I Novissimi. A proposito di Moore e Lovecraft

di Tonio Troiani

Arrivata alla sua seconda ristampa italiana credo sia ormai palese che un’opera secondaria e “alimentare” come Neonomicon abbia riscosso un buon successo, nonostante le premesse non molto felici da cui partiva (ne abbiamo parlato qui).

L’ho letto con molto piacere, lasciandomi alle spalle diversi pregiudizi, dovuti in parte all’ammissione dello stesso autore della natura occasionale e strumentale dell’opera, ma soprattutto al rischio insito nella scelta stessa dell’argomento:  un tributo/rilettura dell’immaginario lovecraftiano. E si sa quanto sia amato il solitario di Providence dai  suoi lettori, alcuni tra l’altro di indiscutibile fama: vedi quel Jorge Luis Borges che dedicò a Lovecraft un racconto There Are More Things, contenuto nel El Libro De Arena [1].

Dopo aver chiuso il volume, la cui edizione Bao, bisogna ammetterlo, è curata ottimamente, sono stato colto da un’interessante e sintomatica schizofrenia: da un lato come lettore ero soddisfatto, il fumetto funzionava – pur con qualche limite dovuto ad un formato risicato, cioè una miniserie di quattro numeri e un prologo alquanto lungo, che riprendeva un racconto-tributo dello stesso Moore – , dall’altro nel momento in cui cercavo di entrare nella complessa rete di riferimenti e di re-invenzioni il castello costruito dall’autore iniziava a vacillare. Perché?

Allora, partiamo dalla riflessione che Barbieri faceva qualche settimana fa sul suo blog (qui) su un’altra opera del bardo di Northampton: Lost Girls. Qua l’intento di Moore era programmatico: scrivere un’opera pornografica. I risultati, colpa forse l’estremo intellettualismo dell’opera, non erano quelli attesi. Di pornografico, appunto, l’opera non aveva nulla. O meglio, seppur la natura porno-grafica fosse evidente, non sortiva gli effetti che una “scrittura” del genere è intesa ad ottenere.

Colpa forse dell’estrema distanza che l’interpretazione vintage di Moore intrattiene con la velocità di fruizione dell’hard-core moderno, fatto sta che l’opera a posteriori disattendeva le aspettative.

Ma, tutto ciò che c’entra con il Neonomicon? Beh, anche qui il sesso ricopre una certa importanza, sebbene in vece sussidiaria.

In pratica, il sesso viene recuperato da Moore essenzialmente per assecondare forse una suo personale interesse, giustificandosi sulla base di un’assenza dello stesso nella poetica di Lovecraft. È un luogo abbastanza battuto soprattutto dalla critica psicologista quello della reticenza dell’autore del mito di Chtulhu a parlare di sesso. Il tema resta sullo sfondo: i rituali blasfemi compiuti dal movimento settario immortalato in The Call Of Chtulhu (a cui Neocomicon si ricollega direttamente) sono accennati, ma lasciati vuoti. L’intento di Moore è colmare questa reticenza.

Ecco perché il nucleo dell’opera è tutta in quella potente orgia che culmina in un stupro rituale. L’accoppiamento selvaggio tra l’agente Brears e uno degli abitatori degli abissi (che richiama alla mente il Dagon, a cui Lovecraft dedicò il primo “dibattuto” racconto del ciclo).

Il tentativo di Moore però ha due debolezze:

1)      Quella di voler necessariamente forzare una rappresentazione assente, cercando di colmare in maniera violenta un vuoto deciso dall’autore, cercando in un certo qual modo di assecondare i gusti dei lettori;

2)      Quella di pensare questa stessa rappresentazione come un luogo ultimo della stessa rappresentazione pornografica. La richiesta di carta bianca sulla natura esplicita delle scene la dice lunga. Peccato, aggiunga, che basta sfogliare un po’ di roba nipponica per vedere quanto poco raccapricciante sia l’orgia messa in scena da Moore. Mi riferisco ai lavori di Maruo, Shintaro e Sakabashira. Il suo abitante dell’abisso sembra quasi un Gill-man leggermente più arrapato.

