Su Mattotti

di Tonio Troiani

Scrivere qualcosa sul Maestro è alquanto rischioso. Ma, per quanto mi accosti con ossequioso rispetto al suo lavoro c’è sempre qualcosa che non mi convince sino in fondo.

La monumentale trilogia, rappresentata da Fuochi, Caboto e La Zona Fatua, ci ha consegnato un autore all’apice della potenza espressiva, tutta mediata dalla fisicità del tratto delle sue cere. Tavole grasse, la cui matericità sulla pagina stampata, purtroppo, lascia solo intuire, consegnandoci quasi un’impressione: un fantasma della loro reale essenza. Penso soprattutto a Caboto: le vesti dei Conquistadores, così come la pelle degli Indios celano strati e strati di materia, che la pagina restituisce solo in parte.

Ma, in questi racconti, a mio avviso, c’è un elemento che stona o, che potremmo dire, non con-suona: il lettering.

La ragione è forse molto semplice: la possibilità di alleggerire un lavoro già di difficile produzione da un elemento che potrebbe comportare ulteriori problemi nelle edizioni straniere.

E’ un argomento che regge e che servirebbe a far decadere ogni intento critico, ma che in realtà non soddisfa, visto che siamo in presenza di opere dove ogni elemento ha un ruolo fondamentale ed organico: architettonico, oserei dire.

Penso, ad esempio, a come Gipi cura la sinergia tra baloon e lettering, sforzandosi di renderli quanto più possibile un’estensione del personaggio, caratterizzando anche il lettering, a volte quasi scritto di getto, sporcato dall’istintività, da errori calibrati, poiché così come il segno, anche la scrittura diviene gesto, strutturando in una precisa poetica.

Sembrerà strano citare un autore come Dr. Pira, ma anche nei suoi racconti il lettering è pensato in maniera organica: sghembo, posticcio e istintivo come il suo tratto.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito [1].

Il lettering nel Mattotti più famoso e maturo manifesta una certa estraneità. Eppure, osservando una tavola come questa, proveniente da Oltre le Linee, un racconto scritto con Krasmy, si nota una cura sia nel disegno dei balloon (che sono applicati alla tavola) sia del lettering.

Ancora, in un racconto inedito postato poco tempo fa sul suo blog, questa volta a colori, si nota la stessa identica cura, assecondando il ritmo della tavola (elemento su cui bisognerebbe soffermarsi).

Quando il suo segno non era ancora carico, si manifestava un movimento di vitalità legato ad ogni elemento. Basta vedere il gesto che diviene parola nella vignetta sottostante.

Invece, se di colpo ci muoviamo verso la trilogia – dove il di-segno si carica espressivamente e in maniera intensiva, strato su strato, celando possibilità di senso e costringendo il lettore a soffermarsi, attonito, su quelle campiture che non restano inerti, ma diventano quasi l’oggetto focale dell’attenzione –  ecco le parole, allocate in queste chiazze bianche inorganiche, che si muovono in un contrappunto stonato con i disegni e soprattutto con i colori di Mattotti: e si potrebbe capirlo per La Zona Fatua e per Caboto, ma non per Fuochi.

Il contrappunto coloristico diviene così stretto, che le parole sembrano perdere aderenza: scivolare sulla materia.

Ma, non è solo il colore a dettare questo scollamento.

E’ senz’altro indubbio che, essendo le sue tavoli così pregne, i personaggi potrebbero anche restare in silenzio: l’azione scorrerebbe senza problemi.

In questo orizzonte, allora, si può comprendere anche il perseverare negli ultimi anni nel mutismo di Chimera.

E come se più il rapporto fra parole e disegno fosse inversamente proporzionale: nel complicarsi del suo segno e nella gestualità frenetica che popola le pagine di Chimera vi è lo kenosis della parola. Forse i suoi personaggi non hanno più bisogno di dire alcunché per “raccontarci” e dirci qualcosa. La sola potenza del segno diviene parlante. Ma, questa è un’altra storia,  oppure…

***

[1] Rimando a quanto dice Pellitteri nella voce Lettering in comics: History, design, functions of giving sound to a silent medium curata per l’Enciclopedia Graphic Novels, a cura di Bart Beaty e Stephen Weiner, e ospitata sulle nostre pagine in traduzione italiana.

