Matite in fuga

di Tonio Troiani

Mentre distrattamente sfogliavo in metro un magazine francese dedicato alla BD a distribuzione gratuita chiamato ZOO, mi sono soffermato su una recensione dedicata a Furioso, il nuovo lavoro di Lorenzo Chiavini per i tipi di Futuropolis.

L’incipit del recensore, tale Jérôme Briot, mi ha reso molto triste. Secondo quest’ultimo, Chiavini “come la gran parte dei disegnatori italiani che vogliono esprimere un’opera più personale e meno standardizzata, ha finito per esiliarsi in Francia, sperando di trovare un pubblico più recettivo alla sua arte”[*].

Al di là dell’autorevolezza o meno dell’articolista – membro dell’Association des critiques et journalist de la bande dessinée e in forza al Prix Asie della medesima organizzazione – quello che mi rattrista è l’idea che all’estero hanno della scena e dei consumatori italiani di fumetto.

Non voglio entrare nel vivo di un’analisi di quello che è il mercato del fumetto in Italia, ma che l’idea consolidata sia quella di un proposta massificata e standardizzata, che non permette né agli autori di potersi esprimete liberamente né ai lettori di fruire di un pluralità di forme lascia pensare. Soprattutto, nel momento in cui l’unica scelta possibile contemplata da Briot è quella della fuga e dell’esilio volontario.

A ciò si aggiunge il fatto che l’opera censita è di argomento “religioso”: e tutto ciò sembra a mio avviso quasi aggravare il quadro,  come se per la laicissima Francia un’opera del genere non avrebbe mai potuto trovare una nicchia di mercato utile o un interesse da parte dei lettori italiani.

Sono alquanto turbato sia per questa immagine stantia che sembriamo restituire sia per l’inutilità degli sforzi che autori, addetti ai lavori, critici e semplici appassionati fanno per dare visibilità ad una proposta indipendente, libera e plurale.

Si potrebbe anche argomentare che “l’esilio” sia anche da vedere non come solo una carenza da parte del fumetto italiano ad assorbire autori validi, ma di come questi in virtù della propria bravura abbiano maturato una vocazione internazionale. Di esempi ce ne sono a decine. E tuttavia, però rimane quasi l’amaro in bocca.

Spero che dopo aver denunciato le centinaia di cervelli in fuga non dovremmo anche lamentare le decine di matite in fuga all’estero o che per frustrazione giacciono ormai spezzate in qualche cassetto.

* Briot, J., Recette du Saint à la sauce stigmates, in Zoo 40, Maggio-Giugno 2012, p. 37

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20 risposte a “Matite in fuga

  1. Interessante.
    Sarebbe pure interessante soffermarsi su quelli che, invece, ritornano. E sul perché.
    Ultimamente sono parecchi.

  2. Sarebbe interessante…Qualche esempio?!? Così magari cerchiamo di capire le dinamiche sia di esilio (volontario o meno) che di ritorno sul suolo patrio…

  3. Dei recenti, Riccardo Burchielli o Davide Gianfelice (tanto per dirne due che mi sono vicinissimi ma ce ne sono parecchi). Oppure tutti quelli che, dieci anni fa, sono “andati in Francia” e che poi sono rientrati nel nostro mercato.

  4. Leggendo nella sua completezza l’articolo di Briot quello che veniva fuori non era tanto la mancanza di possibilità lavorative nel mercato italiano. Infatti, sin da subito poneva in evidenza le esperienze di Chiavini presso la Disney, ma la possibilità di uscire fuori da una certa proposta. Cioè l’idea era che per fare un One Shot a colori su carta patinata e con una buona rilegatura fosse imprescindibile lavorare per il mercato francese. Il problema del flusso è centrale, ma credo che la cosa ancora più urticante sia l’idea che non vi sia spazio per autori desiderosi di valicare una proposta standardizzata. Cosa poi significhi standardizzata, ahime, non saprei…

  5. Chiaro. Ma ti ribalto la questione: cosa dovrebbe fare un auotore francese (o un americano) per realizzare una storia lunga, (un centinaio di pagine) in bianco e nero, a grande tiratura e diffusione?

  6. E sì, ci sono le graphic novel, in Francia come in USA, ma hanno il mercato che hanno.
    Il problema di questo pezzo è che parte dal presupposto che la formula francese del fumetto sia meglio e più libera.
    Non è vero: il mercato francese del popolare è standardizzato al pari nostro (anche se in maniera diversa) e fare i fumetti secondo il proprio estro è difficile in ogni nazione.

