Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #3 – L’intrattenimento è soggettivo

di Giorgio Trinchero

Nuova puntata dell’indispensabile rubrica Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia di Giorgio Trinchero.
QUA
tutte le puntate precendenti.

Intrattenimento.

Ogni tanto ne sento parlare, solitamente in termini che non saprei se dire dispregiativi o di apprezzamento. Succede che qualcuno dice: quel qualcosa è piuttosto brutto, e qualcun’altro risponde, ma no, è un buon qualcosa di intrattenimento¹. Io ho questo problema proprio con la parola, mi sdubbia il suo significato. Gira assieme ai termini mainstream, commerciale, popolare, ai quali penso di poter dare un senso indicativo. Mainstream: molto diffuso. Commerciale: che ha come moto principale della sua esistenza l’accumulo di denaro. Popolare: che nasce da stratificazioni prive di volontà autoriale, o dove l’autore è subordinato all’opera, fino all’anonimato².

Di seguito alcuni esempi a cui si riferiscono, secondo me, questi termini.
Mainstream può comprendere da Maus a Paperone, da Tin Tin a OnePiece: è la roba che vende molto.
Commerciale è forse impossibile da indicare, credo che si riferisca alle intenzioni produttive, che sono difficili da individuare leggendo un fumetto. Sai assai se l’autore aveva un grande bisogno di denaro e ha deciso che fare quel fumetto era il modo migliore per ottenerlo, o se ha fatto una roba lavorando le notti e le domeniche e poi un suo amico gli ha sottratto il plico di tavole e le ha portate ad un editore che ha stampato il tutto a sua insaputa.
Certo, nei casi in cui sia evidente un approccio aziendale, quindi lo sfruttamento di personaggi sul lungo termine con serializzazione più o meno infinita, sembra scontato che il denaro giochi una parte importante nelle intenzioni, ma anche lì, mica detto. Uno magari è ricco, e scrive/disegna Superman perché è il sogno della sua vita, che ne so io. Il fatto che lo paghino, anche molto, diventa ininfluente. E magari esiste chi fa i fumetti nei ritagli di tempo proprio perché è convinto che in quel modo diventerà ricco. Come fai a dirlo… ma più che altro, cosa importa, tanto la qualità dei fumetti prescinde delle motivazioni degli autori.

Popolare, secondo me si deve riferire alle cose anonime, non necessariamente di ampia diffusione quanto di ampia partecipazione. Dice fumetti anonimi mica esistono più! E qui ti volevo: si applica per esempio a tutte le strisce o tavole che girano sul web, dentro a FB in particolare, di cui non si capisce o è ininfluente chi li abbia fatti. Tutti i meme vari con le facce, tutte quelle robe che ti capita di vederle in mezzo a foto di gatti e tazze buffe. Tutte quelle cose li, sono come barzellette, non sai chi le abbia raccontate per primo e quanto si siano perfezionate nei secoli, e ognuno può comunque raccontartela a modo suo, e farti ridere oppure no. Un uomo entra in un caffè.


L’intrattenimento invece io credo abbia a che vedere con la fruizione, non con la produzione. L’intrattenimento è qualcosa che serve per impegnare il tempo nei momenti in cui non sai cosa fare. Presuppone un atteggiamento di passività, di mancanza di impegno, spesso di mancanza di scelta. Dopo una lunga giornata di lavoro, ti metti sul divano, e aspettando il sonno, vedi scorrere immagini sul televisore.
Oppure, mentre lavori ad una cosa che impegna solo alcune parti del cervello (mettere il lettering in un manga di mazzate, per fare un esempio così a caso) ti metti in streaming Dr. House a manetta, e lo ascolti aspettando le battute.
Secondo questa mia idea, qualsiasi cosa può essere intrattenimento. Se ho dimenticato di portarmi un libro e nella sala d’aspetto del dentista c’è una Bibbia, che leggo distrattamente un po’ qui un po’ là, la Bibbia è un intrattenimento. 
Ribaltando il ragionamento, se camminando in centro mi fermo a vedere un artista di strada, e la solida instabilità delle figure aree creata dalla sola abilità del giocoliere mi rivela un inedito punto di vista sul significato dell’esistenza che modifica il modo in cui scrivo, facendomi comporre frasi troppo lunghe, quello che è per definizione un intrattenimento (casuale, non impegnativo) smette di esserlo per me. Splash.³

Ho notato spesso, e ovunque, che si fa di queste categorie un uso strumentale: per giustificare l’illeggibile, o per attaccare aprioristicamente qualcosa che abbiamo paura potrebbe piacerci. Queste categorie non danno nessuna indicazione sulla qualità effettiva dell’opera, così come non sono assicurazione di valore l’antagonista storica Autoriale e quella odierna Graphic Novel⁴, ma non voglio parlare di Graphic Novel che è un termine che manda tutti in paranoia. Anzi smetto di parlare di fumetti: qualcuno può forse dire che Toxic di Britney Spears non sia un grande pezzo? Non lo può dire nessuno, perché è un grande pezzo.

Vorrei riuscire a smettere di preoccuparmi delle intenzioni produttive, delle storie personali degli autori, del pubblico a cui le opere si rivolgono, dell’antipatia dell’editore, delle categorie in cui sono inseriti, per leggere finalmente i testi, e godermeli per quello che sono. Ed essere libero di dire che sono brutti, senza che questo risulti offensivo per gli autori o i fan.
Ed essere libero di dire che sono capolavori, senza per questo far assurgere a divinità l’autore e diventarne fan.

Questo forse non risolverà i problemi del fumetto in Italia, ma ci farà risparmiare un bel po’ di chiacchiere inutili, che con questo caldo, mi fanno faticare.