Ma, non si esaurisce in questo primo movimento fallace il tentativo di rivoluzionare la poetica di Lovecraft. Parlavo di natura ultima dell’esperienza pornografica, non a caso. Perché grazie ad un colpo di scena, Moore tenta di sfaldare la dimensione cosmogonica della mitologia lovecraftiana interpretandola come un viatico per l’Apocalisse.

La via esoterica è quella preferenziale, e da un po’ di tempo ormai siamo abituati alla passione di Moore.  Ritornano per tanto le aperture trascendentali di Promethea: si veda ad esempio le esplosive splash page che rompono la costruzione claustrofobica delle tavole de Il Cortile [2].

o la sequenza in cui l’agente si risveglia in un ambiente onirico che ricorda il primo contatto di Promethea con l’Immaginazione, ed anche alcune pagine del suo Swamp Thing

Certo, dire che il tono è minore è un eufemismo. Jacen Burrows non ha un briciolo della sapienza narrativa di J.H.Williams III: la calma piatta delle sue oneste tavole è un mero riflesso sbiadito della potenza barocca e lisergica delle tavole di Promethea.

Inoltre, così come Promethea era un’opera che correva verso una possibilità di pensare l’Apocalisse [3] così questo Neo-nomicon ha come fine quello di pensare la fine dei tempi come luogo della Venuta degli Dei di Chtulhu.

In Gli altri Dei, Lovecraft scrive:

Gli dei della terra vivono sulle montagne più alte e non sopportano di essere guardati dall’uomo. Una volta abitavano vette minori, ma gli uomini hanno scalato le pareti di roccia e di neve e hanno spinto gli dei sempre più lontano, finché non sono rimasti che i rifugi inaccessi­bili

Nell’immaginario di Lovecraft, pertanto, gli Dei (potenze che sovrastano le concezioni storiche delle divinità) sembrano affossati in un passato immemore. Moore cerca di sconvolgere il quadro facendo dei miti di Chtulhu non una cosmogonia, ma un’escatologia.

Moore ci parla di un futuro possibile, di una realtà potenziale, che distruggerebbe la realtà così come la conosciamo nel momento in cui la coscienza si ponesse nel pianoro di Leng: non più pensato come luogo fisico, ma come uno “spazio matematico superiore”: una specie di Tempo nel tempo, dove la realtà si svela.


La citazione che apre il racconto The Call of Chtulhu sembra confermare la tesi. Ma, in realtà il tutto è molto più complesso. Nello stesso racconto, Lovecraft pone alcuni indizi che potrebbero portarci ad affermare che in maniera, anche non velata, l’idea escatologica è già presente.

Nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthuttiu attende sognando.

O ancora un famoso distico dello stesso racconto recita così:

Non è morto ciò che in eterno può attendere,
E col passare degli eoni anche la morte può morire.

Pertanto, l’interpretazione di Moore non sembra così sconvolgente a conti fatti. Soprattutto, non così estranea al pensiero e alle idee di Lovecraft. Anzi.

Persino i riferimenti all’occultismo e all’esoterismo che sono il trait d’union del distico di Neocomicon sono già presenti in Lovecraft. Ad esempio i riferimenti ad Arthur Machen e al suo “orrore cosmico”, di cui Moore si era già precedentemente occupato.

A posteriori, quindi, potremmo dire di trovarci dinanzi ad un’opera anfibia che mescola in maniera imprudente finalità diverse, minando la potenzialità insita nell’opera (che il racconto Il Cortile con i suoi incroci tra droghe lisergiche, esoterismo e gruppi noise citazionisti e retrologici assecondava), ma che ciò nonostante mostra la sapienza narrativa e il mestiere del Bardo. Un’opera minore – a cui è facile recriminare parecchio – ma che si fa leggere: maledetta schizofrenia, maledetto Alan Moore.

***

Note

[1] Borges, J.L., Il libro di sabbia, in Opere, Vol.II, Mondadori, 1985 Milano, pp. 596-603.