  7. Poi è ovvio: se la formula francese ti piace, e se il mercato ti accetta, stai una bellezza.

  8. Rispondo qua 😛 Allora, secondo me resti in America e in Francia…Se penso alle 300.000 copie stimate del Quay d’Orsay di Blain con il prezzo che ha, tiratura e diffusione ci sono tutte: il problema è il prezzo. Per il resto sono d’accordo una componente standardizzata è presente in ogni mercato…Che poi in Francia si abbia una concezione più nobile della BD credo sia palese, basta vedere le integrali che dedicano ad alcuni dei nostri autori storici…

  9. Credo che sia una semplice questione di numeri: il mercato francofono fa girare cifre più alte di quello italiano e questo rende più facile (facile eufemisticamente parlando) tentare strade cosiddette ‘alternative’, in termini di lettori potenziali, attenzione di web/critica e, non dimentichiamolo, compensi.
    E’ vero che il mantra “in Italia o fai Bonelli o Disney o muori” è sterile, antipatico, rozzo nella sua approssimazione, ma un qualche fondo di verità c’è…

  10. Ciao. Vorrei capire un paio di cose.
    Nel tuo post sopra c’è scritto che per il critico francese “l’idea consolidata del mercato del fumetto in Italia sia quella di un proposta massificata e standardizzata, che non permette né agli autori di potersi esprimere liberamente né ai lettori di fruire di un pluralità di forme”. Tolte le dovute piccole eccezioni (che se vendono 500/1000 copie hanno fatto il botto ma sicuramente non danno da mangiare all’autore, che spesso e malvolentieri lavora per qualche decina di euro a tavola) vorresti dirmi che il mercato italiano non è massificato e standardizzato? Tolte Bonelli e la Disney (che non mi sembrino rappresentare nè varietà di temi nè libertà nell’esprimerle) cosa rimane “agli autori per potersi esprimere liberamente e ai lettori di fruire di un pluralità di forme”? Forse Becco Giallo? Tunuè? Quante copie muovono questi editori ogni volta che propongono qualcosa sul “libero e variegato mercato italiano”? Quanto è ricettivo il lettore medio italiano a proposte degli editori di cui sopra? Tra l’altro bisognerebbe affrontare anche la situazione della distribuzione per parlare della “pluralità” del mercato nostrano. Vai a chiedere a Di Bernardo quante copie della sua Desdy Metus la distribuzione (in mano alla concorrenza) ha fatto arrivare nelle librerie e poi riparliamo del “libero mercato del fumetto” in Italia. Con questo non voglio affermare che in Francia sia tutto rose e fiori ma forse c’è qualche possibilità in più di essere presi in considerazione e, nel caso un progetto venga accettato, essere pagati decentemente anche se stiamo parlando di un prodotto di nicchia che tratta di temi religiosi. Ha ragione anche Recchioni quando dice che molti autori italiani negli ultimi anni sono rientrati nel mercato nostrano, molto probabilmente perchè non sono piaciuti a quello francese dove ti devi guadagnare la pubblicazione del nuovo cartonato con il lavoro del cartonato precedente. Non credo che in Francia funzioni come in Bonelli o Disney dove una volta entrato non esci più (a meno di fare qualche ENORME cavolata): esattamente come un qualsiasi “motivatissimo” dipendente pubblico italiano. Conclusione: non stiamo a frignare di come i francesi giudichino il mercato italiano perchè potrebbero avere ragione!

  11. Il problema non è “l’idea che all’estero hanno della scena e dei consumatori italiani di fumetto” ma l’idea che hanno dei fumetti che vengono _prodotti_ in Italia (con “prodotti” intendo l’intera filiera: dalla sceneggiatura alla pubblicazione).
    Se i signori di ZOO guardano cosa si _vende_ in Italia, vedranno che il panorama è molto variegato, anche se sicuramente Bonelli e Disney fanno i numeri maggiori. Ma ci sono anche volumi cartonati alla francese, graphic novel, manga ed altro ancora. Quindi i lettori leggono di tutto.

    No, il problema è, effettivamente, quello degli _autori_ italiani che vogliono realizzare un loro prodotto e non trovano _editori_ disposti a finanziare l’impresa.
    E quindi ripiegano in Francia, se il loro stile è adatto al mercato francese.
    Oppure negli USA se il loro stile è adatto al mercato statunitense.
    E magari poi vengono anche ripubblicati in Italia, come i tanti che lavorano per DC o Marvel, per esempio.

