Elephantmen

di Evil Monkey

E’ con grande onore che sono felice di presentare Evil Monkey che d’ora in avanti diventerà una presenza fissa e irrinunciabile per le nostre conversazioni. Evil è una delle due metà della Passeger Press e ha un blog bellissimo che parla di tutto quello di cui non sentite parlare.-AQ

Richard Starkings si merita un monumento. Dal 2006 ha la forza di portare avanti una delle serie più bizzarre e meno considerate dell’industria fumettistica statunitense. In anni che paiono premiare solo strategie a breve termine, tutte improntate sulla top ten mensile, una simile costanza è merce rarissima e pregiata. Ancora di più se non si è Robert Kirkman, capace di portare le sue due serie personali (Walking Dead & Invincible) a vendite stratosferiche dopo anni passati a lottare nelle retrovie.

Il caso Elephantmen è tutta un’altra storia. In prima linea non ci arriverà mai. Dopo sei anni di militanza questa serie è considerata ancora invisibile perfino negli Stati Uniti (fatevi un giro su qualche forum US e cercate informazioni al riguardo). Troppo strana, troppo decompressa, troppo impegnata a dissimulare le attese del lettore. L’idea di un fumetto di genere popolato da animali antropomorfi richiama alla mente di tutti noi una serie di casi ben noti: le Tartarughe Ninja, Howard il Papero, Rocket Racoon,… Che si parli di umorismo esplicito o di un più sottile gioco sulla figura dell’eroe il senso è sempre quello: divertire. Spiazzando o meno. Nell’universo creato da Starkings invece tutto è molto più serio. Se si evita di considerare qualche sporadica impuntura di leggerezza (tutte ascrivibili ai soliti due personaggi, tra le altre cose) l’atmosfera è plumbea e disperata. Siamo dalle parti di un Blade Runner piuttosto sommesso, con in più lo spettro di una terribile guerra africana a insinuarsi in ogni flashback. Tutti i personaggi paiono sull’orlo di una crisi e ogni pagina emana senso di minaccia imminente.

Elephantmen è una serie che parla di sopravissuti, di reduci. Nella vita reale non passa giorno che non si legga qualche articolo sui ragazzi tornati negli Stati Uniti dopo mesi di servizio in Afghanistan (si veda l’articolo Premio Pulitzer di quest’anno, pubblicato dall’Huffington Post). Nessuno sfugge dalla guerra senza portarne i segni addosso. Se non si è mutilati o sfigurati entrano comunque in ballo sindromi post-traumatiche varie (o una lunga serie di altre patologie di cui non conosco abbastanza per poterne parlare). Non bisogna certo essere degli psicologi per capire come dopo mesi di tensione e morte ci si senta dei mostri. Sempre pronti a esplodere. Estranei, tagliati fuori a vita. Tutto per colpa delle scelte di altri, quelli rimasti con le gambe ben infilate sotto qualche alto tavolo di comando. Alla stessa maniera gli Elephantmen sono frutto del consiglio d’amministrazione della Mappo, malvagia multinazionale operante nel settore degli armamenti. Sotto la guida del folle professor Nikken, e al costo di migliaia di donne africane morte durante gli esperimenti, questi nuovi esseri vengono cresciuti immersi in un costante lavaggio del cervello. Supersoldati fisicamente perfetti a cui deve essere annullata ogni scintilla di volontà.

Ma a un certo punto la guerra finisce. E come fare a integrarsi nella società quando si è un mostro di tre metri d’altezza? Chi diventa schiavo di antidepressivi, chi impazzisce, chi passa dalla parte delle forze dell’ordine come una sorta di Alexander DeLarge (la zebra Trench, uno dei migliori personaggi della serie). Oppure si scala la piramide sociale, come il rinoceronte Obadiah Horn. Ricco, potente e sposato con la bellissima Sahara. Figlia della madre che l’ha tenuto in grembo.

Se vi aspettate una serie con una trama ben definita e uno svolgimento tradizionale siete completamente fuori posto. Elephantmen procede per lo più attraverso piccoli episodi circolari e introspettivi, slegati dal plot generale (che appare comunque molto, molto, molto sfumato). Definire decompressa la narrazione di Richard Starkings è stare di manica larga. In questo senso l’inutilità delle vite di queste ex-macchine di morte è resa alla perfezione, anche se spesso si fa fatica ad affrontare l’ennesimo episodio autoconclusivo.

Nonostante tutto si fa in fretta ad affezionarsi ai perdenti che popolano queste pagine, il senso di empatia verso questi colossali fuoricasta appare evidente pagina dopo pagina. Ed è questo il merito di una serie che necessita la lettura di un buon numero di uscite per poter essere capita completamente. Sopportate qualche numero inutile di troppo e verrete ricompensati con picchi altissimi, totalmente devoti all’introspezione di personaggi che paiono nati esclusivamente come trovata grafica.

Ultima, doverosa, nota di merito per la grafica dei volumi originali. Ricchissima e ricercata, capace di trasmettere appieno il senso di giornaletto pulp proveniente dal futuro. Perfette e mai scontate le cover, spesso stravolte nel lettering e nel layout. Anche qui una tonnellata di coraggio.

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6 risposte a “Elephantmen

  1. Se lo può permettere, di stravolgere il lettering: ne è il maestro!
    Oltretutto, Richard Starkings è una persona molto alla mano e gentilissima (a Bristol, avendo saputo che sono fedele cliente della Comicraft, mi regalò un paio di volumi di Elephantmen) e uno che ci vede lungo: vedi le “scoperte” di Moritat e Boo Cook, due talenti che altrimenti faticherebbero a trovare collocazione.
    Thumbs up per l’articolo.

  2. Grazie mille Antonio (e a Conversazioni sul Fumetto per lo spazio concessomi).

  3. …un numero mi sembra l’ha fatto pure l’immenso Shaky Kane…mi sembra…

  4. Se prima non ero sicuro dell’acquisto, ora, inizierò a mettere i denari da parte per fare miei tutti i volumi di questa serie!
    Bellissimo articolo. 😉

  5. Davvero interessante. Spero di riuscire a leggere almeno il primo volume. Di quanti numeri è composta questa serie? Ed è conclusa?

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