Speciale 50 anni di Spider-Man – “Boston, un racconto di Carlie Cooper”

di Andrea Tosti
Illustrazioni di Leg

  
Per lo speciale dedicato ai 50 anni del Ragno  presentiamo un racconto di Andrea Tosti dalle imprevedibili e sconcertanti conseguenze per lo Spider-verse con protagonista l’agente Carlie Cooper.                                                                              Le illustrazioni che accompagnano il racconto sono firmate da Leg. -TT
 

Mi trovavo a Boston per una consulenza forense su un’indagine di omicidio. Niente supercriminali, nessun virus che ti trasforma in un ragno sbavante sulla Fifth Avenue, nessun fidanzato che ti tiene nascosta la sua identità di supereroe par-time, nessuna ex compagna di stanza che si trasforma in un mostro cornuto su un ridicolo deltaplano a motore. Solo un normalissimo caso di omicidio. L’operatore di una draga aveva tirato su il cadavere, mentre si occupava dell’operazione oziosa e alquanto inutile di ripulire il fondo di quel laboratorio chimico che è il fiume Mystic. I denti della scavatrice avevano tagliato la fune che lo teneva ancorato al fondo tramite l’intramontabile metodo del blocco di cemento e il corpo era tornato a galla di corsa, come un palloncino, gonfio com’era di gas, praticamente esplodendo a un metro di altezza sopra la superfice dell’acqua e comportando la fuga dell’operatore della draga. Il che ha significato un ritardo nella segnalazione del caso alla polizia che è stata impegnata tutto il giorno a cercare il corpo, o quel che ne restava, nel frattempo trasportato su di una secca sabbiosa dalla corrente. Inutile dire che il corpo era in condizioni terrificanti quando è stato portato in obitorio. Ci sono voluti quasi tre sacchi per impacchettarlo e il coroner che lo ha ricomposto, per quanto ha potuto, deve aver fatto una fatica immane, con tutta quella carne semiliquida che sfuggiva in continuazione. Un secchio sarebbe stato un contenitore più adatto.  Se non fosse bastato lo stato del corpo al momento del suo ritrovamento, chi l’aveva ammazzato si era preoccupato di fare del suo meglio per renderci il lavoro difficile: denti estratti, dita tagliate, occhi presumibilmente divorati dai pesci se non rimossi in precedenza. Non sarei potuta essere d’aiuto, questo mi fu chiaro da subito, ma armeggiai un po’ intorno al “corpo” per dare alla mia dichiarazione di inutilità un tono più ufficiale. Chiuso di nuovo il cadavere nel sacco e salutati i colleghi con un po’ di rammarico per la speranza e il viaggio fatto a vuoto mi rimaneva tutto il resto della giornata per girovagare un po’ per la città e scelsi di farlo per le vie di Charlestown (be’, sì, prima ho fatto una capatina dalle parti di Fleet Street per sapere se Alan Shore aveva bisogno di una consulenza, ma non sono stata fortunata). Da newyorchese fanatica quale sono guardo un po’ Boston come la casa delle vacanza in campagna, un posto rilassante, pieno di verde e di silenzio e che ti fa impazzire dopo la prima settimana, ma devo ammettere che il New England è davvero splendido in autunno anche se trasuda una docile inquietudine. I mostri che la grande mela genera autonomamente, alimentandoli con la propria naturale perversione, quegli abomini che a New York sono reali qui hanno avuto bisogno di crescere nelle fantasie di autori come Poe, Lovecraft e  Sylvia Plath, sulle cui pagine mi struggevo ai tempi del college non sarebbe potuta nascere che qui. Facevo molte cose senza senso ai tempi del college. Non che ora importi più molto. Non che nulla importi qualcosa, adesso.

