Su Holy Terror, sull’America, sulle Maschere e sui Volti

di Andrea Tosti

Prima di leggere Holy Terror avevo già letto gran parte delle polemiche nate in rete intorno all’ultima opera di Frank Miller e mi ero fatto un’idea piuttosto precisa di cosa avrei detto al riguardo in questo articolo.
Avrei parlato della distanza fra opera ed artista, avrei portato i soliti esempi relativi all’antisemitismo di Céline, alla carriera come schiavista di Rimbaud (pare che sia una diceria, ma tant’è) e avrei raccontato brevemente di molti uomini che riuscivano ad essere grandi intellettuali e, al tempo stesso, dei notevolissimi figli di puttana, umanamente mostruosi almeno tanto quanto le loro opere riuscivano ad essere meravigliose e, spesso, immortali (a volte proprio perché immorali).

Questo per quanto riguardava il primo punto. Avrei proseguito poi con una disamina degli intellettuali americani appartenenti alla destra conservatrice, da una parte prendendone le distanze e dall’altra sottolineandone, con invidia tutta italiota, la complessità. Dopo aver fatto i nomi più noti di Clint Eastwood e Sam Peckinpah avrei citato il regista/sceneggiatore John Milius che, in occasione della retrospettiva a lui dedicata all’interno del festival del cinema di Torino nel 2002, dichiarò a Filmcritica (ma cito a memoria) che era sacrosanto schierarsi contro la guerra del Vietnam (lui lo fece come sceneggiatore di Apocalypse Now e come regista di Un mercoledì da Leoni) e che era altrettanto doveroso sostenere l’invasione dell’Iraq perché l’America era il nuovo Impero Romano, quella era una guerra giusta (fra l’altro specificava che era una guerra, appunto, di tipo imperiale, non di difesa) e che Bush era il nuovo Cesare di questo moderno impero.

Opinioni.

Avrei però fatto notare che, almeno per quanto riguarda il campo dello spettacolo, la destra italiana non ha prodotto poi questi grandi talenti. Gli unici due nomi che mi vengono in mente sono Pasquale Squitieri e Renzo Martinelli…e avrei aggiunto che dopo questi due nomi non sarebbe servito dire altro. (1) Insomma, avrei difeso l’autore prima dell’opera. Perché poi, diciamolo, che Miller fosse un conservatore guerrafondaio non è una novità. La passione per il militarismo, la preferenza per posizioni radicali piuttosto che per la ricerca di dialogo, l’idealizzazione dell’eroe vendicatore che agisce al di sopra della legge: questi sono tutti elementi che ritornano di continuo all’interno delle sue opere. Non sempre sono vissuti con cieca leggerezza ma a volte, piuttosto, attraverso una profonda conflittualità interiore, conflittualità che rende i suoi personaggi umani e non la facciata di rappresentanza di un messaggio di propaganda.

Continuando nel ragionamento avrei notato che oltre agli elementi fin qui citati lo spirito conservatore di Miller non solo si adopera per difendere le minoranze e le masse derelitte ma, all’interno di una tipica tradizione statunitense e britannica, viene usato dall’autore anche come un’arma affilata da rivolgere verso i propri governanti, anche e soprattutto se questi provengono dalla stessa area, se non ideologica, politica in cui, semplificando di molto l’anarchismo individualista del fumettista, possiamo farlo rientrare. La rabbia di Miller e di altri come lui è bipartisan, una rabbia democratica, complessa e stratificata, che se (soprattutto se sviluppata all’interno del genere supereroistico) privilegia soluzioni facili e sbrigative (Budda Budda) ha motivazioni complesse e ben conosciute dall’autore. Insomma, avrei difeso un lavoro che ancora non avevo letto inserendolo in un preciso contesto culturale, quello della destra americana, e portando avanti il ben noto adagio che recita “segui la predica, non il predicatore”.(2) Poi avrei concluso parlando brevemente della recrudescenza del cinema di propaganda americano, citando, così, tanto per aggiungere carne al fuoco, Act of Valor e anche qualche videogioco.

