid al proposito http://comixfactory.blogspot.it/2012/09/mark-waid-la-cupezza-che-pervade-le.html
    p.s. bengola sì…mi sa che parlando di donne, ha avuto un bel lapsus freudiano…;)

  4. @ Tonio:
    Ho letto quel post proprio l’altro giorno e mi ha fatto piacere apprendere che qualcuno del settore la pensi come Waid. Per più di un motivo. E ha ragione. Da Miller in poi, nel bene e nel male, è stata una corsa allo scrivere fumetti in un certo modo. Un certo modo che è tornato davvero parecchio di comodo a tanti osannati scrittori, di ieri e di oggi. Ma questa è un’altra storia.

  5. Credo sia un pensiero condiviso e che si stia facendo largamente spazio. Il periodo – che Conway definisce – post-ironico (o cinico) credo abbia un po’ fatto il suo tempo: la violenza o si è convertita quasi in pornografia, per cui quella “edulcorata” dei fumetti non basta più, oppure è ormai una macchietta che ha perso tutta la sua carica eversiva. Bisogna forse come sta facendo Waid con Devil ritornare ad una narrazione basata su valori forti e sul gusto della narrazione tout court…

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