Comunque, finito il classico giro da turista distratta mi tornò in mente che la zia di Peter si era trasferita da poco qui. Non che avessi mai avuto un rapporto molto stretto con lei ma, be’, la consideravo una donna ammirevole, con tutti i sacrifici che aveva fatto per tirare su Peter da sola e la beneficenza etc. etc. e poi, da quando frequento Peter solo come amico non avevo più avuto tante occasioni di incontrarla, specialmente ora che si era trasferita qui. Mi ci volle un attimo per rintracciare il suo indirizzo e, fortunatamente non viveva lontano da dove mi trovavo. Persi solo un po’ di tempo per trovare qualcosa di adatto da portarle. Non era solo il fatto che si erano trasferiti da poco in una nuova casa (nonché sposati) ma quella donna mi spaventava, mi spaventava come può spaventarti un’istituzione. Non tanto come trovarsi di fronte al presidente Obama, più come andare a caccia con il vecchio Teddy Roosvelt. Zia May aveva quella solidità che di solito immaginavo associata alle donne della frontiera, capaci, al tempo stesso, di allevare un numero imprecisato di figli e nipoti, tenere in ordine la casa, cucinare, occuparsi dell’aia e dell’orto e, con la stessa pratica indifferenza, di imbracciare un fucile per difendersi dagli indiani e dai banditi, senza perdere l’abituale decoro né scomporre la complicata crocchia racchiusa sotto la cuffietta di pizzo. La casa dei coniugi Parker-Jameson era una tipica villetta in stile europeo, con un piccolo giardino e una rimessa per gli attrezzi sul retro. La porta era socchiusa, il che mi sembrò strano. Cavolo, per quanto riguarda i crimini comuni Boston è una sorta di inferno rispetto a New York. Certo, magari la città non rischia di venire distrutta ogni paio di settimane dallo squilibrato di turno superpotenziato da qualche droga sintetica, ma le  possibilità di venire accoltellati nel sonno o rapinati in un vicolo sono molto più alte qui che dalle mie parti. Provai a bussare e poi a chiamare ad alta voce Zia May, ma senza ottenere risposta. Non so perché entrai. Tecnicamente era violazione di proprietà privata ma, sapete quello che si dice dell’istinto dei detective. Ecco, di solito si tratta di esagerazioni, per non dire di stronzate, ma credo che fu proprio quello che mi spinse ad addentrarmi nell’ingresso in penombra. Anche all’interno regnava la stessa pace inquietante che avevo “avvertito” all’esterno. Pulita ed ordinata al limite della maniacalità, la casa dei coniugi Jameson dava pieno senso all’espressione “tirata a lucido”. Avevo quasi timore di muovermi, lo stesso timore che doveva avere la polvere che, per qualche strano motivo, apparentemente non si posava sui mobili.

Ripetei un timido “Hey, c’è nessuno?”, a cui di nuovo non seguì alcuna risposta. Mentre l’eco della mia voce si perdeva fra le pareti rivestite di legno la mia mano andò meccanicamente al fianco, a sentire il rassicurante gonfiore della fondina. La casa era vuota, almeno apparentemente. Rimaneva soltanto la rimessa degli attrezzi. Raggiunsi la porta sul retro passando per la cucina. Il giardino, che correva tutto intorno alla casa, sul retro era leggermente inselvatichito e qualche rugginoso resto spuntava dall’erba troppo alta. Sul fondo, addossata allo steccato e appoggiata al tronco di un acero ingiallito dall’autunno, la casetta per gli attrezzi. Sembrava chiusa. “Be'”, pensai, “i due piccioncini saranno a pranzo fuori o a tubare in qualche parco. Dovrebbero stare più attenti, però”. Poi la vidi.

La macchia di sangue era sopra l’angolo superiore destro della porta della rimessa. In corrispondeza della macchia il legno era scheggiato. Qualcosa o, più probabilmente, qualcuno, doveva aver sbattuto con una certa violenza. Forse non era molto, niente più di un sospetto, ma l’istinto, ricordate? Scavando con un temperino nello spazio fra la porta e lo stipite trovai anche dei capelli e quello che poteva essere un frammento di cute. Ok, potevo preoccuparmi. Un ladro poteva essere penetrato in casa e questo avrebbe giustificato la porta aperta, ma non l’assenza di segni di scasso. Certo, avrebbe dovuto essere il ladro più ordinato della città. Restava da capire di chi potesse essere il sangue. In casa sembrava non mancasse niente, per quanto potevo capirne. Magari era stato sorpreso e aveva rinchiuso May o il signor Jameson o entrambi nella rimessa per poi avere il tempo di scappare. Non aveva molto senso ma le altre possibilità erano più inquietanti. Lì dentro avrei potuto trovare anche solo dei cadaveri.  Era una possibilità che mi raggelava ma era plausibile. Non era da escludere che il presunto ladro fosse ancora lì dentro, magari tenendo segregata la coppia sotto minaccia aspettando non so cosa, forse di farsi rivelare il nascondiglio di qualche fantomatica cassaforte. Lo ammetto, correvo un po’ con la fantasia ed anche allora ne ero consapevole. Per questo non chiamai rinforzi. Solo più tardi mi resi conto che il problema era proprio la fantasia. Ce ne stavo mettendo troppo poca.
Scassinare la serratura fu questione di un attimo. La rimessa era evidentemente vuota. Non ci misi molto ad accorgermene. Si trattava di una stanza di tre metri per quattro, praticamente sgombra, tranne una rastrelliera per gli attrezzi appesa su un lato e una vanga in un angolo. Era tutto coperto di polvere, se non arrugginito. Solo il pavimento presentava tracce confuse di un recente passaggio. Il sangue sul lato interno della porta aveva formato un rivolo e lì, dove non batteva il sole, era ancora semiliquido. Non doveva essere passata più di un’ora dal momento dell’impatto, due al massimo. La luce che entrava a fatica dall’esterno illuminava casualmente la rastrelliera. Mi accorsi solo allora che mancava un martello. Vedevo la sua sagoma disegnata sul pannello magnetico come un lugubre promemoria. Quando mi colpì non fui neanche più di tanto stupita.