Un buon pezzo, insomma. Poi ho comprato e letto Holy Terror e non ci ho capito un cazzo. Letteralmente.
Ma andiamo per ordine, fugando per prima cosa un’ambiguità. Il fumetto di miller è propaganda. Se ci fossero dei dubbi in questione è lo stesso autore a dirlo chiaramente qui:

Nrama: When this book was originally announced in 2006, you described it as “a piece of propaganda” in the vein of Captain America punching Hitler. What are your thoughts about the potency of comics as propaganda, in the past and through to the present?

Miller: Propaganda has gotten a bad name. Something’s called “propaganda” only when the reader disagrees with it. If they agree, it’s called “relevant.”
An artist expressing a point of view? Whatever the medium, whatever the story’s intent, that’s propaganda, and it’s “relevant.”

Sull’interessante punto di vista che Miller ha della propaganda si potrebbe parlare a lungo; purtroppo non è questa la sede. Perché c’è propaganda e propaganda. La propaganda che mette in particolare rilievo alcune informazioni per convertire un pubblico a determinate idee è un tipo di comunicazione che non è per forza di cose fraudolenta. All’opposto, una propaganda che omette, esagera o distorce dei dati allo scopo di sostenere delle idee che altrimenti i fatti smentirebbero…bé, quella si chiama menzogna, o arte. Magari arte brutta, diciamo, ignobile, ma arte.

Il problema, però, è che la propaganda dovrebbe essere chiara, sollevare dal dubbio. Quando ho finito di leggere Holy Terror a me molti dubbi sono rimasti. Innanzitutto dubbi di scrittura: alcune cose sembrano proprio non avere un senso. Perché i terroristi si fanno esplodere preannunciando il loro successivo attacco in massa? Perché, anche se il sindaco della città è corrotto e non interviene per fermarli, quando la Statua della Giustizia viene abbattuta non intervengono delle milizie nazionali? Perché succede un sacco di casino e alla fine non succede niente? Non sono cose da poco. Sono cose che non ti fanno amare un’opera, al di là del suo orientamento ideologico o politico. Poi naturalmente c’è anche il Miller più grande, quello della splendida sequenza di apertura sotto la pioggia, quello che, anche se alcune altre sequenze sembrano proprio tirate via, diventa sempre più astratto e quando il suo inchiostro gocciola letteralmente sulla tavola ti piace e godi a vederne la deriva sempre più egoriferita.

Quello che noto, poi, quasi subito è che, come tutte le città raccontate da Miller, altrettanti specchi di New York, la città è sordida, sporca, malata, corrotta a tutti i livelli, organica nel suo disfacimento e la domanda che ti viene in mente è: ma perché diavolo bisognerebbe salvarla? Per quale motivo una pulizia radicale non sarebbe meglio della lenta agonia a cui è sottoposta? Cavolo, ne senti quasi la puzza. Quando la prima terrorista, Amina, si fa esplodere, fatichi a credere all’espressione di stupore dei due protagonisti, l’eroe e la ladra. Prima mi presenti una pustola poi pretendi che io mi stupisca quando quella pustola esplode. Forse questo Miller lo sa. Non per altro uno dei suoi cicli di lavoro più noti si chiama Sin City, e quando c’è il peccato arriva anche il redentore: non sempre ha le mani di fata.

Poi, la cosa che mi sorprende più di tutte è che Miller ci mette le facce. Ce ne mette tante. Ci sono le facce mascherate, ma in quanto maschere a quelle facce non ci credi, non fosse per altro che la maschera non se la tolgono mai, non escono mai dal loro ruolo, non diventano mai umane. Poi c’è la faccia di Amina, dolorosa, infantile, non del tutto consapevole e, di seguito al suo gesto, le facce delle tante vittime innocenti che piano piano si moltiplicano fino a lasciare spazio ad una lugubre e geometrica parata di quadrati bianchi, come in quegli ordinati cimiteri americani che si vedono nei film che sembrano progettati più per i picnic che per il cordoglio. Le facce delle vittime sono facce multietniche, di tutte le età, facce arrabbiate, facce sorridenti, facce giovanili. Non ci sono profili mediorientali, non ci sono turbanti, non ci sono arabi (almeno non evidenti); e questo mi fa riflettere.
Poco dopo compaiono altre facce, quelle che Miller attribuisce ai responsabili di questa situazione: si riconoscono Michael Moore, Bush, forse Dick Cheney (o è David Letterman?), più altri, terroristi generici, altre maschere, donne velate, visi anonimi di stereotipi culturali e razziali. Ancora, qualche pagina dopo: Obama, Kim Jong, Ahmadinejad, Hillary Clinton, Gheddafi…e il profilo internazionale della paura di Frank Miller si fa più confuso, generico e provinciale.