Annunci

6 risposte a “Su Mattotti

  1. massimo galletti

    Hai ragione sul lettering in Mattotti, rientra banalmente purtroppo nei tanti guai che ha prodotto l’economico lettering digitale tantopiù quando non pensato per l’occasione. E hai ragione a dar notare Gipi, il suo lettering quasi unico a mano negli ultimi anni eppure così equilibrato.
    E ci sono casi peggiori a mattotti. Pensate a certi Munoz!

  2. Di per sé il lettering digitale non è un male: penso a Baker e all’uso sapiente che ne fa sin da Perché odio Saturno (ma là ci sta tutto, dovendo mimare la scrittura in prima persona della protagonista). E la scarsa organicità…Hai ragione sui Munoz: là poi la discrasia con i “rumori” ambientali e il brusio della folla è ancora più evidente…(ritornando a Gipi si noti invece come ci sia continuità tra la voce dei personaggi e le voci dell’ambiente).

  3. No, il lettering digitale negli anni Ottanta era di là da venire!
    Io credo che il punto sia che per Mattotti la parola è una dimensione estranea, e va tenuta tale. “Chimera” funziona benissimo quasi senza parole. Quando le parole vanno messe, nei suoi fumetti, devono avere il minore rilievo grafico possibile, essere il più neutre possibili. Avete mai visto dei rumori grafici nelle vignette di Mattotti? Magari agli inizi. Potrei sbagliarmi, perché ora non vado a verificare tutto il corpus, però a me pare che lui non ne faccia uso. Le parole, per Mattotti, vanno tenute il più possibile fuori dalle immagini. Potremmo sostenere che è poco fumettistico, ma non sarà certo per questo che amerò di meno Mattotti. Penso che Troiani abbia ragione nell’osservare lo scollamento, e anche nel lodare Gipi; ma è più una questione di aderenza a un ideale fumettistico astratto che una vera questione di qualità.

  4. massimo galletti

    Tonio, è evidente che sulò di per sè sono d’accordo. anche su quel Baker, ma credo sia anche una questione di equilibrio col segno. Daniele, ho scritto quello di Mattotti perchè ho sempre d’impulso leggendolo pensato ciò che scrive Tonio. Su Fuochi e gli anni 80 hai ragione, ma mi sembra che già non fossero lettering suoi. Col digitale sono anche peggiorati. Se pensi a Spartaco o a Incidenti invece hanno un senso (ma anche il suo segno è diverso, non è tutto materia…, insomma, un pò hai ragione ma un pò stona troppo spesso e sembra che lui non veda.
    oh, secondo me, che ringrazio Tonio per aver scritto una cosa “del maestro indubbio” che penso da anni.

  5. I rumori grafici sono presenti – con molta morigeratezza – sia in Spartacus che in Jekyll&Hide (dove il colore diviene più complesso), mancano del tutto nella trilogia, così come nei successivi (mi riferisco ad esempio a Il rumore della brina o i racconti scritti con la Giandelli di Lettere da un tempo lontano). La loro scomparsa è forse – ma come sempre è solo un’ipotesi – legata all’autosufficienza del segno. Detto ciò, la qualità del lavoro di Mattotti rimane intatta, Barbieri. Chimera nel suo “mutismo” (perché non è silenziosa, anzi: è molto caotica: i rumori si respirano) è soltanto una potente affermazione di questo disinteresse per la parola, che a volte portava a vistosi discrasie grafiche. p.s. alla base del mio intervento è certo che vi fosse un’idea “astratta” di come dovrebbero interagire alcuni elementi, non una descrizione. Grazie mille per l’intervento 🙂

  6. Pingback: Sulla (presunta) schizofrenia di Bill Sienkiewicz | Conversazioni sul Fumetto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...