“Ciao Carlie, come va?”

Faticai a mettere subito a fuoco lo sfondo della sala, da cui la voce, insolitamente allegra sembra provenire. Dietro quella che sembrava essere una sorta di tenda medica da campo, impacchettato in una tuta gialla come quelle che i miei colleghi usano in caso di contaminazione chimica vidi il rispettabile e rispettato  J. Jonah Jameson Senior che mi stava rivolgendo uno dei suoi caldi sorrisi da gentiluomo del sud. La barba perfettamente curata, i capelli radi e candidi: mentre mi guardava con calore e mi salutava, agitando una mano, non potei fare a meno di pensare per un attimo a verande dipinte di bianco, indolenti sedie a dondolo e all’odore che non ho mai conosciuto di una torta di mele ancora calda. Poi guardai meglio. Pendente sul collo aveva una maschera da laboratorio completa di respiratore, la mano destra era  aperta, le cinque dita nell’universale e conciliante segno del saluto.  Era rossa. Rossa di sangue. L’altra, con la stessa noncuranza, teneva sollevato un corpo per il collo e lo faceva senza molto sforzo, come se non fosse nulla più di un giocattolo. Non avevo di che sorprendermi. Non si trattava ormai che di un tronco scarnificato, mangiato dall’acido. La poca pelle che gli era rimasta addosso gocciolava lungo le ossa scoperte, gli occhi infossati nelle orbite sembravano sul punto di cadere. La lingua, senza che la cosa sembrasse avere alcun senso, restava per chissà quale motivo ancora attaccata a quel che restava del palato, sporgendo oscena dalla cavità della bocca.

“Questo è Charlie. Saluta Carlie, Charlie. O CarlieCharlieCarlieCharlie”. Sorpreso dall’assonanza inaspettata del mio nome con quello del cadavere continuava a ripeterli e mentre la cantilena si componeva, sorretta da una voce che si faceva ad ogni passaggi più acuta, il legno della veranda imputridì di colpo,  germinando vermi e interiora nere che si contorcevano come bestie oscene.

“Questo è Charlie. Saluta Carlie, Charlie. O CarlieCharlieCarlieCharlie”

Poi delle lunghe dita morbide e curate mi prensero per il mento e mi costrinsero a girarmi. Solo quando fissai negli occhi Zia May, il mio sguardo dritto nel suo, in quegli occhi azzurri, quasi grigi, mi accorsi che stavo gridando. La mia stessa voce mi colpi dall’esterno, come qualcosa che non mi apparteneva, facendo breccia in quella parte di me che continuava a restare lucida.

“Questa non te l’aspettavi, scommetto”.

Mi è talmente vicina che potevo sentire l’odore di lavanda dei vestiti, il suo fiato caldo  sul viso, così delicato e  avvolgente che quasi sovrastava quello dell’acido e della carne corrotta.

“Guardami e vedi di calmarti”

La guardai come se lo facessi per la prima volta. Il suo sguardo. Il suo sguardo era di disapprovazione:  su questo non potevano esseri dubbi. Lei non voleva che ce ne fossero. Una disapprovazione dolce ma tenace. Mi vergognai delle mie urla e le inghiottì, le ricacciai dentro di me a forza, mentre il disagio che quello sguardo mi provocava soffocava, vinceva il terrore sostituendolo con qualcosa di più sottile.  Se qualcosa in quella stanza non tornava deve essere colpa mia, dovevo aver fatto qualcosa di male, pensato qualcosa che non avrei dovuto pensare. Era colpa mia se il mondo era crollato, se il bianco era diventato rosso, se la torta di mele era inacidita. Ammutolii, cercando di piangere dentro di me perché so che ad ogni lacrima quello sguardo mi avrebbe scavato ancora più a fondo, svelando ogni mio inconfessato squallore e pensai, pensai, pensai, con tutta l’intensità che mi era possibile a quale potesse essere la mia colpa fino a quando la domanda cambiò e diventò quale fra le mie innumerevoli, infinite debolezze e piccole meschinità poteva aver fatto arrabbiare quella donna così buona, così infinitamente giusta e altruista. Dovevo sapere il perché, per cosa devo essere punita. Perché di una cosa ero sicura. Una giusta punizione era quello che mi aspettava.