***

1. Non ne sento veramente parlare, ne leggo spesso per blog e varie, ma è uguale, più o meno. No, non è vero, sarà successo una volta, forse due. Mi serviva un attacco che motivasse il pezzo, ma in realtà è tutto arbitrario. Cosa non lo è, del resto.
2. Si, l’ultima io credo che voglia dire quello. Per le fiabe funziona così, per le canzoni funziona così, non si capisce perché il fumetto dovrebbe essere diverso.
3. Scusate.
4. Cosimo mi fa notare che questa frase è una banalità, un “ grazie al cazzo”. Mi consiglia vivamente di rimuoverla. Ha ragione.
5. Che poi non è il caldo, è l’umido.

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10 risposte a “Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #3 – L’intrattenimento è soggettivo

  1. Il migliore fino ad oggi.

  2. ah vedi, è quello che a me convince meno, è proprio vero che l’intrattenimento è soggettivo…

  3. Geniale e condivisibile; ma forse è applicabile sono a chi si occupa di critica. I direttori editoriali (coloro che stabiliscono in anticipo, cosa i lettori avranno voglia di leggere) decidono invece a priori cosa debba essere mainstream, commerciale e popolare e chiedono agli autori di non varcare i confini dei format.
    C’è poi la variabile geografica. Perché, se all’estero, nel format “popolare” ci stanno i Beatles, Dr. House, gli X-Men; in Italia ci sta il Festival di Sanremo, la Gazzetta dello Sport e Tex Willer. Se ci metti appena un’idea in più, allora sei subito etichettato “di nicchia”.
    L’unica strada percorribile, mi pare resti il giudizio sull’opera, in quanto oggetto a sé stante (un po’ come fece Bruno Zevi con la critica d’Architettura).

  4. Uhm… il discorso anonimo/popolare non mi convince molto. O almeno, va bene se parliamo della tradizione orale, che in effetti è un gigantesco “telefono senza fili culturale”. Ma allora in questo senso sono “popolari” le barzellette quanto i poemi omerici.
    Mi sembra che per quanto riguarda, invece forme di espressione/produzione scritta/disegnata/etc. l’anonimato non può essre un considerato un discrimine accettabile. C’è sempre una intenzionalità dietro ogni opera e questa intenzionalità è singola e personale, o al massimo di un gruppo di persone, piccolo o grande che sia (pensa al caso di Spinoza.it o al collettivo Wu Ming… anche se in effetti anonimi non sono).
    E ti faccio notare che, per molto tempo, “non abbiamo saputo” chi fossero gli autori delle storie di topolino pubblicate da Mondadori, ma certo nessuno le potrebbe definire anonime. Popolari forse sì.
    Sul fatto che ci siano cose che girano sul “uéb” che non hanno nome e patria, mi sembra che siano meno di quanto si pensi se uno si documenta, vedi la recente polemica sul fotomontaggio Mario Monti/ Mario Balotelli.

  5. Livius:
    non credo che si possa definire a priori cosa sarà mainstream, se si potesse gli editori sarebbero tutti ricchi. Lavorare con un’ottica commerciale non da nessuna assicurazione di un successo commerciale. Anzi, l’editoria funziona proprio al contrario, è una serie infinita di tentativi falliti di vendere più di 50 copie, nell’attesa del libro/fumetto che vende abbastanza per mettere in pari tutti gli altri. Io credo che nell’editoria in particolare, il potere di scelta a monte sia piuttosto blando.
    Sulle differenze Italia estero: citi cose di ambiti diversi e non capisco bene dove volevi arrivare.
    Mi informero su Zevi!

    Marco D:
    Il mio popolare era proprio riferito a quel non sapere di chi fossero le storie “Disney” e in particolar modo all’effettivo disinteresse che ancora permane, io credo nella stragrande maggioranza dei lettori Bonelli, per l’autore. (Il lettore casuale di Dylan Dog non si accorge che ci sono più disegnatori impegnati sulla testata, non li distingue, e non sa che esistono gli sceneggiatori. Non voglio dire che sia stupido, ma che proprio non si pone il problema).
    Il “se uno si documenta” è un fattore importante. Se uno si documenta può tracciare una genesi di Cappuccetto Rosso, per arrivare magari alla zona e al periodo storico e alla popolazione che creò la versione più antica che conosciamo, ma mia nonna me la raccontava comunque, senza nessuna preoccupazione in questo senso.
    Detto questo, visto che nel fumetto è praticamente sempre rintracciabile un autore, possiamo anche decidere che i fumetti popolari non esistono.
    Almeno non nel senso della canzone popolare, della fiaba popolare, della tradizione orale barzellette/epica.
    A questo punto popolare diventa un sinonimo di mainstream, famoso, ampiamente diffuso.

    Posso mettere in discussione tutto, era proprio quello che volevo fare: cercare di trovare una definizione che rendesse questi termini sensati ed utilizzabili in un discorso “non aggressivo”, non ho un’idea così precisa, se non cercare di differenziare i significati. Perchè credo non ci serva a niente avere 4 o 5 parole che usiamo indistintamente per etichettare quello ci piace o non ci piace.

  6. Ma si, se ne discute infatti 😉
    Tra l’altro, Jean-Marie Floch, nella sua bella lettura semiotica di Tintin, apparentava proprio il fumetto alla tradizione del mito antico orale…

  7. Ma la cosa su Britney Spears è seria o è uno scherzo? No perché Toxic a mio parere è una pacchianata senza senso…

  8. era per Massimo, ho sperato incorporasse, comunque il link funziona, è una versione jazz. Ero serio. Toxic è un bel pezzo, un classico, bella dinamica, non bisogna farsi distrarre dal fatto che Britney è una cantante mediocre. A me piace pure il testo.

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