    Questi autori non sono costretti a _lasciare_ l’Italia, Molto spesso lavorano qui e spediscono il materiale in Francia o USA per la pubblicazione.
    Autori italiani, che lavorano in Italia, ma il cui lavoro viene pubblicato all’estero perché soltanto all’estero ci sono editori interessati.

    Ci rode?
    Certo che ci rode, ma è la triste verità.
    E tutto sommato, alla fine, c’è anche poco da rodersi: oggigiorno, nel mercato globalizzato, trovarsi un editore all’estero è più pratico e funzionale di quanto potesse esserlo negli anni ’70 per un autore lucano che doveva trasferirsi a Milano o Bologna per poter pubblicare.

  12. >>>RRobe | giugno 11, 2012 alle 8:36 pm |
    “Chiaro. Ma ti ribalto la questione: cosa dovrebbe fare un auotore francese (o un americano) per realizzare una storia lunga, (un centinaio di pagine) in bianco e nero, a grande tiratura e diffusione?”
    risposta: infatti sono decine e decine gli autori francesi che vorrebbero tanto fare una storia così…certo

    “Poi è ovvio: se la formula francese ti piace, e se il mercato ti accetta, stai una bellezza.”
    che quindi sarebbe come dire: ok, poi è ovvio se la formula italiana ti piace e se il mercato ti accetta, stai una bellezza. giusto

  13. Però mi sembra sia una fuga soprattutto di disegnatori: per gli sceneggiatori ci sono veramente pochi spazi anche all’estero.

  14. Gianfranco Sherwood

    Parlo da semplice lettore e appassionato, non da lavoratore nel settore o da esperto che ne conosce funzionamenti e retroscena. Stanco di non trovare nulla di leggibile nelle edicole e poco – e a che prezzi! – nelle fumetterie e librerie ho cominciato a scaricare bedé in versione originale da emule (ma in precedenza ne avevo prese molte cartacee da Amazon & Co.) Il francese non lo conosco, ma non è lingua tale da essere impenetrabile e molto materiale franco belga è reperibile anche nelle versioni spagnole. Bene. Posso tranquillamente dire che ciò che sto leggendo e ho letto, è straordinario per varietà di temi, professionalità e rispetto del lettore. La qualità media dei prodotti è sempre alta (la cura nel disegno della produzione francobelga è uno dei suoi fiori all’occhiello) e le punte di eccellenza sono straordinariamente frequenti. Ma ciò che meraviglia – lo ribadisco – è la varietà dei temi e l’originalità con cui vengono trattati. E nessuno ha paura di dire cose che possano offendere suscettibilità politiche o religiose. Che ci sia dietro la laicissima – e repubblicana – Francia lo si sente sempre. Da noi tutto va esattamente all’opposto e lo dimostra anche un fatto per me clamoroso: lasciamo stare gli editori specializzati, dai quali in genere, secondo loro, non possiamo pretendere più di quanto si degnano di concederci, stante la crisi, il mercato ecc. (non che accetti più queste scuse, da sempre sbandierate per mascherare mancanza di coraggio, fantasia e fiducia nei lettori). Ma che dire dei supplementi di quotidiani e settimanali? Sono o no la sagra del già visto e rivisto? Un incredibile loop in cui si alternano le solite 10 cose (ma forse sono meno). Le nostre rare glorie autoriali (Magnus, Crepax, Pratt), Diabolik, magari Alan Ford, Tex e qualcosa d’altro della Bonelli, Peanuts e supereroi a gogò. Stop. Mai un’ideuzza, qualcosa che non si rivolga a un lettore che,ignaro dei fondamentali del fumetto (ma ne esistono ancora di soggetti così?), sia avido dell’integrale di Corto Maltese o del trade in cui Spiderman diventa cattivo. Si dirà: se li fanno, vuol dire che c’è chi li compra. Io dico che si venderebbe anche dell’altro. Briot ha ragione quando dice che l’autore ambizioso da noi non trova spazi. Intanto chi glieli pubblicherebbe? Quanto alla ristrettezza mentale dei lettori, è la conseguenza di anni e anni di dissennati comportamenti da parte degli editori. La conseguenza è che in Francia i cartonati dell’anticlericale, massonico e dissacrante Triangolo segreto di Convair, vendono un milione di copie, provocano discussioni e sono opzionati dal cinema (e in un mercato in cui sono decine e decine i volumi che ogni anno vendono più di 100.000 copie). Da noi è grasso che cola se un piccolo editore pubblica – male – l’ennesima palingenesi della DC. E se la Panini continua a sommergerci di manga e
    saghe Marvel. Quindi perché meravigliarsi del giudizio di Briot? Noi abbiamo fatto di tutto per dare il peggio di noi, come nazione, in infiniti campi. Credere che non sia così per il fumetto, un prodotto dell’industria culturale, che in quanto tale dice molto del paese che lo produce, è quanto meno da ingenui. Varrebbe di più capire come ci siamo arrivati a questa situazione asfittica in cui gli autori vanno via e i lettori cercano o cercherebbero solo il conosciuto o il banale. Ovvia postilla finale: tanto di cappello alla Bonelli e ai pochissimi che hanno scelto una loro strada procedendo con rigore e professionalità, sono quelli che, pur avendone i mezzi, non hanno fatto ciò che la Bonelli non poteva fare ad avere creato una situazione da morte definitiva del fumetto in Italia.