Con un gesto deciso della mano Zia May mi risbattè la schiena contro la sedia, sedia che per un attimo oscillò, restò in bilico e poi, senza che io potessi controllarla, ritornò alla sua posizione originaria, portandomi di fronte davanti a lei, ancora. Non fu il dolore dell’impatto a restituirmi alla mia razionalità. Zia May si accese una sigaretta. Il fumo le salì in contorte volute lungo il profilo ossuto. Zia May si accese una sigaretta. La zia di Peter, May Reilly Parker, recentemente in Jameson, aspirava avide e gustose boccate e lo faceva come chi ha una lunga consuetudine con questi gesti. Poi mi guardò e sorrise e il suo sorriso fu come quello di una sega arruginita. Il fumo le usciva dalle narici e dalla bocca. Zia May stava fumando e fu questo che mi restituì a me stessa. Ero legata in una cantina alla mercé di due anziani psicopatici. Ed ero fottuta.

“Prima che tu te lo chieda, sì, sono io. Nessun clone né sosia né realtà alternative. Sono proprio io. Benvenuta a Boston. Come sta Peter?”

Intanto il suo consorte, nonché complice, come mi suggeriva l’evidenza dei fatti, continuava ad immergere il corpo in quella che ora individuavo chiaramente come una tinozza di plastica piena di acido.

Avrei dovuto dire qualcosa di interessante ma non mi uscì fuori nulla di meglio di un sussurrato “Perché?”.

“Perché cosa? Perché sei legata? Perché il mio amorevole consorte, nonché padre del primo cittadino della tua adorata New York sta sciogliendo un corriere con manie di grandezza nell’acido? Perché la tua aspettativa di vita si è ridotta drasticamente a meno di un’ora, tempo necessario al consorte di cui sopra per finire il suo lavoro e liberare spazio per te? O forse vuoi chiedermi perché sono quella che sono?”

“Perché, Zia May?”. Non so come faccia Peter quando svolazza a farsi venire in mente tutte quelle battute sagaci. Probabilmente la lista dei suoi superpoteri andrebbe incrementata. Lavoro da anni alla NYPD e vi giuro che questo non ci prepara minimamente a situazioni come queste. Tutti i miei sforzi mentali erano impegnati a non impazzire, ad analizzare le mie possibilità di fuga e a contrastare il dolore pulsante proveniente dalla testa, così intenso che mi rendeva difficile persino mantenere l’equilibrio. Intanto il sangue che colava copioso dalla ferita mi impastava la bocca, eccitandomi i sensi con il suo sapore ferroso.

“Non ti chiederò perché sei qui. Io so perché sei qui. Non so con certezza perché tu sia in casa mia, questo no, ma so che sei a Boston perché quel lavoretto di cui ci siamo occupati tempo fa è tornato a galla. Siamo stati un po’ sbrigativi lo ammetto, ma la situazione non permetteva maggiore raffinatezza. Come vedi, quando abbiamo più tempo a disposizione, ci concentriamo con più attenzione nel non lasciar tracce. E’ molto importante essere puliti”

“Peter lo sa?”

“Ah, Peter. Cosa vuole saperne Peter, quell’egoista. Perso nei suoi problemi da fighetta. Come se essere un brillante scienziato con dei superpoteri fosse davvero un handicap. Ti dirò una cosa di Peter, Peter non esiste. Peter non c’è. Peter è una mia creazione. Ma sto scadendo in un cliché, vero? Il cattivo che svela i suoi piani prima di eseguire la giusta condanna. Ah, ma posso anche concedere un po’ di tempo alla vanità. Come ti ho già detto il tempo non ci manca. Devi prendere un aereo alle otto di stasera. Prima di allora nessuno si preoccuperà di chiedersi che fine tu abbia fatto e, credimi, ben prima di quell’ora avrai finito di essere un problema per me. A proposito John, come procedono le tue faccende?”