Nella seconda parte del volume ci sono, però, le facce che preferisco. Sono le facce dei terroristi che i due protagonisti mascherati, i due protagonisti senza volto, le due marionette vendicative di Miller uccidono senza nessuna pietà. Quando i terroristi cattivi – anonimi, anche loro senza identità, anche loro mascherati – vengono fatti fuori, ai margini della tavola, in riquadri rettangolari tanto simili a quelli delle loro vittime, vengono sottratti improvvisamente alla loro indistinguibile indifferenza e riacquistano un volto. Sotto i veli, sotto i turbanti, sotto le kefie i loro non sono volti terribili, sono volti quasi in pace, atarassici, volti che spesso ti guardano in faccia, dritto negli occhi ma non ti spaventano. (3) Allora tutto si rivolta ancora una volta e in quest’opera a tratti inconcludente, spesso semplicistica e sì, anche offensiva, in questo mondo linearizzato all’estremo, dove capire da che parte sta il torto è troppo facile, dove i terroristi sono cattivi (e lo sono) dove degli attentatori venuti dall’esterno fanno davvero paura (e la fanno) ma anche dove gli eroi sono costretti ad indossare perennemente delle maschere, dove il potere è corrotto e la sua corruzione ammala le città quasi fossero vive, dove un ex agente del Mossad con tatuata in faccia la stella di David, che teoricamente è dalla parte dei buoni, ti spaventa più di ogni altro personaggio rappresentato, quei volti, quell’improvvisa e isolata umanizzazione del nemico, ti sorprende e insinua un dubbio. Piccolo, al confronto dei tanti difetti dell’opera, ma un dubbio. Il dubbio che forse Miller nasconde anche a sé stesso.
Fine.

(1) Due notazioni ulteriori. Primo, ma come gli è venuto in mente ad Harvey Keitel di recitare ne Il mercante di pietre? Il suo agente deve volergli male. Poi, in relazione a questa intervista, vorrei dire che, almeno, Miller non se ne va in giro a piagnucolare (anche se forse, visto il tipo, non escluderei che se ne vada in giro armato)
(2) Fra l’altro, le dichiarazioni di Miller sul movimento Occupy Wall Street, che potete trovare qui, e che rientrano nella polemica sul personaggio che coinvolge anche il suo Holy Terror, non sono molto diverse da quelle fatte da Ian Anderson dei Jethro Tull in occasione dell’intervista trasmessa dalla trasmissione radiofonica di Radio2 Moby Dick andata in onda la sera del 21 maggio. Sono opinioni, comunque, che meritano più di una frettolosa e manichea riflessione.
(3) Forse potrei sbagliarmi. Forse sono solo i bersagli, il punteggio riassuntivo di un macho tiro a segno.

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6 risposte a “Su Holy Terror, sull’America, sulle Maschere e sui Volti

  1. mi sembra una analisi davvero oculata. finalmente
    ps allora sei d’accordo com me che è proprio bella la sequenza delle vignette vuote!

  2. Sì, ma mi ricorda qualcosa di molto preciso che non riesco a definire

  3. Non hai dimenticato un certo Jacovitti?

  4. Non so. La collocazione politica di Jacovitti era, piuttosto, anarcoide (come lui stesso ha dichiarato in più occasioni), qualunquista. Si definiva, con il modo che lo caratterizzava “un liberale, un estremista di centro”. Ricordo la sua satira del fascismo, il suo “Eja, Eja, baccala!”. Nella lista, per carità, incompleta, che ho velocemente stilato a mo’ di esempio, andrebbe invece inserito, con maggiore congruenza rispetto alla figura di Jacovitti, quella di Giovannino Guareschi.

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