  15. Sulla qualità indubbia del mercato e della scena francese – stratificata e multiforme, nonché attenta alle produzione estere – non ci piove. Il commento di Briot non stupisce, ma fa pensare: anzi dovrebbe far pensare. I francesi non sono disattenti alle proposte “alternative” del mercato italiano: penso anche ad autori di nicchia come Andrea Bruno che presenta il suo Sabato Tregua in questi giorni con una piccola mostra presso la Libreraie Les Super Héros ed altri come Neri, Parisi e il collettivo Canicola che è intervenuto nell’ambito delle attività dell’evento Planet Manga, dedicato al fumetto orientale. Cioè esiste una piccola scena che loro premiano…E dovrebbe dimostrare che piccole enclave esistono nel piattume generale…

  16. Non sono un esperto del mercato francese, ma credo che le colpe degli editori italiani vadano divise con il pubblico di lettori o mancati tali. Quando delle cose francesi (a volte ottime) sono state pubblicate in Italia, in vari formati e/o contenitori, non hanno suscitato un interesse tale da favorire un uguale sviluppo di esperimenti simili ma autoctoni

  17. a proposito di formati, Andrea: basta confrontare le edizioni italiane di Coltrane o di Coda di Lupo con quelle francesi: quei due centimetri in più fanno la differenza…Così come risparmiare sul formato, penalizzando l’opera ne compromette la validità: penso al Sambre di Yslaire pubblicato in formato 100% Panini Comics…etc etc, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi…

  18. Gianfranco Sherwood

    Esatto. E alla miniaturizzzazione, va aggiunto un rapporto qualità prezzo a volte sbagliato, ma soprattutto il fatto che certi editori iniziano a pubblicare un ciclo completo e fanno passare troppo tempo tra un’uscita e l’altra (quando poi non lo lasciano incompleto). O si mettono a pubblicare roba, magari degna, che in Francia è ancora in corso, con tutto quello che di finito c’è laggiù.. Fidelizzare i lettori è difficile, diventa poi impossibile quando si fanno le cose male, ovvero con poca professionalità. Ma questo vale non solo per le bedé. Ormai, per principio, non compro più il primo volume di una serie, per quanto mi possa interessare, se non vedo sugli scaffali anche il secondo. Atteggiamento assurdo, perché se tutti facessero così, nulla si stamperebbe più? D’accordo. Ma mi sono rotto di riempire gli scaffali di costosi numeri uno e di leggere, alle mie mail di reclami, risposte di editori che mi assicurano che ormai ci sono, che la colpa e dei traduttori, che non si trovano più gli originali, le cavallette, i terremoti, la febbre gialla ecc. ecc.

  19. E’ un aspetto importante…Penso ad esempio alla scarsa ricettività del mercato italiano ad opere di fondamentale importanza storiche come quelle di Yoshihiro Tatsumi. La Coconino anni fa annuncio una raccolta dei suoi gekiga, dopo il primo volume di Lampi il nulla. In Francia, stanno praticamente recuperando tutto seguendo l’esempio della D&Q (mi riferisco ai volumi curati da Tomine) anche il monumentale (per la mole) A drifting Life, in due tomi…

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