[2] Sebbene la sceneggiatura della miniserie The Courtyard non sia di Moore stentiamo a credere che Moore non ci abbia messo mano. Soprattutto guardando le splash page succitate.

[3] Al riguardo è di prossima pubblicazione per i tipi della Sheffield Phoenix Press un’interessante miscellanea di saggi sui temi escatologici pensati attraverso il fumetto dal titolo The End Will Be Graphic Apocalyptic in Comic Books and Graphic Novels, in cui figura un saggio dedicato al Promethea di Moore.


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9 risposte a “I Novissimi. A proposito di Moore e Lovecraft

  1. il tentativo di scardinare la poetica di un autore come Lovecraft spesso diventa mero esercizio di stile, perdendo anche ciò che di genuino l’origine dell’opera poteva sviluppare.
    diventa, nel migliore dei casi, puro intrattenimento.

  2. In sintesi, sì. L’intrattenimento ha un peso maggiore rispetto al puro genio in questo lavoro. Artigianato, seppur di buona fattura…

  3. “Il tentativo di Moore però ha due debolezze:
    Quella di voler necessariamente forzare una rappresentazione assente, cercando di colmare in maniera violenta un vuoto deciso dall’autore, cercando in un certo qual modo di assecondare i gusti dei lettori”

    Questa non è necessariamente una debolezza.

  4. non condivido questa recensione, Lovercraft è un grande autore ma di genere, da considerare alla stregua di un regista mainstream contemporaneo, Secondo me Tonio Troiani ha chiesto a Neonomicon, quello che Neonomicon non intendeva dargli. Neonomicon è una storia di genere matura e suggestiva, un opera d’intrattenimento che rispetta il lettore e non lo tratta alla stregua di un preadolescente solo perchè non consegue fini alti. Riguardo la violenza delle immagini voglio precisare che questa è una forza per il racconto, perchè se si racconta a degli adulti questa storia, qualsiasi altra rappresentazione sarebbe ipocrita (e poco divertente).

  5. Reflection Nebulae

    Mi sembra che gli esegeti di Moore siano sempre troppo clementi nel trovare i pochi elementi validi di un lavoro che di positivo ha davvero ben poco. Per stessa ammissione dell’autore un fumetto “alimentare” (fallimentare?) che pare proseguire nella facile strada della decostruzione mediante corruzione, incamminandosi nel binario creato da Lost Girls: adesso si procede a sessualizzare l’universo dell’asessuato Lovecraft, ampliando senza infamia né lode un’idea che era già perfettamente compiuta nel precedente The Courtyard e che non necessitava di brodo allungato. Mi chiedo (riferendomi anche all’articolo del Barbieri linkato) dove sia finito il Moore che era così fine e delicato (anche quando straordinariamente esplicito) nel tratteggiare la sensualità del rapporto tra Swamp Thing e Abigail: ho spesso l’impressione che sia ormai troppo prigioniero delle proprie ossessioni private e cosmiche per scrivere qualcosa di realmente interessante. Neonomicon si rivela dannatamente superfluo e, se fosse stato scritto da un Christos Gage qualunque, sarebbe anche passato sostanzialmente sotto silenzio.

  6. Pingback: Howard, Alan & me | Conversazioni sul Fumetto

  7. la recencione, tipico esempio di “compilazione per termini”… leziosa, vera logomachia… personalmente a me questo T.T. mi sembra uno che pretenda di raccontare, con un bricolage di parole che lui ritiene ad effetto, quello che in realtà ben poco conosce dei “fumetti”… senza rancore, lo dico perchè ogni volta che posta qualcosa, il solo titolo mi sembra un preambolo risibile… l’importante è non prendersela

  8. eh ken, caro ken… ogni tanto occorre ricordarsi che la rete non è il posto degli specialisti. Per molti c’è la fortuna, il caso… la frustrazione… si fanno incontri fortuiti al momento giusto e ti ritrovi a crederti professore… ken, oh ken, l’armonia platonica non è di questo mondo…

  9. Pingback: Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (seconda parte) | Conversazioni sul Fumetto

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