“Tutto liscio, May. Devo prenderci un po’ la mano. Magari la prossima volta potremmo chiedere aiuto a uno dei ragazzi, per fare prima, non credi?”

“Ah, taci. Se vuoi che una cosa venga fatta bene devi farla da solo. Quante volte te l’avrò ripetuto. Non bisogna mai dimostrare di aver bisogno di aiuto. Ora sbrigati”

“Perché?”. Il cervello mi stava andando in pappa. Faticavo a tenere gli occhi aperti e la vista mi si annebbiava ogni volta che una fitta mi attraversava il cervello. Cristo, non riuscivo a pensare a nulla, solo che stavo per morire, che ero fottuta. Non c’era altro da pensare. Ero fottuta e ne eravamo tutti consapevoli, tranne quella parte irrazionale di me che si agitava disperata sul fondo della mia coscienza minata dal dolore e dalla paura in cerca di un qualsiasi appiglio.

“Non ti chiederò perché sei qui…”

“Perché perché perché perché. Basta.  Non sai chiedere niente di meglio? Cazzo. Un’altra delle mille cose che Peter non ha mai saputo fare, scegliersi le donne. Insulse, banali, senza personalità. Ah, e spesso destinate alla morte, non dobbiamo dimenticarcelo. Devo ringraziarti, in fondo. Mi sarai utile anche tu. Non da viva, naturalmente. Non potremo deturparti troppo, se questo può consolarti.                                    Non che io abbia intensione di consolarti, naturalmente. Il tuo corpo dovrà essere riconoscibile.                         Quando decideremo di farlo ritrovare. Basterà lasciarti addosso i denti, suppongo. Oppure lasciare solo quelli. Devo decidere. Mi piacciono i dettagli, mi appassionano. Forse è il risultato di anni passati a fare il punto e croce o a risolvere il cruciverba del New York Times oppure…altro? Tu cosa ne dici?”

“Vuoi uccidermi?”

“Non è evidente? Ti sembra che stia impastando una torta qui sotto? Ma ti capisco, hai paura. Devi avere paura. E’ questo lo scopo. Potrei avere pietà naturalmente. Potrei lasciarti andare. Abbandonarti da qualche parte e prima che tu possa chiamare aiuto questo posto scomparirebbe e chiunque venisse qui per delle indagini troverebbe me e il mio caro marito a curare il giardino oppure impegnati in qualche impresa di beneficenza. Nessuno ti crederebbe, lo sai. Io sono sempre la cara e dolce Zia May, sono un’istituzione. Sono più americana della bandiera. Anche se ti credessero, poi, penserebbero che sei stata drogata oppure vittima di un inganno di Mysterio o dello Sciacallo. Non sarebbe difficile da organizzare. Sono quasi tutti sul mio libro paga. Ti stupirebbe sapere quanti fra i tuoi colleghi sono nella mia disponibilità. Certo, nessuno di loro è riconducibile me. Ecco, potremmo fare così. Potrei sedarti, farti portare nel deserto e restare a vedere come gli eventi si svilupperebbero. Sarebbe divertente, lo sarebbe come lo è stato tutte le altre volte. Che ne dici? Sarebbe una soluzione soddisfacente?”.

Mentre il sangue mi gorgogliava in bocca riuscì a trovare le forze per guardarla, cercando di sostenere il peso del suo sguardo.

“Non lo farai”

“No, cara, non lo farò. E sai perché? Perché anche io ho un superpotere. In questo mondo di demoni e dei anche la fragile Zia May ha un superpotere. Sai come si chiama il mio superpotere Carlie cara?”

La testa mi girava. Vedevo il viso della vecchia che si sdoppiava davanti ai miei occhi. Stringendo i denti nello sforzo di mantenere il busto eretto accennai un segno di diniego con il capo.

“No, naturalmente non lo sai. Il mio superpotere si chiama senso di colpa. E’ un superpotere molto forte anche se non mi fa volare e non arresta l’artrite che mi sta devastando. Non ha bisogno di braccia supplementari o dell’invulnerabilità. Se proprio vogliamo definirlo è una sorte di arte mistica, ma innata. Non trae la propria forza da qualche feticcio o oggetto magico, è dentro di me. Ha qualche affinità con Peter, anche il mio superpotere tesse una tela, una tela di vergogna e di inadeguatezza. O sì, lo so. Lo so chi è Peter, so di quel costumino sfavillante e di cattivo gusto che si mette di tanto in tanto, neanche dovesse andare a vendere i suoi servizietti di notte a Central Park.  Credeva davvero che non me ne sarei accorta? Che abitando con lui non avrei notato nulla? Non ero mica quella checca di suo zio Ben, sempre pronto a dispensare buoni consigli, mentre neanche si accorgeva che la vita di sua moglie scivolava nella noia e nell’inutiltà. Fu lui il primo filo della mia tela. Fu anche il primo che feci ammazzare. Mi dispiacque solo non poterci essere ma dovevo rimanere a casa a piangere tutte le lacrime della vedova inconsolabile. Non è difficile, vedi? Vedi le mie lacrime? Peter l’ho creato io e quando vedevo che stava per uscire dalla mia tela tessevo un altro filo e poi un altro ancora e  i fili avevano nomi di persone, e alcuni fili venivano spezzati, come quello di Gwen. Povero, pazzo Osborn, con le sue manie di grandezza, il suo credersi chissà chi. Come pensi che ci rimarrebbe se sapesse di essere stato pilotato da me? Un altro filo. Povera cosa la tela di Peter al confronto, non credi? Lui usciva la sera per giocare a fare il supereroe e io segnalavo i suoi spostamenti ai miei ragazzi, intrecciavo relazioni, allargavo la tela. Elektro o il mio vecchio amante Octavio combattevano con lui e i suoi amici sulle rive dell’Hudson mentre il mio esercito di piccoli criminali comuni cresceva all’ombra delle loro battaglie, come un’armata di ragni silenziosi. Io sono davvero il ragno. Peter chi è? Una femminuccia lamentosa. Per quante volte potessero essere catturati i suoi nemici non parlavano di me, quelli che sapevano della mia esistenza, almeno, perché potevano essere sicuri che al loro rilascio o alla loro fuga sarebbe stato il mio ininterrotto fiume di denaro a finanziare i loro guanti magnetici o qualche altro giocattolino di quelli che piacciono tanto ai maschietti. Infantili, non trovi? Del resto io mi muovo al di sotto dei costumi colorati. Non ho bisogno di brillare. Io mi muovo nella terra, respiro e attendo e ad ogni mio respiro un filo viene tirato. Non mi credi? Sì che mi credi, ti basta guardarmi negli occhi”

Ed era vero, le credevo e credere significava raggelare e arrendersi.

“Perché?”

“Perché cosa? Credevo che avessi capito ormai che i perché non esistono, non hanno senso”

“Perché (respiravo ormai a fatica) perché Boston?”

“Be’, sai, dopo tanti anni il giro d’affari andava ingrandito. Nuovi mercati, se capisci cosa intendo. Poi cominciavo a trovare New York un po’ ripetitiva, ragni gigante, minacce aliene. Questo è un mondo nuovo”

Il rumore della vasca che veniva svuotata mi fece capire che ormai era fatta.

“May, qui ho finito”

“Bene caro, ho finito anche io. Potremmo andare a cena fuori, non credi. Carlie, cara, testa o cuore?”

Non risposi. Avrei voluto, forse no, non lo so. Semplicemente non ne avevo le forze.

“Scherzavo, nessuna delle due”

Le sue mani ossute, raccolte a pugno, si abbatono improvvisamene sulla mia nuca.

Ora.

Quando mi sveglio sono leggera. Devo aver sognato. Le ultime cose che ricordo sono che stavo andando a trovare la cara, vecchia Zia May. Eccola qui, la vedo. Sento la sua mano che mi carezza i capelli mentre mi sorride. Uno dei suoi sorrisi che ben ricordo, bonari, così pieni di calore. Devo essere svenuta o forse ho sbattuto la testa. Ora va tutto bene, c’è Zia May che mi guarda e che sorride. Sorride. Mi sento sempre più bene, sempre più leggera. Poi solo un riflesso nei suoi occhi grigi, quello del mio viso sfregiato, corroso dall’acido, le guance che lasciano scoperti i denti, il rossore del palato. Più in basso il mio corpo di scioglie e si dissolve. Sono sempre più leggera. Zia May sorride, sorride, sorride ancora, carezzandomi la testa. Sento il profumo della torta di mele, della naftalina, delle coperte pesanti riposte nell’armadio e del tè alla cannella. Poi più nulla. Solo il ricordo evanescente di una Boston autunnale e calda.

Quando mi sveglio sono più leggera

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2 risposte a “Speciale 50 anni di Spider-Man – “Boston, un racconto di Carlie Cooper”

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